
Il mese di dicembre 2025 ha registrato un altro spedito passo verso il giugno del 2026, indicato quale termine fissato per l’implementazione di procedure e strumenti – condivisi dai 27 stati dell’Unione Europea – per la gestione-controllo delle migrazioni, che interessano soprattutto i confini sud e orientali dell’Unione. I Regolamenti detti di “Dublino” (1,2,3) –, legge valida per tutti i Paesi dell’Unione – sono ritenuti insufficienti a garantire flussi migratori controllati.
La norma più discussa e contrastata dei Regolamenti è quella che prevede la responsabilità del trattamento dell’eventuale richiesta di protezione internazionale solo a carico del primo paese di ingresso, ossia, dunque, di quei Paesi che hanno frontiere di terra o di mare con Paesi terzi.
Con tale normativa, evidentemente, il peso dei flussi migratori va a carico soprattutto del confine marittimo del Mediterraneo (a Sud), dei Balcani (a Est), dell’Atlantico (Spagna). In altre parole – al netto della migrazione ucraina scatenata dall’invasione russa – che ha interessato soprattutto la Polonia e la Germania – il flusso continuo e consistente dal Sud/Sud-Est era ed è ritenuto il più problematico da gestire.
Il “Nuovo Patto”
Dal giugno 2024, all’indomani dell’annuncio da parte della Commissione Europea di un New Pact on Migration and Asylum introdotto dalla stessa presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, in cui venivano ripetute più volte le parole “responsabilità” e “solidarietà”, non è cambiato affatto il panorama delle normative nazionali in materia di immigrazione e asilo, se non nella direzione della forzatura del diritto internazionale a impedimento delle attività di salvataggio e accoglienza, da parte di ONG e società civile.
A più riprese Paesi come l’Austria, la Germania e la Danimarca e la stessa Italia hanno ristretto le possibilità di accesso alle richieste di protezione internazionale adducendo, tra le motivazioni, che le attuali migrazioni sono sostanzialmente migrazioni da lavoro più che da causa di pericolo per l’incolumità ai sensi della Convenzione di Ginevra.
Per di più, l’esfiltrazione alle frontiere interne Schengen è diventata prassi più diffusa, col cambiamento epocale degli scenari internazionali, con le guerre più prossime di Russia-Ucraina e Israele-Palestinesi, oltre che con l’avvento di Trump negli USA, personaggio che ha iniziato la sua presidenza con la caccia allo straniero, mettendo in campo anche strutture dell’esercito (violando ogni diritto di difesa delle persone deportate, definite “feccia” e “criminali”, senza imputazione legale alcuna), inaugurazione della fine del diritto internazionale.
Con la manipolazione crescente delle sensibilità politiche attraverso strumenti di comunicazione orientati alla mendacità e alla violenza – di cui i big data portano enormi responsabilità –, oltre alle incursioni dei sistemi di depistaggio messi in opera dagli stessi stati che osano ancora definirsi democratici, è stata inoltre attivata la logica che schiaccia le opposizioni liberali nel “cono d’ombra”, tacciandole di illiceità e colpevole disobbedienza a leggi volutamente ingiuste.
Tutto ciò sta dando vigore all’onda delle ideologie sovraniste che inquinano la vita sociale, anche in Europa, introducendo una stagione di nazionalismi identitari che invocano a gran voce processi di “remigrazione”, ossia le deportazioni dei cittadini stranieri o naturalizzati ritenuti un carico inutile per le comunità nazionali, negando, peraltro, l’evidenza dell’evoluzione sociodemografica negativa in atto nel continente europeo.
Il documento europeo Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo e al Consiglio, Relazione annuale sull’asilo e la migrazione 2025, ben rappresenta, quindi, la cattiva cronistoria di un biennio che dovrebbe completarsi nel giungo 2026.
Il Nuovo Patto viene definito, già dall’introduzione, «una tappa importante nello sviluppo di un approccio globale in materia di migrazione, asilo, gestione delle frontiere e integrazione […] la sua forza risiede nell’equilibrio tra i principi di solidarietà e un’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri»: sostanzialmente il Nuovo Patto non è altro che una questione di frontiere, in cui solidarietà ed equità – tra gli stati – si riferiscono ai sostegni e alle garanzie poste al funzionamento repulsivo delle frontiere, in quanto ancora ritenute inadeguate a fare da catenaccio e a bloccare una mobilità interna all’UE dei richiedenti asilo provenienti dai primi Paesi di ingresso.
Altro punto della “solidarietà” (solo richiesta) è la disponibilità dei Paesi del centro Europa ad accogliere numeri importanti di richiedenti asilo approdati sulle coste del Mediterraneo, quindi da sud oppure da est, oppure dalle Isole Canarie dell’Atlantico.
Molti Paesi, soprattutto dell’est Europa, capeggiati dal cosiddetto Gruppo Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), affiancati spesso dall’Austria, si sono sempre opposti a ogni forma di ricollocamento dei migranti, tanto da aver subito la sanzione monetaria di 20.000 euro per ogni persona migrante non accolta.
Ma tale redistribuzione non ha mai funzionato, in quanto lasciata alla libera volontà dei Paesi, tanto che nel Nuovo Patto, per ovviare alle resistenze, verrebbe infine introdotta l’obbligatorietà dell’ospitalità dei migranti provenienti dai Paesi di frontiera esterni all’UE: “imperativo” che fa amaramente sorridere.
L’ipocrisia dei “Paesi sicuri”
Altro punto fondamentale del Nuovo Patto starebbe nell’individuazione di un elenco di “Paesi sicuri” – sia di partenza che di transito – a cui rispedire i “non accoglibili” facendo accordi con Paesi “terzi”, di per sé estranei alla faccenda, ma disponibili a ricevere gli allontanati, candidati al “rimpatrio”.
Esperienze di questa prassi sono già attuate da tempo dall’Australia, che fa detenere, ovviamente a pagamento, i suoi candidati all’asilo sull’isola di Nauru o sull’isola di Natale, territorio australiano sotto Sumatra (North west point immigration détention), oppure su strutture galleggianti in mare, anche per anni, pur di impedire loro di mettere piede sul suolo australiano e quindi di poter avanzare regolare richiesta di protezione internazionale ai sensi della Convenzione di Ginevra: furfanterie che hanno trovato credito anche nella civilissima Europa.
In Italia il governo e le destre hanno, infatti, accolto con entusiasmo il Nuovo Patto, vantandosi di aver anticipato – con gli accordi con l’Albania – le decisioni del Consiglio d’Europa, grazie ai Centri nati per la detenzione di chi tenta di raggiungere le coste italiane, raccolto nelle acque del Mediterraneo dalla Marina militare.
I Centri albanesi, sorti per impedire ai richiedenti asilo di calpestare il suolo nazionale e rimanere fuori dalla giurisdizione italiana (che sarebbe obbligata ad accoglierli e ad accettare – per verificarla – la richiesta di protezione), mostrano per ora tutto il loro fallimento: fungono da Centri per il Rimpatrio (CPR) fallimentari per l’esiguità dei trattenuti, a fronte degli altissimi costi di manutenzione e di gestione; centinaia di milioni buttati al vento gridando «funzioneranno!», in delirio di onnipotenza.
Il peso di cotanto fallimento grava così sui diritti sanciti dalla Costituzione italiana e dalle leggi italiane ed europee, mentre vengono incolpati i giudici per avere applicato le normative in vigore, tacciandoli di meri invasori di campo, poiché «il potere esecutivo viene vanificato da quello giudiziario».
Anche l’ex premier britannico Rishi Sunak, del partito Conservatore, nel 2022, aveva stipulato un contratto di accoglienza per i deportati dal Regno Unito col Ruanda del dittatore Kagame, ritenendolo “paese sicuro”, nonostante le continue infiltrazioni violente e destabilizzanti nel Kivu congolese, oltre che “partner affidabile”.
Sunak aveva dato persino il via al rastrellamento – casa per casa – dei migranti, anticipando, su più piccola scala, il “modello Trump” – al fine di deportare gli “irregolari” verso il Ruanda, senza farsi troppi problemi di diritto e di morale. Anche in quel caso milioni di sterline sono stati buttati al vento, perché il progetto non ha avuto seguito in quanto sconfessato pure dal nuovo capo del governo Starmer.
Ma, nonostante questi tentativi falliti, l’Europa è a caccia di stati o staterelli disponibili, a suon di danari, ad accogliere gli indesiderati. Secondo la Commissione europea, in un paese terzo – sconosciuto ai deportati – dovrebbe essere loro, comunque, possibile presentare domanda di asilo: sfido chiunque a giustificare il senso di una tale aberrazione, esemplificata dalla storia solo da campi di concentramento.
Del resto, appare del tutto evidente che i Paesi di partenza dei migranti – benché da “noi” ritenuti sicuri – non siano disposti a riaccogliere i propri concittadini che, bene o male, dall’estero, inviano rimesse alle loro famiglie, costituendo una risorsa. L’unica via alternativa di convincimento può essere il pagamento di un consistente tributo, ma esponendosi ad un avvitamento ricattatorio dagli esiti molto incerti.
Resta poi il problema dei “Paesi di transito”: abbiamo “buoni” esempi di transitati ri-accolti in Turchia e Tunisia, nonché in Libia, da parte di bande criminali legittimate dal Memorandum libico in vigore con l’Italia, ragione di violenze e di sofferenze inaudite su uomini, donne e bambini inermi.
Il vantato successo
Torno alla Comunicazione al Parlamento Europeo e leggo al paragrafo Analisi della situazione dell’asilo, dell’accoglienza e della migrazione fra luglio 2024 e giugno 2025: «Nel complesso, tra luglio 2024 e giugno 2025, la situazione migratoria nell’Unione ha continuato a migliorare rispetto agli anni precedenti. Gli arrivi irregolari nell’UE, le domande di protezione internazionale e i movimenti non autorizzati sono diminuiti con una tendenza stabile già osservata dal 2024, e ciò è dovuto anche agli sforzi congiunti della Commissione e degli Stati membri per intensificare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito e rafforzare le frontiere esterne dell’Unione».
In altre parole, in un solo anno si celebra il successo dell’indirizzo preso. Il 2024 rispetto al 2023 segna un calo dell’attraversamento irregolare delle frontiere UE del 35%, 223-812 invece di 342-575. Meno 40,1% dal Mediterraneo Centrale, meno 77,1% dai Balcani Occidentali. L’unica crescita si è avuta con un più 29,6% dalle frontiere orientali, più 6,1% dal Mediterraneo occidentale e più 15,1% in uscita dall’Europa verso il Regno Unito.
Per quanto riguarda l’Italia, si sottolinea che il successo della decrescita è dovuto agli accordi con la Tunisia e ai controlli più serrati alla frontiera turca. In modo contraddittorio, si afferma, allo stesso tempo, la continua crescita delle partenze dalla Libia, dovute alle reti di trafficanti sempre più attive nonostante il Memorandum e ai finanziamenti erogati per le detenzioni.
Ora, le cause di crescita o di diminuzione dei flussi irregolari, ormai gli unici modi per poter entrare in Europa al di là delle quote stabilite in base alle necessità del mercato del lavoro, hanno molteplici motivazioni, non riferibili solo al blocco delle frontiere: vi sono elementi pregressi alla frontiera che possono disincentivare gli arrivi, come la mancanza delle risorse necessarie o la percezione di vanificazione del rischio intrapreso.
Le stesse quote di ammissione, stabilite dallo stato, tra l’altro, non vengono mai esaurite per complessità burocratiche che spesso consentono l’ingresso quando ormai le necessità lavorative sono esaurite.
La mobilità transnazionale non è segnata, dunque, solo dall’efficacia dei controlli alle frontiere o degli accordi di riammissione stipulati, bensì dalle situazioni concrete dei luoghi d’origine o di transito, spesso determinate da cambiamenti repentini che influiscono sulle capacità o sulla volontà di migrare.
L’Europa contro la propria civiltà giuridica?
Concludo sulla lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”: è una lista a fisarmonica stilata in base agli interessi economici o strategici dei diversi Paesi dell’Unione. Non basta fare riferimento al potenziale migratorio dei Paesi in questione, in quanto questi Paesi sono esportatori di quelle risorse che sono necessarie a stabilire o a rafforzare le influenze geo-strategiche che l’Europa cerca faticosamente di mantenere per competere con le altre potenze economiche mondiali.
Umiliare gli stati esportatori di manodopera è una pessima strategia, proprio quando il pianeta diventa multipolare e l’Europa – e ancor più i singoli Paesi UE – rischia la marginalizzazione politica rispetto ai “giganti”, vecchi e soprattutto nuovi, della scena mondiale.
Già la funzione residuale dell’Europa nel suo coinvolgimento pacificatorio nei conflitti in atto dovrebbe essere vista come un campanello di allarme. Ora, ritenere tra i “Paesi di origine sicuri” designati dal Consiglio UE, ad esempio, il Bangladesh, con tensioni sociali e religiose persistenti, oltre ad una condizione ambientale insostenibile, oppure la Colombia, con le tensioni interne di criminalità e guerriglia mai sopite, oppure l’Egitto, retto da una dittatura riconosciuta ma accettata per speculazioni geo-economiche di approvvigionamento energetico, oppure l’India segnata da minoranze etniche e religiose sotto pressione per non parlare del sistema castale tipico del continente sub-indiano, oppure il Kosovo, non ancora pacificato con la parte serba, oppure la Tunisia nelle mani manipolatorie di Kais Saied… è una forzatura miope e deleteria sulle libertà civili di quei Paesi.
La definizione di Paesi ritenuti sicuri “a priori” in partenza o in transito – i cui cittadini possono essere quindi deportati – rappresenta un vulnus giuridico a cui l’UE andrà inevitabilmente incontro non potendo agire in deroga alla Convenzione Europea sui Diritti Umani e alla Corte Europea dedicata, a meno di smentire la propria civiltà, unico retaggio dei sistemi democratici che, al momento, l’Europa può ancora vantare.
Delegare detenzioni, coercizioni, discriminazioni, violenze gratuite e inutili su persone inermi e innocenti, significherebbe la fine dello stato di diritto europeo e l’allontanamento definitivo dalla posizione geo-strategica necessaria atta ad affrontare un futuro multipolare aperto ad ogni sfida.






I centri albanesi non hanno funzionato perché la magistratura ha bloccato e rispedito indietro i migranti ogni volta si è provato a trasferirli laggiù. Ma ormai non siamo più neppure noi un paese sicuro e le politiche anti migrazione di Trump sono decisamente orribili, da condannare, come tutto quello che fa, compreso l’attacco proditorio al Venezuela di oggi. Ma che ci sia da regolamentare un esodo biblico che non ci possiamo accollare pen ala distruzione della nostra civiltà (e i primi segnali già si notano), mi pare che sia indiscutibile.
Quando si fanno cose contro i diritti umani e contro la legge italiana i magistrato possono intervenire. Non ci vuole un genio a capirlo. Regolamentiamo pure ma rimaniamo in un ambito di legalità, cosa a cui questo governo (come Trump) tenta di derogare molto facilmente.
L’Europa non è in grado di difendere i propri confini e dimostra di non aver imparato nulla dalla Storia, in particolare quella dell’Impero Romano. Ma anche senza conoscere la Storia basta riflettere e porsi una semplice domanda: cosa accadrà quando in un’Europa che per tanti motivi è in forte crisi demografica prevarranno i prolifici immigrati di fede islamica? Giovani, forti e numericamente in crescita, non imporranno per caso la loro religione e le loro leggi? “Vi conquisteremo con le vostre leggi e vi sottometteremo con le nostre”: non l’ho detto io.
La metta sul positivo, non dovrà vedersela con noi ottusi cattolici e sarà un passo in avanti…
Passi non credere, ma credere al complottismo… è triste assai.