Jacques Frant: da anarchico ateo a monaco

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«Accadde una sera del 1962, quando io avevo 12 anni. Nostro padre spense la radio e, in silenzio, rimase di fronte all’apparecchio con un’aria molto triste. Era una tristezza che non avevo mai visto prima. Ci avvicinammo e lui ci disse: “Carissimi figli, devo spiegarvi perché sono triste questa sera. Voi sapete ciò che abbiamo vissuto durante l’olocausto. Io sono fiero di essere ebreo, ma in qualche modo ne ho anche la vergogna perché, dopo tutto ciò che abbiamo subìto, non abbiamo imparato niente. Vedete, questo Stato di Israele non è un bene per noi. Noi faremo ai palestinesi ciò che abbiamo subìto dai nazisti, e forse di più. Io non lo vedrò, ma voi lo vedrete”».

L’insostenibile situazione in Cisgiordania

Con queste parole padre Jacques Frant, monaco melchita della diocesi di Gerusalemme, ha iniziato a raccontare la sua esperienza di vita in Cisgiordania.

Ho avuto la fortuna di poterlo ascoltare a Mantova presso il chiostro di San Barnaba, in una serata organizzata, qualche tempo fa, dalle associazioni “Solidarietà Educativa”, “Arca della Pace” e “Centro di Aiuto alla Vita”.

Ero andato ad ascoltarlo, come tanti dei presenti, nella convinzione di avere qualche aggiornamento sulla situazione in “Terra Santa”. Invece, con mia sorpresa, ciò che ho ricevuto è il racconto di un’esistenza vissuta alla ricerca di un senso. Tutta la vita di Jacques Frant è stata, infatti, posta nel segno della ricerca di un Dio che, fin dagli anni della giovinezza, si è sforzato incessantemente di rifiutare e di rinnegare, metafora vivente della faticosa ricerca della pace in quella terra.

Chi è padre Frant

Oggi Jacques Frant è conosciuto come il monaco che ha fondato l’Eremo di Sant’Efrem a Taybeh, ultima cittadina cristiana della Cisgiordania. È nato a Parigi, nel 1950, da una famiglia ebrea che ha conosciuto gli orrori della Shoah. Fin da bambino, all’inizio degli anni ’60, ha conosciuto gli orrori della guerra. All’epoca, era quella in Algeria, che rivendica l’indipendenza. I giovani francesi venivano arruolati per tre anni e mandati a combattere.

A Parigi, nei dintorni della sua casa, c’erano i quartieri degli immigrati, ed è così che Jacques Frant è entrato in contatto con i poveri. Da ragazzo si è impegnato come volontario nei dormitori dove alloggiavano, in condizioni quasi disumane, gli immigrati africani. Di fronte a queste situazioni, il giovane Frant ha maturato la convinzione che bisognava fare qualcosa per cambiare la società.

A 17 anni, quasi per caso, è entrato nel “Movimento Anarchico”. Da questo è uscito dopo un anno, perché, come racconta, «c’era troppa ideologia fine a sé stessa». A soli 18 anni ha creato un suo movimento che lo porterà a partecipare – insieme a personaggi come Daniel Cohn Bendit – al maggio parigino del 1968.

Jacques Frant oggi racconta la sua gioventù da rivoluzionario con un pizzico di auto-ironia. L’ora monaco racconta come, una volta, sia salito di notte con una scala sulla facciata di una chiesa storica di Parigi: voleva scrivere con la vernice, con i suoi compagni, la celebre affermazione di Nietzsche: “Dio è morto!”. Fu però bloccato dalla polizia e portato in gendarmeria dove, per il resto della notte, venne malmenato.

La mattina seguente – curioso di sapere a che punto lo avessero interrotto nel lavoro – tornò davanti alla chiesa per scoprire che aveva fatto in tempo a scrivere solo le prime due parole: «Dio è». Al parroco di quella chiesa – paradossalmente – quella scritta piacque così tanto che volle conservarla per quasi vent’anni.

La giovinezza di Jacques Frant è stata dunque tutta segnata da una lotta, una ricerca, una tensione verso qualcosa che, a quell’epoca, lui non riusciva a capire. Ancora minorenne, – all’epoca la maggior età era 21 anni – dice ora di essere fuggito in Inghilterra falsificando i documenti. Una volta tornato in Francia, il padre lo ha posto di fronte ad un ultimatum: trovare lavoro oppure andarsene di casa. Jacques scelse la porta.

Una profonda inquietudine

Partito con l’equivalente di 20 euro in tasca, è finito tra i barboni a conoscere la miseria. Amici lo ebbero a soccorrere e uno di loro ad ospitarlo lasciandogli la propria casa per qualche settimana. Là dentro – vivendo per un mese in solitudine – ebbe modi di riflettere. «La libertà che cercavo, da buon anarchico, era quella dai padroni, da Dio e dai maestri» – dice Jacques Frant – «io cercavo la libertà, ma adesso ero più schiavo di prima. Che cosa volevo davvero?».

Quella descritta dal monaco è una profonda inquietudine che ha assillato tutta la sua giovinezza: una ricerca di senso che non trovava risposte; ogni volta che il pensiero si avvicina all’idea di Dio, questa stessa idea veniva rifiutata perché giudicata assurda. Provò così a leggere il Vangelo: lo trovò interessante ma, alla fine, lo considerò alla stregua di una bella favola per bambini.

Ad un certo punto, è giunto ad un compromesso con sé stesso: «Come Albert Camus, ero arrivato alla sua stessa conclusione, ovvero che la nozione di Dio era assurda; ma, se poteva donarmi un po’ di pace, perché non accoglierla?».

La scintilla che lo porterà alla conversione è scoccata una notte, solo, nella sua camera. Il suo tormento è stato tale – confessa il monaco – da non poter accettare più alcun compromesso. Quella notte la vocazione gli è giunta insieme a una sensazione fisica sconvolgente: la percezione di un amore immenso, presente nella stanza.

Così, a 22 anni, Frant si è messo in cammino per Santiago de Compostela, ove chiedere perdono al Signore e cominciare una vita nuova. Poco prima di attraversare il confine spagnolo ha ricevuto il battesimo nella notte di Natale del 1973.

L’eremo di Taybeh

Senza un soldo in tasca, nel 1975 si è rimesso in cammino, verso la Terra Santa. Proprio in Palestina, Jacques Frant ha iniziato un percorso che, nel 1981, lo ha portato ad essere monaco. Ha vissuto per tre anni in una grotta nei pressi di Betlemme, trovando poi compimento nella vocazione a Taybeh, un villaggio cristiano a metà strada tra Gerusalemme e Ramallah, piccolo paese conosciuto, fin dall’antichità, con il nome di Efraim. È citato dal Vangelo di Giovanni (11,53-54) quale luogo in cui Gesù si ritirò nel deserto.

Qui Jacques Frant, nel 1985, vi inizia a costruire un eremo. I lavori sono proseguiti tra mille difficoltà. La roccia dove posare le fondamenta è difficilissima da scavare. E non sono state facili da superare neppure le peripezie burocratiche per ottenere i permessi. «Mi sono detto: Jacques, i talenti non si sotterrano, si fanno fruttare».

Quando la costruzione del tetto è stata ultimata, non aveva i soldi per pagare gli operai. Ma proprio quel giorno, sulla strada polverosa che conduce all’eremo, è apparsa un’auto del servizio postale con una cospicua donazione: inattesa, sorprendente, “miracolosa”.

Padre Jacqes Frant, racconta oggi la sua vita a Taybeh: parla di un “comunitarismo di base” nel quale le diverse confessioni cristiane – quella Latino Cattolica, la Greco Cattolica Melchita e la Greco Ortodossa – praticano una concreta condivisione ecumenica. «Abbiamo deciso insieme di unificare le date delle celebrazioni» – dice Jacques Frant – «il Natale si celebra, con i cattolici, il 25 dicembre, la Pasqua si celebra, tutti insieme, nella data degli ortodossi; e viviamo insieme tra cristiani armeni, cristiani ortodossi e cattolici; quindi, non possiamo permetterci di dare rilievo a questa piuttosto che a quella Chiesa».

Le difficoltà attraversate in questi decenni in Cisgiordania sono state, anche per Jacques Frant, quelle che ci riportano le cronache. Il suo intento – palesemente dichiarato – è farci ora capire che le violenze che vediamo sono un elemento costante, da sempre presente in Palestina. Lo stesso Eremo di Sant’Efrem è stato, nel corso degli anni, oggetto di vandalismi. In particolare, nel 2008 quando, durante l’assenza di padre Jacques, l’edificio è stato in gran parte distrutto dai coloni israeliani.

Una terra segnata dalla violenza

Le parole che ho ascoltato direttamente da padre Jacques hanno trovato conferma, pochi giorni dopo l’incontro, quando a Taybeh si è verificato l’ennesimo episodio di violenza. «Martedì 10 giugno, intorno alle ore 20.30 – ha riportato Vatican News – diversi giovani sono stati ostacolati e aggrediti dai coloni mentre aiutavano alcuni residenti locali a spegnere un vasto incendio appiccato deliberatamente nei pressi di Jabal Al-Masis e divampato fin sopra le colline Più persone hanno subìto violenze fisiche e percosse, alcuni veicoli sono stati danneggiati, beni personali sono stati rubati e sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco in tre diverse occasioni, mettendo così in pericolo la vita dei civili».

L’agenzia di stampa vaticana ha costatato che «Taybeh è sottoposto da anni a crescenti pressioni da parte degli avamposti vicini. Leader religiosi e autorità locali denunciano il rischio per la stabilità della comunità e per l’economia agricola, mentre organizzazioni per i diritti umani segnalano come gli incendi dolosi facciano parte di un quadro più ampio di violenze e di restrizioni che minano la permanenza delle comunità palestinesi nelle aree rurali».

Eppure, in mezzo a queste incredibili difficoltà, la piccola comunità cristiana di Taybeh continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale. Proprio grazie alla presenza dell’Eremo, a metà degli anni ’90, tutta l’area circostante è stata inglobata nella “Zona B” sotto amministrazione palestinese, anziché nella “Zona C” gestita dagli israeliani.

Nel villaggio sorge una piccola clinica, realizzata grazie al contributo di Caritas Internationalis. Durante la seconda Intifada, iniziata nel 2000, era impossibile raggiungere l’ospedale di Ramallah e così, in quel periodo di scontri violenti, la clinica di Taybeh è divenuta un punto di riferimento anche per le donne palestinesi delle zone limitrofe per partorire.

L’Arca della Pace

Nel 2007 padre Jacques Frant ha fondato l’associazione “Arca della Pace – Ark of Peace”, con sede a Udine, della quale il monaco è presidente. Questa organizzazione promuove una cultura di pace/nonviolenza e lavora per favorire il dialogo interculturale e interreligioso, in particolare tra israeliani e palestinesi. L’associazione, tra le varie attività, sostiene la scuola di Taybeh che è un importante punto di riferimento in un contesto dove l’istruzione pubblica non può operare per mancanza di fondi.

Uscito dall’incontro, mi sono convinto che esiste un profondo legame tra la vocazione di Jacques Frant e il miraggio della Pace in Medio Oriente: tutta la vita del monaco, ancor prima della conversione e della consacrazione, è segnata da una lacerante tensione per trovare un senso. Dio, ovviamente, non mostra mai il suo volto, ma si lascia percepire come la meta a cui tendere. C’è un filo che lega la lunga notte spirituale di Jacques Frant alla notte, ancora più lunga, che attraversa la Terra Santa.

Forse è proprio questo il punto che il monaco ci consegna: la Pace, come Dio, non si raggiunge per accumulo di sforzo né si dimostra per accumulo di prove. Si percepisce, si intravvede, si tradisce e si torna a cercare. Chi la insegue con la logica del possesso, fa la fine del giovane anarchico che credeva di conquistare la libertà e si è ritrovato più schiavo di prima. Chi invece continua a camminare, anche senza vedere mai la meta, a volte trova – non la pace compiuta – ma un frammento di essa.

Non è la Pace assicurata dai trattati, ma la pace che si trova nel “comunitarismo di base” che Frant descrive a Taybeh: piccola, fragile, quotidianamente minacciata. Come la fede del monaco, affiorata dal nulla, simile ad un raggio di sole quando la luce sembra spenta per sempre.

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