
Diciotto anni dopo Benedetto XVI, un papa è tornato in Francia per una visita ufficiale. Francesco vi era stato per appuntamenti particolari, da Strasburgo a Marsiglia e alla Corsica, ma non aveva compiuto un viaggio apostolico a Parigi. Leone XIV ha colmato quel vuoto con quattro giornate dense, dal 25 al 28 settembre, attraversando Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz.
Molti luoghi, molti interlocutori, un solo filo: la dignità della persona e la responsabilità di custodirla in un’Europa che sa costruire macchine sempre più intelligenti, ma non sempre ricorda per chi debbano lavorare; che proclama i diritti, ma discute quali vite meritino di essere accompagnate; che desidera la pace e intanto si prepara alla guerra.
Il motto era: “Perché il mondo abbia la vita”. È una parola più esigente di quanto sembri. Un Paese può funzionare, produrre e consumare, e lasciare tuttavia molte persone ai margini della vita. Durante il viaggio questa parola ha assunto volti precisi: il giovane che cerca una vocazione, l’adulto che domanda il battesimo, il migrante accolto alla Maison Bakhita, il malato di Lourdes, la vittima di abusi che attende verità, l’Europa che possiede molte armi e sembra avere smarrito la bussola.
Parigi, la laicità e la domanda sull’uomo
La prima tappa è stata Parigi, la città capace di trasformare quasi tutto in immagine. Leone XIV, invece, ha cercato ciò che rimane quando le telecamere si spengono.
All’Eliseo, davanti al presidente Emmanuel Macron, ha parlato di una laicità autentica. Non una religione di Stato, naturalmente, ma neppure uno Stato che consideri la fede un parente un po’ imbarazzante, da ricevere soltanto in privato. La laicità non è il silenzio imposto a chi crede: è lo spazio nel quale credenti e non credenti possono concorrere al bene comune senza imporsi e senza nascondersi. Libertà, uguaglianza e fraternità non possono rimanere tre nobili signore scolpite sulla facciata dei municipi e congedate prima che cominci la riunione nella quale si decide davvero.
Da qui anche il richiamo alla tutela della vita, fondamento degli altri diritti. In una Francia attraversata dal dibattito sul fine vita, il papa non ha cercato formule accomodanti. Ha denunciato la morte programmata, le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata e ogni pratica che trasformi il corpo umano in materiale disponibile. Difendere la vita esige, però, anche condizioni concrete: una donna non lasciata sola, il malato curato, l’anziano mai persuaso di essere diventato un costo. Una civiltà si riconosce dal modo in cui accompagna le persone che non riesce a guarire.
Nella capitale dell’unico Paese dell’Unione europea dotato di armi nucleari, Leone XIV ha inoltre contestato l’idea che l’accumulo degli arsenali possa garantire indefinitamente la sicurezza. Le armi possono dissuadere per qualche tempo e imporre il silenzio. Quel silenzio non è riconciliazione e non genera pace. Il papa ha ripreso così l’appello a una pace «disarmata e disarmante»: una pace tutt’altro che ingenua, capace di contestare l’inevitabilità di ciò che gli uomini hanno deciso di preparare.
All’UNESCO la domanda di fondo è diventata esplicita: che cosa significa essere umani? Non è una questione per soli filosofi. Riguarda le scuole, i laboratori, le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale. Una macchina può elaborare milioni di dati, riconoscere un volto e prevedere un comportamento. Ma non sa perché una sola persona debba essere salvata; e proprio la sua potenza può essere adoperata per orientare, sorvegliare o manipolare.
Il papa non ha chiesto di temere la tecnica. Ha chiesto di non inginocchiarsi davanti ad essa. La scienza, quando perde la sapienza, può diventare un’arma; l’educazione, se rinuncia alla verità, può ridursi ad addestramento. Gli strumenti devono servire l’uomo. Quando accade il contrario, anche il progresso può diventare una forma di dominio. Il banco di prova rimangono gli ultimi: i bambini nelle guerre, le persone disabili, gli anziani, i migranti, quanti vengono esclusi perché ritenuti improduttivi.
Poi Notre-Dame, che Leone XIV è stato il primo papa a visitare dopo il restauro seguito all’incendio del 2019. La Francia ha saputo rialzare pietre annerite dal fuoco, ricomporre vetrate, ricostruire una guglia. È stata una grande opera d’intelligenza e collaborazione. Ma restaurare una cattedrale è forse più facile che restaurare la fiducia. Per le pietre bastano progetti e impalcature; per le ferite occorrono verità, giustizia, tempo e penitenza.
Nella cattedrale restaurata il papa ha celebrato i vespri con vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati e seminaristi, richiamandoli alla preghiera, alla dignità del culto e all’unità. Non basta che una chiesa sia bella: deve lasciar intravedere Colui per il quale fu costruita. Anche la comunità cristiana, come la luna dei Padri, non vive di luce propria. Quando cerca di illuminare sé stessa, finisce per fare ombra a Cristo.
La sera, allo Stade de France, ottantamila giovani hanno trasformato il luogo delle emozioni sportive in uno spazio di preghiera. Leone XIV li ha chiamati «i santi della Francia» e li ha invitati a passare dall’entusiasmo alla responsabilità. I giovani non chiedono alla Chiesa di inseguire ogni moda; chiedono adulti che pronuncino parole vere e mantengano le promesse. Se domandano radicalità, qualche volta è perché hanno osservato troppo bene i nostri compromessi.
Bakhita, i catecumeni e la sete del cuore
Il mattino seguente, alla Maison Bakhita, centro di accoglienza e integrazione per migranti, il viaggio ha cambiato registro. Le grandi parole sulla fraternità sono entrate in una casa. Intitolata alla santa sudanese passata dalla schiavitù alla libertà, la Maison ricorda che la storia non è scritta soltanto da chi occupa spazio, ma anche da chi ne fa agli altri.
Qui il migrante ha smesso di essere una cifra, un’emergenza o un argomento elettorale ed è tornato persona. Sulle migrazioni è possibile e doveroso discutere di leggi, confini e possibilità concrete di accoglienza. Una cosa, però, non dovrebbe essere negoziabile: nessuno perde la dignità attraversando una frontiera. Prima di essere regolare o irregolare, utile o costoso, vicino o straniero, è un uomo. La politica deve governare i fenomeni; non può, per farlo, cancellare i volti.
Leone XIV ha ricordato che nessuno è tanto povero da non avere qualcosa da donare e nessuno tanto ricco da non avere qualcosa da ricevere. Fra le molte parole del viaggio, questa mi è rimasta particolarmente addosso. Può rovesciare anche una carità ben organizzata: finché noi siamo soltanto quelli che danno e il povero soltanto colui che riceve, restiamo padroni. La fraternità comincia quando accettiamo che l’altro possa salvarci dalla nostra autosufficienza.
All’Institut Catholique il papa ha incontrato l’assemblea ecclesiale, catecumeni e neofiti. In una Francia spesso descritta soltanto attraverso il declino della pratica religiosa, cresce il numero degli adulti che chiedono il battesimo. Non sono una statistica da esibire come rivincita sulla secolarizzazione. Sono una domanda rivolta alla Chiesa: troveranno comunità capaci di accompagnarli oppure uffici capaci soltanto di registrarli? Accendere una candela nella notte di Pasqua è semplice; custodirne la fiamma il lunedì successivo è il vero lavoro pastorale.
La Messa in Place de la Concorde è stata il grande momento di popolo. Proprio in una piazza che porta nel nome la riconciliazione, il papa ha parlato della sete presente nel cuore umano: sete di significato, di verità, di comunione. Una società può offrire consumi, distrazioni e connessioni senza riuscire a dare una ragione per alzarsi al mattino. Possediamo molte cose per non accorgerci del vuoto; poi il vuoto, meno educato di noi, torna a bussare.
Leone XIV ha ricordato la lunga schiera dei santi francesi, dai primi martiri a Vincenzo de’ Paoli, Federico Ozanam e Giovanna Jugan. Li ha proposti come una domanda rivolta al presente. I santi non sono medaglie appuntate sul petto di una nazione: mostrano che il Vangelo può diventare carne anche nel nostro tempo.
Lourdes, dove la fragilità non si nasconde
Da Parigi il papa è andato a Lourdes. Dopo i palazzi delle istituzioni, la grotta; dopo le analisi sull’intelligenza artificiale, il volto dei malati; dopo le parole, il silenzio. A Massabielle ha toccato la roccia, bevuto l’acqua della sorgente e pregato per la Francia, chiedendo governanti saggi e generosi, capaci di servire il bene comune.
Davanti ai vescovi francesi ha affrontato la ferita degli abusi. Ha riconosciuto i passi compiuti nell’ascolto delle vittime, nella ricerca della verità, nella riparazione e nella prevenzione, ma ha chiesto di proseguire con la massima vigilanza. Non basta aver prodotto protocolli. Le norme sono necessarie; la conversione lo è di più. Da vescovo, conosco la tentazione di pensare che difendere l’istituzione significhi proteggere la Chiesa. Quando si lascia sola una vittima, accade il contrario.
Ai vescovi ha chiesto di rialzarsi con speranza e di non stancarsi di annunciare il Vangelo. Una Chiesa nostalgica trascorre il tempo contando ciò che ha perduto; una Chiesa impaurita finisce per scambiare la prudenza con l’immobilità. La rinascita cristiana della Francia passa dalla santità vissuta nel presente. I catecumeni, i giovani, i volontari, i consacrati e le comunità che servono i poveri dicono che sotto molta cenere il fuoco è ancora vivo.
All’Accueil Notre-Dame ha pronunciato alcune delle parole più nette del viaggio. La fragilità non deve essere nascosta: può diventare il luogo di un incontro sacro. La dignità della persona non dipende dall’autonomia, dall’efficienza o dall’utilità. Non si misura e non si mette ai voti. Ai malati ha detto che non sono un peso, ma il cuore pulsante dell’umanità e un tesoro per la Chiesa.
Nel dibattito sul fine vita, il papa ha respinto la falsa compassione e ha ricordato che ciò che una legge permette non diventa, per questo solo, moralmente giusto. Ma non si è fermato al divieto. Ha chiesto cure palliative, ricerca, prossimità e accompagnamento. Difendere la vita senza accompagnare chi soffre rischia di diventare una dottrina esatta pronunciata da una distanza sbagliata. La risposta cristiana non è abbandonare il malato al dolore né eliminare chi soffre: è restare.
Nel tardo pomeriggio, nella Casa vescovile di Lourdes, il papa ha incontrato in forma riservata sette persone vittime di abusi nella Chiesa, quattro uomini e tre donne. Le ha ascoltate individualmente, sostando con alcune anche in preghiera. Quell’incontro ha impedito che la solennità delle celebrazioni coprisse il dolore. Nessun viaggio ecclesiale può parlare credibilmente di speranza se evita le stanze nelle quali qualcuno attende ancora di essere ascoltato.
Nella processione aux flambeaux Leone XIV si è fatto, come egli stesso ha detto, «pellegrino tra i pellegrini». È entrato nel dolore altrui con passo discreto. Il gesto dice qualcosa di essenziale: la Chiesa accompagna veramente chi soffre quando accetta di condividere un tratto di strada.
Metz e l’Europa che deve scegliere
L’ultima tappa è stata Metz, città di frontiera e di passaggi, nella terra di Robert Schuman. Qui il viaggio francese è diventato europeo.
Nell’incontro con i rappresentanti delle religioni, Leone XIV ha ricordato che il dialogo non cancella le identità. Chi conosce davvero la propria fede può incontrare l’altro senza paura. Chi la usa come una clava dimostra di non fidarsi neppure della verità che pretende di difendere. Invocare Dio per legittimare violenza e oppressione è una profanazione; il primo disarmo richiesto alle religioni è quello dei cuori e delle parole.
Parlando all’Europa, il papa ne ha ricordato le radici cristiane. Non come si rivendica il possesso di un terreno, ma come si riconosce un debito. San Benedetto, Robert Schuman e Alcide De Gasperi ricordano che l’Europa è nata quando popoli che si erano combattuti hanno trovato il coraggio di sedersi allo stesso tavolo.
Oggi, mentre la guerra è tornata nel continente, cresce l’illusione che la sicurezza possa essere garantita soltanto accumulando armi. «Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo», ha detto il papa, chiamando la guerra tornata in Europa, con le parole di Benedetto XV, una nuova «inutile strage».
Certo, gli aggrediti non possono essere lasciati soli e i popoli hanno il diritto di difendersi. Ma quando la difesa diventa l’unico pensiero, rischia di preparare il conflitto che sostiene di voler evitare. Occorrono fermezza e diplomazia, realismo e una via d’uscita. Negoziare non significa sempre arrendersi. Talvolta significa impedire ai morti di avere l’ultima parola.
Leone XIV ha ripreso la Dichiarazione Schuman del 1950: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano». Poi ha posto la domanda decisiva: stiamo davvero compiendo quegli sforzi creativi oppure ci limitiamo ad arginare l’emorragia della guerra e a prepararci per quelle che immaginiamo debbano ancora venire? Nei bilanci le armi hanno cifre precise; la diplomazia, spesso, soltanto buone intenzioni. Eppure, anche la guerra più feroce termina attorno a un tavolo. La tragedia è arrivarci dopo avere contato i morti.
Ai giovani ha chiesto di impegnarsi anche nella politica e di diventare costruttori di comunità. È un invito necessario in un tempo nel quale la politica viene disprezzata da molti e occupata da pochi. Se i migliori se ne tengono lontani per non sporcarsi le mani, non devono poi stupirsi se a decidere restano quelli che le mani desiderano soltanto metterle sul potere.
La verifica del viaggio
Visto nel suo insieme, il viaggio ha attraversato quattro luoghi simbolici: l’UNESCO, dove si custodisce l’intelligenza dei popoli; Notre-Dame, dove le pietre bruciate sono risorte; Lourdes, dove la fragilità non viene nascosta; Metz, dove le frontiere possono tornare ponti.
Il medesimo messaggio è stato pronunciato in linguaggi diversi: all’Eliseo con le parole della laicità e del diritto, all’UNESCO con quelle della cultura, alla Maison Bakhita con il gesto dell’accoglienza, a Lourdes con la prossimità alla sofferenza, a Metz con la responsabilità europea della pace.
Leone XIV non ha consegnato alla Francia una ricetta. Le ha lasciato domande. Possiamo ricostruire una cattedrale e lasciare crollare la fraternità; creare macchine sempre più intelligenti e diventare meno capaci di riconoscere una persona; proclamare diritti universali e dimenticarli alla frontiera. Possiamo anche difendere la vita nei documenti e lasciare solo chi deve viverla nel dolore. Rimane allora la domanda più scomoda: a che serve parlare di pace, se prepariamo con cura soltanto la prossima guerra?
Il papa è ripartito. Le transenne saranno rimosse, le piazze ripulite, le autorità torneranno nei palazzi e i pellegrini nelle loro case. È adesso che comincia la verifica del viaggio.
Un viaggio apostolico non riesce quando le folle applaudono. Riesce quando, spenti gli altoparlanti, qualcuno fa spazio a un altro; quando una vittima viene ascoltata senza difendere anzitutto l’istituzione; quando un giovane riceve una parola sincera; quando un malato non viene lasciato solo; quando un migrante viene chiamato per nome; quando un governante preferisce il difficile coraggio del negoziato alla facile retorica del nemico.
Leone XIV è andato in Francia «perché il mondo abbia la vita». Ora tocca alla Francia, alla Chiesa e all’Europa dimostrare che non era soltanto un motto stampato sui manifesti.





