Paure tecniche, rischi politici

di:

salvini e meloni

A meno di un anno dall’inizio del suo governo, Giorgia Meloni sembra ossessionata dal pericolo di una fine anticipata. Sulla base di alcuni retroscena giornalistici assai vaghi, ha iniziato da giorni a denunciare ogni ipotesi di governo tecnico (da nessuno avanzata): «Mi diverte molto il dibattito, si fanno già i nomi dei ministri, ma temo che questa speranza non si tradurrà in realtà».

L’articolo all’origine di questa bizzarra polemica è uscito sulla Stampa, a firma di Annalisa Cuzzocrea, e non era altro che un insieme di suggestioni: sale lo spread, muore Giorgio Napolitano che ha gestito il più tecnico dei governi, quello con Mario Monti nel 2011, non c’è una alternativa credibile a Meloni perché pure la leadership di Elly Schlein è incerta, Mario Draghi ed Enrico Letta hanno avuto incarichi europei (per occuparsi del futuro delle istituzioni e del mercato unico)…

Tutte cose che tra loro c’entrano zero, ma in un paese dove si continua a credere agli oroscopi si può sempre trovare un senso nascosto nelle cose più disparate.

Dietro la scelta di Meloni di atteggiarsi a vittima predestinata di un complotto c’è sicuramente il tentativo di ritrovare l’immagine di leader anti-sistema che è parte della sua storia di successo, ma anche la scelta di mandare un messaggio a Matteo Salvini, che con la Lega ormai è in una campagna elettorale permanente contro Fratelli d’Italia, in vista del voto alle elezioni europee dove vige la legge proporzionale (tutti contro tutti) e non ci sono coalizioni.

Senza Meloni, è il messaggio della premier, non ci sono altri esecutivi possibili per il centrodestra.

La possibile uscita di Daniela Santanché, ministra del Turismo travolta da inchieste e problemi societari, potrebbe innescare una richiesta di Salvini di cambiamenti più radicali, e allora Meloni vuole fermare tutto subito.

Su una cosa però Meloni, quasi senza volerlo, ha ragione: questa maggioranza sta creando il genere di condizioni che possono portare alla perdita di credibilità finanziaria che in passato ha spesso richiesto l’intervento di governi di emergenza.

La paura tecnica è prematura, ma il rischio politico è qui e ora.

Non solo spread 

Lo spread tra BTP e bund è poco sotto i 200 punti, ma quello che conta è che in una fase di tassi di interesse crescenti, il costo del debito italiano continua ad aumentare e aumenta più rapidamente di quello tedesco. Il fatto che crescano entrambi rende lo spread relativamente stabile ma nasconde il vero problema: rifinanziare l’enorme indebitamento accumulato sta diventando più oneroso.

Il costo del debito a 10 anni è ormai sopra il 4 per cento, ben lontano dal 7 per cento del 2011, a un passo dalla bancarotta, ma due anni fa era all’1 per cento.

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La colpa non è del governo, o non soltanto, perché è il contesto che è peggiorato: rallentamento della crescita, inflazione, banche centrali che rispondono alzando i tassi di interesse. Ma l’Italia è da decenni un paese a bassa crescita e ad alto debito, esposto agli shock.

La politica conta poco, ma conta a determinare se gli shock vengono attutiti o amplificati. Con Mario Draghi, per esempio, a prescindere da cosa facesse davvero il suo governo, ogni problema arrivava ovattato da una cortina di reputazione positiva per l’esecutivo e il paese.

Con Giorgia Meloni per molti mesi mercati e osservatori internazionali sono rimasti a guardare, piacevolmente colpiti dall’assenza di mattane, poi le mattane sono arrivate. Prima la tassa sugli extra profitti delle banche – non preannunciata, confusa, rivista, pasticciata – e poi la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che ha certificato un problema serio di conti pubblici che era intuibile ma ora è ufficiale.

Il governo prevede di fare molto più deficit di quello stabilito lo scorso anno, nel 2023 si passa dal 4,5 per cento del PIL al 5,3 per cento, nel 2024 dal 3,7 per cento al 4,3 per cento. La previsione è di tornare sotto la soglia obiettivo del 3 per cento soltanto nel 2026, che è come dire mai perché ogni anno il momento della verità slitta un po’ in avanti.

Il costo del debito – cioè la percentuale del PIL che va a pagare gli interessi passivi –nei prossimi anni sarà sempre sopra il 4 per cento, destinata a crescere per effetto dell’aumento dei tassi fissati dalla BCE.

In questo contesto è chiaro che governare il paese significa fare due cose: o impegnarsi in riforme profonde, drastiche, che aumentino il potenziale di crescita, oppure governare l’esistente cercando di fare meno danni possibile.

I governi politici non sono mai – per una ragione o per l’altra – pronti a fare riforme e scelte che possono scontentare qualcuno nel breve periodo ma che danno benefici nel lungo.

Poche cose ma pericolose

Per governare l’esistente senza farsi troppo male, la prima regola dovrebbe essere di muoversi con cautela. Perché i mercati conoscono bene i fondamentali economici (poco eccitanti) dell’Italia, quello a cui faticano a dare un prezzo è la serietà della sua classe politica e la propensione degli elettori a votare politiche irresponsabili.

Un esempio per tutti: nella NADEF c’è una interessante tabella dedicata alle misure una tantum. E già l’esistenza di una simile tabella dice molto sulla politica di bilancio in Italia.

Si vede così che i provvedimenti di «tregua fiscale», cioè i condoni voluti dalle destre, avranno un impatto notevole e negativo: 1,2 miliardi nel 2023 e 254 milioni nel 2024, solo in parte compensati dal saldo positivo (tutto da dimostrare) di 458 milioni complessivi nei due anni seguenti.

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Poca cosa direte, ma è la somma di queste misure prive di senso economico e dal chiaro ritorno elettorale che aggiunge rischio politico a quello finanziario intrinseco in un debito pubblico così elevato come quello italiano.

Dalla contro-riforma Fornero al Superbonus ai condoni: i governi riescono a fare poco, con un bilancio pubblico così ingessato, ma se sbagliano quel poco il costo in termini di perdita di credibilità finanziaria può essere molto elevato.

Il governo tecnico per ora non c’è e non si vedono le condizioni politiche neppure per immaginarlo – non lo sosterrebbe neppure il PD – ma il pericolo che un governo molto politico faccia molti errori in poco tempo e che questo generi pesanti conseguenze finanziarie è invece più concreto.

  • Pubblicato sul blog Appunti, 3 ottobre 2023
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