
Ha fatto bene il presidente di Pax Christi Italia, monsignor Giovanni Ricchiuti, a dire al quotidiano di riferimento del Movimento 5 Stelle (Il Fatto Quotidiano) che i cattolici non possono più votare PD? La mossa ha suscitato la reazione del teologo Marco Vergottini, che in punta di Concilio Vaticano II spiega perfettamente che «la Chiesa serve la società non quando suggerisce agli elettori quale partito appaia più coerente votare, ma quando forma donne e uomini capaci di assumersi, in piena libertà e responsabilità, il peso del discernimento politico». Una lezione laicamente cristiana e cristianamente laica, sicuramente preziosissima (Gian Luca Mercuri; ripreso dalla La Rassegna on-line del Corriere della Sera, 31 luglio 2026).
L’intervista rilasciata da monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, a Il Fatto Quotidiano (28 luglio scorso) ha suscitato un dibattito che va ben oltre l’usuale discussione sul pacifismo cattolico.
L’Arcivescovo, infatti, non si è limitato a ribadire la storica contrarietà dell’associazione al riarmo europeo e all’invio di armi all’Ucraina. Ha espresso un giudizio molto severo sul Partito democratico, sostenendo che la sua linea in politica estera rischierebbe di allontanare una parte dell’elettorato cattolico/pacifista, destinato a orientarsi verso altre forze del cosiddetto «campo largo» – come il Movimento 5 Stelle o Alleanza Verdi e Sinistra –, oppure ad astenersi dal voto. Più ancora: ha espresso osservazioni assai critiche nei confronti di Elly Schlein e della sua incapacità di governare le troppe (e litigiose) correnti del PD.
Da qui l’interrogativo, formulato dallo stesso presule: ha ancora senso per un elettore cattolico, sensibile ai temi della pace, votare il Pd?
Le distinzioni necessarie
Per comprenderne la complessa questione conviene distinguere diversi livelli.
a) Il primo è quello morale. Su questo piano mons. Ricchiuti è perfettamente coerente con la tradizione di Pax Christi, che da decenni denuncia la corsa agli armamenti, critica l’aumento delle spese militari e considera l’invio di nuove armi un fattore destinato a prolungare i conflitti anziché a risolverli.
b) Più delicato è il secondo livello, quello storico-ecclesiale. Nel cattolicesimo italiano convivono oggi letture differenti relativamente alla guerra in Ucraina. Molti cattolici, condannando l’aggressione russa, ritengono moralmente legittimo sostenere militarmente il diritto dell’Ucraina alla difesa. Altri, come Pax Christi, giudicano che ogni ulteriore invio di armi alimenti inevitabilmente l’escalation del conflitto.
c) Su un terzo livello, espressamente politico, mons. Ricchiuti non si limita a dissentire dalla posizione del PD. Formula una vera analisi politico-elettorale. Sostiene che il PD starebbe perdendo il proprio tradizionale elettorato pacifista e che tale consenso potrebbe spostarsi verso altre forze della coalizione di centrosinistra. Utilizza inoltre espressioni – come «perdere voti», «spostamento dell’elettorato», «campo largo», «conviene votare un altro partito» – che, come tali, appartengono al lessico dell’attuale agenda politica.
d) V’è poi un livello di rilievo canonico. Dato che si tratta di valutazioni assolutamente personali, sorge l’interrogativo: ma chi ricopre un incarico ecclesiale di rilievo (tanto più se vescovo) è autorizzato a divulgare pubblicamente la propria opinione politica? Senza dimenticare, poi, che il Presidente di Pax Christi viene eletto dalla Conferenza episcopale italiana, e sebbene le sue uscite pubbliche non rappresentino quest’ultima, nondimeno la chiamano in causa (seppur indirettamente). Ora, come ogni cittadino, un vescovo può avere un’opinione politica ed esprimerla. Ma nelle dovute sedi. Un conto è una riunione a porte chiuse di aderenti a un’associazione; tutt’altro conto, è un’intervista a un quotidiano nazionale. In tal caso, pare sconveniente e irrituale che esprima giudizi favorevoli o contrari su personalità o partiti politici.
e) Esiste infine un ultimo livello da mettere in luce, espressamente teologico. Da un membro dell’episcopato ci si aspetterebbe uno scrupoloso e zelante rispetto della «differenza» cristiana e del principio di «laicità» (della Chiesa verso lo Stato).
La lezione del Vaticano II
La vicenda dell’intervista di mons. Ricchiuti offre l’occasione per riconsiderare la lezione del Concilio Vaticano II sui rapporti tra Chiesa e politica. Quale rapporto deve intercorrere tra la testimonianza ecclesiale e la competizione politica? La risposta del Concilio è di sorprendente chiarezza.
Anzitutto, i pastori della Chiesa non sono chiamati a fornire soluzioni concrete per ogni problema politico. Gaudium et spes afferma con grande realismo: «Non pensino [i fedeli laici] che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge possano avere pronta una soluzione concreta» (GS 43).
È un’affermazione di straordinaria modernità. La politica contemporanea è attraversata da problemi di enorme complessità – dalle guerre all’economia globale, dalla bioetica all’intelligenza artificiale – che non si lasciano risolvere mediante deduzioni immediate a partire da un principio morale. Il Vangelo offre criteri, non ricette; orienta le coscienze, non sostituisce il discernimento storico.
Per questa ragione il Concilio compie un passo ulteriore, ancora più audace. Riconosce che, di fronte alla medesima questione politica, «altri fedeli, altrettanto sinceramente, potranno esprimere un giudizio diverso» (GS 43). Qui si trova il fondamento teologico del pluralismo politico dei cattolici. L’unità della fede non coincide con l’uniformità delle opzioni politiche. Due cristiani possono condividere il medesimo Vangelo e giungere, con uguale onestà di coscienza, a valutazioni differenti circa gli strumenti più efficaci per promuovere la pace, la giustizia sociale o la tutela della libertà. La politica è il luogo della prudenza, della mediazione e della responsabilità storica, non dell’applicazione automatica di principi astratti.
Per questo il Concilio restituisce ai laici la loro piena dignità ecclesiale. Si badi, l’impegno politico non è una concessione della gerarchia, ma una vera vocazione cristiana. Di conseguenza: il fedele cristiano non è il terminale operativo delle indicazioni dell’autorità ecclesiastica. Possiede una coscienza adulta, chiamata a coniugare fede, competenza professionale, conoscenza delle istituzioni e capacità di discernere ciò che, nelle concrete circostanze storiche, appare realmente possibile per il bene comune.
Entra qui in gioco il principio della sana laicità, una delle acquisizioni più feconde del Vaticano II. «La Chiesa in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico» (GS 76). Non si tratta di separazione ostile, bensì di reciproca autonomia. Lo Stato e la Chiesa sono entrambi al servizio della persona umana, ma secondo competenze differenti. Serve ovviamente un equilibrio e non una confusione nel loro rapporto; su questa base si dovrà misurare la maturità di una Chiesa conciliare e la qualità di una autentica laicità repubblicana.
La pace è un valore irrinunciabile, ma le scelte politiche attraverso cui perseguirla appartengono invece alla responsabilità dei cittadini, al legittimo pluralismo dei credenti e al libero confronto della democrazia.
La Chiesa serve la società non quando suggerisce agli elettori quale partito appaia più coerente votare, ma quando forma donne e uomini capaci di assumersi, in piena libertà e responsabilità, il peso del discernimento politico. Il Concilio non limita la parola della Chiesa. Al contrario, la rende più autorevole, perché rinuncia a identificarsi con una parte politica: la Chiesa può parlare a tutti e giudicare tutti alla luce del Vangelo.
Il pastore e la custodia delle coscienze
Per finire. Anche quando nasce dalle migliori intenzioni, l’ingresso diretto di un vescovo nella competizione fra i partiti produce quasi inevitabilmente un effetto controproducente: sposta l’attenzione dal contenuto evangelico della pace alla presunta collocazione politica della Chiesa. E il Vangelo finisce per essere letto come il programma di una parte.
Ricordo che don Luigi Bettazzi sosteneva che «la Chiesa deve sollecitare coloro che fanno professione di cristianesimo a essere coerenti con i valori a cui si richiamano», ma al contempo riconosceva testualmente: «La Chiesa non deve identificarsi con nessuna parte politica».
Nell’Azione Cattolica ambrosiana ho imparato da Giovanni Giudici che un pastore può avere convinzioni politiche ben precise, ma deve custodire ancor più la libertà delle coscienze. Il vescovo Giudici è stato un uomo integro e un cristiano esemplare, stretto collaboratore e amico del cardinale Martini, «Bocconiano dell’anno 1992». Nonché (dal 2009 al 2014) presidente di Pax Christi Italia.






Un cattolica quando deve votare si deve turare il naso e dopo attenta valutazione votare il male minore. Il PD é il male minore secondo me non certo il meglio.
grazie! Pultroppo bisogna sempre guardare al male minore! per questo occorre essere prudenti nel parlare, perchè poi a livello concreto dobbiamo essere capaci di discernere volta per volta! E non fidarci troppo di chi sventola valori per noi buoni ma posti davanti per interessi altri….. invochiamo la luce dall’Alto!
«La Chiesa non deve identificarsi con nessuna parte politica». Poi però in tempo di elezioni vedi fuori dalle chiese i gabbiotti del PD con le suore che avvicinano le vecchiette….o vedi Bergoglio che non riceve alcuni politici ma ne riceve solo altri, o va a casa di famose abortiste di estrema sinistra e le chiama “esempio di libertà e resilienza”…e allora capisci che tutto il richiamo dei documenti del concilio ad una chiesa lontana dalla politica in realtà aveva solo un unico scopo: favorire la sinistra!
Nel caso di Ricchiuti siamo di fronte, a mio avviso, ad un rigurgito di “ruinismo’. Non mi stupisce, Mi aspetto anche altro.
Ma è il presidente di Pax Christi, ci sta dai, chd dovrebbe dire di diverso? Poi ogni giornale tira fuori un vescovo, un cardinale, un teologo a caso che gli dia ragione. ..
Guai a parlare male del PD. Contro il governo, invece, si può scrivere in abbondanza
L’obiezione più seria rivolta a mons. Ricchiuti non riguarda tanto il suo giudizio sulla guerra, quanto le considerazioni formulate sul Partito Democratico, sulla leadership di Elly Schlein e sulle possibili ricadute elettorali di alcune scelte in materia di politica estera. È questo il passaggio che ha indotto alcuni a ritenere superato il confine tra discernimento pastorale e intervento partitico.
La questione, tuttavia, merita una lettura meno schematica. Un conto è dire ai fedeli quale partito debbano votare; altro è osservare che determinate scelte politiche producono effetti sul rapporto tra un partito e una parte del suo elettorato. Si tratta di un’analisi che può essere condivisa o contestata, ma che non coincide automaticamente con una direttiva di voto.
Nella tradizione della dottrina sociale della Chiesa i pastori hanno spesso espresso valutazioni critiche sulle culture politiche, sui programmi di governo, sulle trasformazioni dei partiti e persino sulle loro contraddizioni interne, senza per questo identificarsi con uno schieramento alternativo. Da sempre la Chiesa richiama i soggetti politici a verificare la coerenza tra i valori proclamati e le scelte concretamente assunte.
Nel caso specifico, mons. Ricchiuti ha manifestato la preoccupazione che una parte del mondo cattolico sensibile alla pace possa non riconoscersi più nelle posizioni del PD sul riarmo e sull’invio di armi all’Ucraina. È una valutazione discutibile sul piano dell’analisi politica, ma non per questo illegittima sul piano ecclesiale. Un pastore che vive quotidianamente il confronto con associazioni, movimenti e comunità ecclesiali può raccogliere orientamenti, inquietudini e disagi che ritiene doveroso portare all’attenzione del dibattito pubblico.
Anche il riferimento alle difficoltà della leadership di Elly Schlein va interpretato in questa prospettiva. Non sembra configurarsi come un giudizio sulla persona, bensì come l’osservazione che una forza politica attraversata da profonde divisioni rischia di perdere chiarezza e credibilità su un tema decisivo come quello della pace. In un’intervista giornalistica, un’analisi di questo tipo appartiene inevitabilmente al linguaggio della politica; ma il suo intento può rimanere pastorale: richiamare tutti i soggetti pubblici alla responsabilità di elaborare progetti credibili di pace.
Naturalmente, resta vero che un vescovo deve esercitare particolare prudenza quando entra in questo terreno. La sua parola non dovrebbe mai apparire come una preferenza per una parte contro un’altra. Tuttavia la prudenza non può trasformarsi in mutismo. Se ogni valutazione sulle scelte dei partiti fosse considerata impropria, ai pastori sarebbe preclusa qualsiasi lettura critica della vita pubblica. E ciò finirebbe per impoverire proprio quella funzione profetica che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto alla Chiesa nel dialogo con il mondo contemporaneo.