Nessuno è in grado di prevedere come si evolverà la guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran nei prossimi giorni. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a parlare ma rivela soltanto l’assenza di una strategia, ora evoca un conflitto di almeno un mese, che è più del doppio della durata dell’ultimo attacco a giugno scorso.
Mentre ragionare sul futuro è difficile, l’analisi del presente dovrebbe essere più semplice: le premesse e i modi di questa guerra, oltre agli effetti immediati, sono in contrasto con tutto quello che l’Unione Europea ha detto e fatto in questi anni, in materia di diritto internazionale, nei confronti dell’Iran e di approccio complessivo del Medio Oriente. Eppure i leader europei, inclusi quelli delle istituzioni europee, non riescono a dire una parola di critica agli Stati Uniti e a Israele, con l’eccezione del premier spagnolo Pedro Sánchez, che ormai è il leader solitario dell’opposizione europeista interna.
Sánchez ha detto una cosa ovvia, in coerenza con i principi professati ma non praticati anche da tutti gli altri leader: si può condannare un regime «odioso» come quello iraniano senza per questo approvare un intervento militare «ingiustificato, pericoloso e fuori dalla legalità internazionale».
Parole semplici, ma impronunciabili per quell’élite europea che passa il tempo a evocare una «autonomia strategica» nella quale evidentemente non crede, se poi alla prima occasione si riallinea con gli Stati Uniti di Donald Trump dai quali si vorrebbe emancipare.
La Commissione europea
Il caso più sorprendente è quello della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che nel suo mandato non ha la politica estera, che spetta agli Stati membri e al Consiglio che li coordina. Infatti l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas, è sia commissario che vicepresidente del Consiglio.
Von der Leyen si comporta invece come un capo di Governo, o addirittura un capo di Stato, e sostiene una linea molto impegnativa per tutta l’UE che però non ha concordato con nessuno: nei suoi tweet parla di «ritrovata speranza per il popolo dell’Iran tanto a lungo sofferente» e sostiene «il suo diritto a stabilire il proprio futuro». Poi condanna i rischi di escalation e dice che soltanto una risposta diplomatica può essere «una soluzione duratura» alla crisi.
Non una parola sugli Stati Uniti e Israele. Un marziano che leggesse i tweet di Von der Leyen penserebbe che in Iran è in corso una rivoluzione dal basso, che invece è stata soffocata nel sangue a gennaio, e non una guerra illegale con tanto di assassinio mirato del capo della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei.
La presidente della Commissione ci informa poi di aver passato ore al telefono con tutti i capi di Governo vittime della ritorsione iraniana, di aver espresso solidarietà, di supportare iniziative come quella della Turchia che si candida a mediatrice.
Mai un accenno a cosa ha scatenato la ritorsione dell’Iran e a quale delle parti al tavolo ha rinunciato alla diplomazia come gestione del pericolo che l’Iran si doti di un’arma nucleare.
L’aspetto più singolare di questa scelta unilaterale di posizionare la Commissione a supporto di una guerra preventiva è che perfino il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha idee diverse. Il politico portoghese non riesce a nominare Trump o gli Stati Uniti, ma almeno prova a salvare la faccia con un generico invito «a tutte le parti» coinvolte «a esercitare la massima moderazione, per proteggere i civili e rispettare il diritto internazionale».
Il rispetto delle regole
Eppure la posizione dell’UE dovrebbe essere chiarissima: dall’Ucraina alla Groenlandia, i Paesi guida dell’Unione e le sue istituzioni hanno sempre ribadito l’importanza del rispetto delle regole condivise, che nel caso specifico prevedono che serva una risoluzione dell’ONU per autorizzare un Paese membro delle Nazioni unite all’uso della forza.
Inoltre, l’approccio europeo all’Iran è sempre stato diverso: l’UE era il principale sponsor dell’accordo JCPOA, l’accordo del 2015 che costruiva una specie di tavolo diplomatico permanente di incentivi e vincoli per spingere il programma nucleare dell’Iran lontano dalle applicazioni belliche.
Quando Trump ha abbandonato il JCPOA nel 2018, gli europei hanno provato in tutti i modi a difendere quello schema, invece di seguire il presidente americano nella linea della minaccia e della massima pressione.
Inoltre, se c’è una cosa che gli europei non possono permettersi è l’aumento dei prezzi dell’energia.
Gli Stati Uniti sono ormai esportatori netti, sia di gas naturale liquefatto che di petrolio, dunque nel breve periodo non risentono di shock sui prezzi.
Gli europei invece sono esposti a questo pericolo che può innescare immediate conseguenze sull’economia reale e sulla tenuta stessa della società, come dimostra la crisi del gas seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Dunque non ci sono dubbi che per l’UE l’inizio della guerra in Iran sia un problema di principio e di sostanza.
Il balzo del prezzo del GNL è stato notevole ma non comparabile a quello seguito all’invasione dell’Ucraina. E invece tutti, ma proprio tutti − tranne Sánchez − sembrano aver deciso di sostenere la guerra di Trump, o almeno di non criticarla.
Tutti riallineati
Se ci si ferma a pensare un secondo è sorprendente, visto come l’Europa si era lacerata di fronte all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003: l’allora primo ministro britannico Tony Blair è ancora inseguito da chi gli chiede conto della scelta fatta all’epoca, di seguire senza condizioni Washington in una guerra basata su false premesse – le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein − e prove artefatte.
Allora, però, almeno c’era un dibattito e un tentativo degli Stati Uniti di costruire un consenso intorno all’uso della forza dalle conseguenze così imprevedibili e, si è capito presto, disastrose.
Ora non si sa neppure che cosa sta facendo Trump, quale sia l’obiettivo dell’intervento, la strategia. Perfino nel mondo trumpiano sembrano esserci perplessità, come dimostra il silenzio sull’operazione iraniana del vicepresidente JD Vance, che è sempre stato uno dei sostenitori del disimpegno degli Stati Uniti dalle «forever wars», le guerre infinite in Paesi lontani che costano miliardi e migliaia di vite.
Sulla rivista Foreign Affairs, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha appena pubblicato un saggio sulla necessità di evitare «la tragedia della politica delle grandi potenze».
Su quelle stesse pagine il presidente della Finlandia Alexander Stubb aveva pubblicato il molto citato intervento che delineava un nuovo «realismo basato sui valori» che ispira l’azione dei Paesi medio-piccoli, e poi al World Economic Forum di Davos il premier canadese Mark Carney era stato celebrato come l’anti-Trump dell’Occidente quando aveva delineato le linee di azione delle «potenze medie» in un mondo post-americano.
Oggi tutti questi leader con velleità strategiche si riallineano dietro Trump e dietro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per appoggiare una guerra illegale della quale sembrano sapere peraltro poco o nulla, vista la scarsa considerazione che l’amministrazione Trump ha per alleati e vassalli.
È l’ennesima dimostrazione che le leadership europee vanno giudicate per quello che fanno, non per quello che dicono. Parlano di autonomia strategica, ma praticano sottomissione. Dicono di volersi contrapporre a Donald Trump, di voler offrire un’idea di Occidente diversa. Ma la verità è che ne hanno soltanto paura e continuano a cercare di blandirlo per evitare la sua ira.
Così, però, i leader europei si guadagnano sia il disprezzo del presidente americano − che non rispetta i deboli − sia dei cittadini di tutta l’Unione.
L’Iran non è il Venezuela: l’analisi di Pier Luigi Petrillo
Pier Luigi Petrillo è professore ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza e direttore della Cattedra UNESCO sul patrimonio culturale. Per Il Mulino ha pubblicato da poco la nuova edizione del suo libro L’Iran degli ayatollah.
- Che ruolo e che poteri ha la Guida Suprema nell’architettura di potere iraniana?
La Guida Suprema in Iran ha una doppia funzione. Da un lato è la guida spirituale e morale della popolazione, in quanto massima autorità religiosa; dall’altro è la guida politica che coordina tutti i poteri dello Stato e vigila sulla corretta attività del Presidente della Repubblica, della magistratura e del Parlamento.
Con questa duplice funzione, la Guida Suprema da un lato detta la linea dei comportamenti che i cittadini devono tenere, definendo ciò che è conforme alla legge coranica e ciò che non lo è; dall’altro orienta e determina l’indirizzo dell’azione politica.
Tuttavia, la Guida Suprema non è un dittatore solitario: è al vertice di un sistema di potere molto complesso e articolato, fondato su una pluralità di organi costituzionali che si bilanciano e si intrecciano tra loro.
- Trump sembra avere in mente uno scenario “modello Venezuela”: sostituire il vertice di un regime ostile con uno più collaborativo. Può funzionare anche in Iran?
Il modello Venezuela non può funzionare in Iran, per una ragione strutturale: il sistema politico iraniano è un sistema multilivello, in cui i diversi vertici sono concatenati tra di loro. Togliere la Guida Suprema non significa cambiare il regime. La stessa Costituzione lo prevede in modo molto chiaro.
In caso di morte della Guida Suprema, viene convocata l’Assemblea degli Esperti, che provvede a nominare il successore scegliendolo tra i religiosi di grado più elevato. Nelle more della convocazione, si costituisce un consiglio per la gestione temporanea del potere composto dal Presidente della Repubblica, dal capo del potere giudiziario e da un rappresentante del Consiglio dei Guardiani.
Tra le figure più rilevanti in questa fase di transizione vi è l’ayatollah Ali Reza Arafi, considerato uno degli esponenti più rigoristi nell’interpretazione coranica, e tra i religiosi più vicini a Khamenei.
Dunque, il modello Venezuela non è credibile in Iran. A meno che non si immagini l’eliminazione dell’intera linea di comando del Paese, scenario che appare difficilmente realistico, la sostituzione della sola Guida Suprema non determinerebbe un cambio di regime.
C’è poi un elemento politico decisivo. In Venezuela, alla rimozione del dittatore è seguita una disponibilità immediata ad accordi con gli Stati Uniti da parte della nuova leadership. In Iran, nessun eventuale successore di Khamenei potrebbe realisticamente mostrarsi subordinato a Washington: verrebbe immediatamente delegittimato e diventerebbe bersaglio non solo delle fazioni interne, ma anche di una parte consistente della popolazione.
La società iraniana ha contestato duramente le misure liberticide del regime, ma questo non implica l’accettazione di un potere percepito come eterodiretto dagli Stati Uniti. L’opposizione al regime non coincide con la disponibilità a un protettorato americano.
- L’Iran potrebbe diventare una dittatura militare sotto le Guardie della Rivoluzione?
È uno degli scenari teoricamente possibili: una dittatura militare guidata dai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, che negli ultimi quindici anni hanno acquisito un potere economico e politico crescente.
Tuttavia, non mi sembra lo scenario più probabile, né quello auspicato da Stati Uniti e Israele.
Uno scenario alternativo potrebbe consistere nel favorire l’emersione degli ayatollah più riformisti, legati alle figure di Mohammad Khatami e Hassan Rouhani, che negli ultimi dieci anni sono stati oggetto di forti intimidazioni e marginalizzazioni, fino agli arresti domiciliari.
L’idea potrebbe essere quella di riportare in primo piano religiosi più pragmatici e riformisti, capaci di reinterpretare il sistema dall’interno senza spezzarne la struttura.
Va poi considerato un elemento storico. Prima della rivoluzione khomeinista, il Paese era governato da una monarchia autoritaria consolidata da Reza Shah Pahlavi attraverso un colpo di Stato militare nei primi decenni del Novecento. Quell’esperienza, segnata da repressione e controllo autoritario, è ancora viva nella memoria collettiva iraniana.
Per questo motivo, un ritorno a una forma di dittatura militare pura appare poco compatibile con la storia recente e con la sensibilità di una società che, pur divisa e sotto pressione, conserva una forte memoria dei traumi del passato.
- Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 3 marzo 2026







Mah, l’errore è stato accettare di seguire Putin con l’idea che si vince solo sul campo di battaglia. Un volta smascherata la fragile patina di “legalità” dei rapporti di forza internazionali è tornata a galla la forza bruta.
Con buona pace della fine della storia e di tutte le chiacchiere sul progresso.
Speriamo che si raggiunga un nuovo equilibrio senza troppi morti..