Leone XI: ventisette giorni da papa

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La brevità del pontificato non toglie nulla né alla profondità delle intenzioni, né alla traccia spirituale lasciata nella memoria ecclesiale: anzi, proprio i pontificati brevi rivelano spesso il cuore profondo delle persone più di interi anni di governo.

“Correlare” aspetto fisico e caratteristiche temperamentali di una persona, è istanza fortissima in noi esseri umani. Forse lo è ancora di più se quella persona sceglie o porta – come nel caso di Alessandro Ottaviano de’ Medici una volta eletto papa –, il nome di Leone.

Una piccola caratteristica, insomma, potrebbe aprire degli scenari pressoché infiniti, anche se, come precisava già Carlo Cattaneo, «li antichi, presentendo questa dottrina della correlazione, fecero il proverbio: Ex ungue leonem. Viceversa, nelle bestie frugivore, come le pecore, l’instinto della mansuetudine e della timidezza, la ripugnanza per i cibi animali, il gusto d’un’innocente pastura sono in correlazione colla forma del piede inerme, dei denti piani».[1]

Il breve pontificato di appena 27 giorni (dal 1° al 27 aprile 1605) di Alessandro Ottaviano de’ Medici (nato a Firenze il 1535, terzo della famiglia Medici salito al soglio pontificio, dopo i papati di Leone X e di Clemente VIII), ci aiuta a riconoscere non soltanto alcuni aspetti ricavabili dall’unghia di questo Leone, ma forse anche dal piede dei mansueti caprini che, fin dai tempi di Lorenzo il Magnifico, allietavano le mense fiorentine.

Basta, in merito, tener conto del dato attestato che, alla tavola del Magnifico (Lorenzo de’ Medici, 1449–1492), ma anche dei suoi successori e parenti, non ci si annoiava mai; anzi, una volta terminati i lauti pasti alla corte, gli ospiti venivano allietati con musiche, danze e giochi (anche con giochi di carte, di cui Lorenzo era stato un appassionato).

Certo, la medaglia coniata per l’elevazione del cardinale Alessandro Ottaviano al soglio pontificio col nome di Leone XI (fusa prima del 1740) – derivante, a sua volta, da quella eseguita da Giorgio Rancetti proprio nell’anno del pontificato,1605 – fa propendere più per quell’ex ungue leonem, dal momento che portava impresso, a tergo, proprio il riferimento all’epopea del biblico Sansone il quale, come si ricorderà, aveva strangolato un leone, dalle cui spoglie uscì uno sciame di api, che formò un favo di miele.[2] Anche mel ex leone cadavere, insomma, potrebbe essere il senso fondato di quel detto.

Quasi come in un presagio: anche da un pontificato di ventisette giorni può sgorgare un miele inatteso, cioè un orientamento spirituale che illumina ben oltre il tempo vissuto sul trono pontificio.

Chi potrebbe mai indovinare i giudizi divini?

In che senso, dunque, la dolcezza dei buoni propositi di papa Leone XI – seppur scaturente dalla forza e potenza delle proprie origini familiari –, si sarebbe potuta/dovuta confrontare con l’incognita dei giudizi divini, che nessuno (neanche un esperto di oroscopi della famiglia Medici, che utilizzarono la rinata Astrologia per giustificare il loro potere e renderlo mitico) sarebbe mai stato in grado di decifrare?

È una domanda non peregrina, questa, in quanto sarà posta da un famoso cardinale, gesuita e amico dei Medici (Roberto Bellarmino, un Cervini per parte di madre), il quale scriverà a un confratello, appena dopo la morte di papa Leone XI, svelandoci non soltanto i buoni e dolci propositi di quel papa (che gli erano stati confidati direttamente da lui nel corso di un incontro spirituale), ma anche i propri personali intenti in vista del nuovo conclave, che si sarebbe dovuto presto celebrare e nel corso del quale egli stesso, essendo di nobile famiglia, avrebbe potuto rischiare di essere eletto (A papatu libera me, Domine!, fu la giaculatoria del gesuita durante il conclave).

Ecco le testuali parole di Bellarmino: «Quis novit sensum Domini, aut quia consiliarius eius fuit? Si era fatto un papa [Leone XI], come SR [Sua Riverenza, padre Carminata] avrà inteso, assai buono, amico della Compagnia, e pieno di tali pensieri, che se l’avesse adempiti, sarebbe stato un papa esemplare. E io lo so perché il giorno delle Palme, volse scoprirmi tutto il suo cuore, e fare, come esso diceva, con me una confessione generale, non di peccati, ma di proponimenti buoni. Ora questo buon pontefice il vigesimo settimo giorno del suo pontificato, che era anche il vigesimo settimo d’aprile, passò all’altra, vita. Chi può indovinare questi giudizi divini?».

È uno dei momenti più intensi di tutto il Seicento ecclesiale: un cardinale che svela l’anima di un papa, e un papa che si rivela non come sovrano, ma come penitente che confessa non tanto il male commesso, bensì il bene che vorrebbe compiere. È un quadro spirituale di rara bellezza.

Confidandosi col p. Carminata, appunto, il cardinale Bellarmino continua, quasi rendendo in forma solenne il senso del detto “morto un papa, se ne fa un altro” (che Verga renderà famoso in Vita dei campi): «Stiamo ora per entrare di nuovo in conclave, e abbiamo bisogno più che mai d’orazione, perché io non vedo in tutto il sacro collegio persona, che abbia le qualità, che VR descrive nella sua lettera. E quello ch’è peggio non si mira a trovare simili persona. Gran cosa mi pare che, avendosi a creare un vicario di Dio, non si procuri di eleggere persona, che sappia la volontà di Dio, cioè che sia versato nelle Scritture sante, ma solo che sappia la volontà di Giustiniano, e di simili autori, si va cercando un buon principe temporale, non un santo vescovo, che s’occupi davvero nella salute dell’anime».[3]

Quali sarebbero stati i proponimenti buoni del successore di Leone XI, si domandava Bellarmino, anzi qual era il senso vero della traccia lasciata dalla sua unghia di leone, qualificato dagli aggettivi buono ed esemplare, da parte del cardinale riformatore e grande teorico della Riforma cattolica?

Il rischio sarebbe stato di non affidarsi all’orazione, ovvero quello di scegliere più un papa versato nel diritto che esperto del Libro sacro, in cui era depositata la volontà stessa di Dio, e non soltanto il racconto circa quel proverbiale leone che il Sansone biblico aveva squarciato.

Lo scenario dell’undicesimo papa Leone, pur in assenza di atti ufficiali della cancelleria pontificia, va chiarito dunque, in primo luogo, facendo riferimenti ai diversi anni di episcopato “a distanza” del futuro Leone XI: il Medici, infatti, non era stato un vescovo “residente”, come avrebbe desiderato la teologia della Riforma cattolica (egli aveva, come tanti altri, governato prevalentemente da Roma le “sue” diocesi, prima Pistoia e poi Firenze).[4]

Era, quella, la piaga del tempo: accettare delle sedi episcopali e relativi benefici, senza raggiungere mai pienamente la propria “sposa” (come, invece, aveva fatto immediatamente proprio Bellarmino, ordinato da Clemente VIII vescovo di Capua nel 1602, al probabile fine di allontanarlo dalla Curia romana). Una piaga, quella, che significava anche rischiare di essere – in quella che era più una Corte tardo-rinascimentale che una Curia pontificia – come il terminale privilegiato di tante pressioni e di molteplici richieste di favori.

In questo contesto, i “proponimenti buoni” confidati a Bellarmino assumono un peso ancora maggiore: essi rivelano la volontà sincera di uscire da una prassi curiale ormai invecchiata, e di restituire al ministero episcopale la sua forma evangelica.

Proprio a questo allude un’altra lettera, che citerà, testualmente, anche il nostro buon pontefice Leone XI, che ha lasciato buona memoria di sé: ma solo perché egli è colui che ha consentito al mittente di entrare nel numero dei servitori dei potenti: «Ringratio il Signore Iddio, che la memoria ha lasciata di se in cotesta corte il buon pontefice Leone XI, come egli cardinale ancora promesse dovermi succedere con gl’amici suoi, m’habbi dato adito d’esser aggiunto nel numero de servitori di V.S. Ill.ma, di che più desiderata cosa non mi poteva accadere».[5]

Tra guerre di religione e dibattiti sulla “potestas in temporalibus”

I mesi del breve pontificato di Leone XI sono anche quelli della controversa questione ecclesiologico-politica, che aveva spinto la Chiesa del tempo a interventi, se non direttamente in campo bellico, almeno ad espliciti appoggi a parti belligeranti, con il seguito diplomatico di alleanze e di guerre, dichiarate e condotte in nome della religione.

Noi, oggi, ci siamo come “abituati” a leggere una distanza totale tra fede e guerra, come affermata, ad esempio, da papa Francesco: «Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive».[6]

Rispetto alle attuali disastrose emergenze belliche, nella notte del 24 agosto 1572 avvenne comunque una strage fra cristiani: la città di Parigi fu, infatti, protagonista di uno degli episodi di violenza più tristemente noti tra quelli che insanguinarono la Francia durante le cosiddette guerre di religione nella seconda metà del XVI secolo.

Il popolo parigino, intimamente pervaso dal sentimento di eseguire un comando imperativo di Dio, diede, infatti, vita a un incontrollato massacro di Ugonotti, presenti in gran numero nella capitale del regno per assistere alla celebrazione del matrimonio pacificatore tra Margherita di Valois ed Enrico di Navarra.

Da parte sua, Alessandro de’ Medici – nominato ambasciatore di Cosimo I de’ Medici qualche anno prima della strage (esattamente nel 1569) – in quanto legato apostolico a Parigi, si adopererà ancora, nel 1596, per la piena riabilitazione del re Enrico IV di Borbone (il primo re Borbone): battezzato cattolico, ma allevato nella confessione riformata calvinista dalla madre, che apparteneva a sua volta al gruppo degli Ugonotti, era diventato co-protagonista in una serie di guerre civili, durante le quali gli Ugonotti si erano opposti, anche in armi, ai cattolici e filo-papali francesi.

Tutto ciò, sul piano teorico, come ricaviamo dai cenni dello stesso Bellarmino – a cui papa Leone XI, ricordiamolo, aveva aperto il proprio cuore come in confessione, con tanti buoni propositi – mette in luce, tuttavia, un conflitto maggiore di quello armato. Si trattava della controversia teologico-politica (a cui allude anche Thomas Hobbes) della potestas in temporalibus, una tesi assai comune tra i legati pontifici: se il papa avrebbe dovuto rivendicare una propria potestas directa in temporalibus, per esempio – come accade proprio ad Alessandro de’ Medici nella legazione in Francia –, non avrebbe forse dovuto incidere direttamente, cioè col peso del proprio potere temporale, sulle politiche dell’ex ugonotto Enrico IV di Borbone?

Invece chi, come Bellarmino, sosteneva una potestas indirecta (risoluzione che gli costerà non poco sul piano dei rapporti personali con papa Sisto V),[7] avrebbe, invece, operato ben diversamente nei confronti del re Enrico IV: costui, assolto dal papa Clemente VIII l’anno prima della legazione del nostro cardinale Alessandro de’ Medici, era adesso appoggiato dal papato per aver comunque portato, nel 1595, stabilità in Europa dopo le già lunghe guerre di religione; quando Enrico dichiarò ufficialmente guerra alla Spagna, il papa gli concesse, perciò, l’assoluzione dalla sua deviazione ugonotta e, con il successivo Editto di Nantes del 1598, sarà Enrico stesso a far riconoscere, non senza l’uso delle armi, il cattolicesimo come religione ufficiale, pur concedendo una parziale libertà di culto ai protestanti.

È in questo crocevia socio-politico che si colloca Leone XI: un uomo che conosce la complessità del tempo, ma che – come appare dalla testimonianza bellarminiana – desiderava restituire centralità alla carità pastorale e alla purezza evangelica.

La potestas in temporalibus della Santa Sede comportava, oltre alle guerre e alle amicizie con i potenti delle grandi casate, anche l’ingerenza nelle delicate vicende politico-ecclesiastiche dell’epoca; ad esempio, oltre che in quella già evocata di Enrico e della strage di san Bartolomeo, anche nell’altra questione, riguardante Giacomo I d’Inghilterra: cattolico per nascita e poi diventato calvinista, imponeva ai cattolici un giuramento di fedeltà alla sua nuova fede riformata.

Per non dire, poi, sempre sul piano degli esiti di questa teoria della potestas in temporalibus, dei tanti interdetti che papi e legati dovevano promulgare, come quello che sarà posto dal successore del papa Medici, cioè Paolo V, contro la potente Venezia, che genererà una successiva lunga controversia giuridica e dottrinale contro i sette teologi della Repubblica veneta, la quale sarà, in qualche modo, sedata per i buoni uffici, ancora politici, di Enrico IV di Francia.

Si ricordi che la teorizzazione della potestas, in un senso o nell’altro, comportava anche il dovere d’intervenire sulla stampa e sull’affidabilità delle pubblicazioni scientifiche in ogni parte d’Europa, come si vedrà, proprio subito dopo la morte di Leone XI, con l’emergere dell’affare Galileo, il quale subirà ben due processi inquisitoriali.[8]

Roberto Bellarmino – ascoltato consigliere del papa predecessore di Leone XI (cioè, come si è detto, di papa Clemente VIII Aldobrandini) – con le sue doti di preveggenza, aveva previsto, già nel 1602, quanto sarebbe accaduto nel 1605: cioè la morte inattesa di Clemente VIII,[9] a cui sarebbe succeduto, appunto, il “nostro” Leone XI, di cui Bellarmino medesimo, come mostrato all’inizio, aveva ascoltato, in una confessione del bene – non del male commesso –, i certamente buoni propositi.

Nato a Firenze il 2 giugno 1536 da Ottavio di Lorenzo, e vicino al duca di Firenze, Cosimo I de’ Medici (suo cugino in secondo grado), nel 1560 Alessandro Ottaviano de’ Medici era stato, dal potente cugino, portato a Roma, dove conobbe Filippo Neri, mentre da Guglielmo Sirleto era stato introdotto nella vita romana, e, infine, Francesco Pacheco e Michele Bonelli lo presenteranno a Pio V.

Nominato protonotario apostolico il 20 giugno 1569, dal 1590 Alessandro visse di nuovo a Roma, guadagnando una posizione centrale sotto il papato di Clemente VIII, che lo ascrisse alla Congregazione dei Riti e a quella delle Strade, designandolo altresì protettore della Confraternita della Dottrina cristiana e facendolo partecipare «a tutte le cose di fabbrica e di palazzo e di suore».[10] Un cardinale operativo e fidato, insomma, il futuro Leone XI, piuttosto che un teorico della politica o del ruolo della Chiesa nelle società europee; ma anche un esperto dei riti, su cui, ricordiamolo, si era giocata tante volte la lacerazione dell’ormai variegato mondo protestante.

Una confessione generale, non di peccati, ma di proponimenti buoni.

Purtroppo, i pochi giorni di pontificato di Leone XI non ci permettono di misurare l’effettiva realizzazione di quei proponimenti buoni e, chissà – forse con riferimenti a una certa sensibilità ludica del tempo –, di non conoscere quali giochi furono messi effettivamente in atto dalle tante famiglie cardinalizie e dai giochi rivali orditi da esperti giuristi e canonisti.

Certo, da parte sua, essendo buon papa tardo-rinascimentale e buon rampollo dei Medici, Alessandro dovette almeno sapere che era stato proprio un Medici, Giovanni (figlio di Lorenzo il Magnifico e nato nel 1475), ad aver aperto la strada per la revoca della condanna ecclesiastica al gioco degli scacchi: amati peraltro anche dal decimo Leone, un altro papa de’ Medici. Quali sarebbero state le mosse più congrue da mettere adesso in atto sulla scacchiera ecclesiale e internazionale?

Come pure, con riferimento ad altri aspetti gastronomici del periodo, il papa Medici avrà conosciuto, in quanto legato pontificio, che la sera del 5 ottobre del 1600 Palazzo Vecchio aveva ospitato lo sfarzoso banchetto di nozze fiorentine dei reali Maria de’ Medici ed Enrico IV, nel corso del quale, ai piatti, erano state aggiunte delle sculture in zucchero, ovvero degli “alimenti decorativi” concepiti alla stregua di vere e proprie opere d’arte (peraltro, a imitazione degli illustri prototipi contemporanei degli scultori fiorentini di fine Cinquecento, quali Giambologna, Pietro Tacca e Gasparo Mola)? Quali portate gli sarebbero state servite nelle cene di gala del proprio papato?

La documentazione storica non ci consente di conoscere le sue prime decisioni: ciò che rimane è il desiderio, ed è talvolta proprio il desiderio a rivelare la santità possibile.

Anche se morto per cause naturali, la sua morte improvvisa e il breve pontificato non poterono non alimentare dicerie e sospetti, ovvero quelle che oggi denomineremmo fake news. Tuttavia in merito, ieri, come oggi, il quattordicesimo Leone ci ricorda: «Siate centrati su Cristo, per vincere le logiche del mondo, delle fake news, della frivolezza, con la bellezza e la luce della Verità (cf. Gv 8,31-32)]».[11]

In ogni caso, dalle poche battute del cardinale gesuita su quel papa comunque assai buono, possiamo, forse, indurre – passando ancora attraverso la metafora iniziale dell’orma del leoncello –, per quali vie, più buone e più serie, l’undicesimo Leone si sarebbe voluto/potuto incamminare.

Certamente, sul piano diplomatico, egli avrebbe continuato a mantenere, anche nel corso di quello che sarà un breve governo, i propri rapporti con i Nunzi, per esempio con l’Aldobrandini di Napoli, come pure avverrà ancora nei primi mesi del pontificato di Paolo V. In merito, poiché il nunzio Aldobrandini intrattiene la corrispondenza con Roberto Ubaldini e i cardinali Erminio Valenti e Scipione Borghese, ci fa opportunamente ricavare che egli non può che fondatamente gioire con il Nunzio per l’elezione di Leone XI, che gli affida la Cancelleria.[12]

Bellarmino ricordava altresì che, morto Leone XI, si aveva a creare un nuovo vicario di Dio, cioè una persona che sappia la volontà di Dio, ovvero fosse versato nelle Scritture sante e non soltanto nelle pandette giustinianee.

Forse papa Medici, nei suoi buoni propositi confidatigli come in una confessione del bene, gli aveva fatto almeno intravvedere, non soltanto la propria perizia giuridico-diplomatica, ma anche la propria passione per le Scritture sante. Una passione importante, soprattutto a ridosso dell’edizione della Bibbia sisto-clementina – edizione definitiva della Vulgata –, approvata proprio da Clemente VIII e stampata a Roma nel 1592, che, peraltro, era anche un buon cavallo di battaglia su cui contrastare le ricorrenti e persistenti tesi protestanti circa la sola Scriptura.

Piace fantasticare, ma non troppo, su tale buon proposito dell’undicesimo Leone circa le Scritture che, in qualche modo, si fisserà nella memoria epigenetica di un altro Leone, il tredicesimo, che, il 18 novembre 1893, promulgherà la Providentissimus Deus.

In essa, dopo aver ribadito che la rivelazione soprannaturale, secondo la fede universale della Chiesa, è contenuta sia nelle tradizioni non scritte, sia anche nei libri scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, gli scritti, dunque, hanno Dio per autore e come tali sono stati affidati alla Chiesa: egli osserverà, citando Clemente VIII – che, come si è detto, dell’undicesimo Leone fu immediato predecessore –: «Nessuno infatti ignora, e ci è gradito ricordarlo, come i nostri predecessori, da Pio IV a Clemente VIII, fossero i promotori di quelle insigni edizioni delle antiche versioni, della Volgata e dell’Alessandrina, che poi, pubblicate per ordine e con l’autorità di Sisto V e dello stesso Clemente, si trovano ancor oggi nell’uso comune».[13

Il buon proposito di essere un leone mite e un santo papa

Secondo le velate affermazioni di Bellarmino (che spesso, per prudenza gesuitica, comunicava in maniera velata i suoi pensieri, come fa anche a proposito del processo a Giordano Bruno), papa Leone XI non dovette essere stato uno che conosceva soltanto la volontà di Giustiniano e di simili autori; anzi, benché proveniente dalla corte medicea, egli non avrebbe voluto essere soltanto un buon principe temporale, bensì un santo vescovo, in modo da occuparsi davvero della salute delle anime, soprattutto nei libri e negli strumenti disciplinari di formazione dei giovani e dei consacrati, incoraggiando, ad esempio, le tante forme moderne di devozione e di pratiche spirituali.

È lo stesso ideale che Bellarmino aveva intravisto in lui: un papa che avrebbe scelto le Scritture prima dei codici, la salvezza delle anime prima degli equilibri politici, la riforma del cuore prima di quella delle strutture.

Come si ricorderà, la disciplina dell’imprimatur – introdotta da Innocenzo VIII nel novembre 1487 (con la bolla Inter multiplices) –, ovvero l’esame e l’approvazione del manoscritto preventivi alla stampa, era stata codificata dalla bolla Inter sollicitudines del 4 maggio 1515: con essa, la decima sessione del V Concilio lateranense aveva introdotto l’obbligo di sottoporre i libri destinati alla stampa all’esame preventivo del Maestro del Sacro Palazzo o del vicario papale nella città di Roma, e dei vescovi e degli inquisitori fuori dei confini dell’Urbe.[14]

Col suo ingresso in Firenze, nel 1582, anche se il consenso granducale giungerà solamente nel 1584, il cardinale de’ Medici (futuro Leone XI) nella sua intensa attività pastorale, anche nel corso della visita ai monasteri, non avrà certamente mancato di controllare e sottolineare le pie pratiche e le buone letture formative, nonché la grande importanza di evitare dei testi che fossero pericolosi per la dottrina e la visione del mondo, elencati dell’Indice.

Non è un caso che anche a Manzoni non dispiacerà che, sul suo romanzo in scrittura, ambientato significativamente nel Seicento, gravi il mondo della religione: quella dei papi tardo-rinascimentali, delle gride emesse dal potere politico, dei preti pavidi, delle monache sciagurate, dei signorotti prepotenti… insomma i personaggi del colorito e religiosissimo periodo in cui visse e operò anche l’undicesimo papa col nome di Leone.

Così, nel silenzio di ventisette giorni, papa Leone XI rimane, nonostante tutto, uno dei leoni “con l’unghia mansueta” della storia del cristianesimo e delle Chiese: poco tempo e molta luce, poca storia e molta Grazia.


[1] Cf. Carlo Cattaneo, Psicologia delle menti associate, Introduzione di Girolamo de’ Liguori, Editori Riuniti, Roma 2020.

[2] Catalogo generale dei beni culturali, Ritratto di Leone XI (Alessandro de’ Medici): https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900644222 [24.9.2025]. Un manoscritto, databile tra la morte di Giorgio Vasari e quella di Giorgio Vasari il Giovane (che riordinò le carte private dello zio e al quale si deve il titolo manoscritto apposto sul lato anteriore della coperta), contiene, ai cc. 113r–139v, un gruppo di lettere scritte dal cardinale Alessandro de’ Medici, futuro papa Leone XI, a Pietro, fratello di Giorgio Vasari, a riprova delle connessioni coi grandi artisti del tempo. Le lettere sono state raccolte e inserite una dentro l’altra a formare un unico fascicolo; l’annotazione apposta a c. 139v, recita appunto: “Lettere di mano di PP Leone XI a messer Pietro Vasari”: https://manus.iccu.sbn.it/risultati–ricerca–manoscritti/–/manus–search/cnmd/0000159242 [24.9.2025]. Per il riferimento biblico, cfr. Gdc 14,5–8: «Sansone scese con il padre e con la madre a Timna; quando furono giunti alle vigne di Timna, ecco un leoncello venirgli incontro ruggendo. Lo spirito del Signore irruppe su di lui, ed egli, senza niente in mano, squarciò il leone come si squarcia un capretto. Ma di ciò che aveva fatto non disse nulla al padre e alla madre. Scese dunque, parlò alla donna e questa gli piacque. Dopo qualche tempo tornò per prenderla e uscì dalla strada per vedere la carcassa del leone: ecco, nel corpo del leone c’era uno sciame d’api e del miele».

[3] Lettera di R.B.C. (Roberto Bellarmino) a padre Carminata, 29.4.1605): Pagina: EBC 1605 04 29 0470.pdf/1 https://gate.unigre.it/mediawiki/index.php/Page:EBC_1605_04_29_0470.pdf/1 [25.9.2025].

[4] Ambrogio Maria Piazzoni, Roma e papato nel Seicento, in La Vaticana nel Seicento (1590–1700): una biblioteca di biblioteche, a cura di Claudia Montuschi (Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana, vol. 3), città del Vaticano 2014. Ai foll. 55r–70r del codice Vat.lat.10420, si legge una breve Narrazione delle azioni memorabili di papa Leone XI.

[5] Lettera di Jacopo Minerbetti del 16.12.1616: Page: EBC 1616 12 16 1780.pdf/1: https://gate.unigre.it/mediawiki/index.php/Page:EBC_1616_12_16_1780.pdf/1 [24.9.2025]. GATE è un progetto sviluppato dall’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana (APUG).

[6] VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO NEGLI EMIRATI ARABI UNITI (3–5 FEBBRAIO 2019). DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA UMANA PER LA PACE MONDIALE E LA CONVIVENZA COMUNE: https://www.vatican.va/content/francesco/it/travels/2019/outside/documents/papa–francesco_20190204_documento–fratellanza–umana.pdf [24.9.2025].

[7] Si ricordi che esistono due lettere inviate da Alessandro de’ Medici a Bellarmino (la prima a Capua, del 31.5.1602, diocesi dove risiedeva il gesuita fino al 1605); la risposta da Capua è datata maggio 1605, cioè alla vigilia del pontificato del Medici) e ben cinque di queste al papa Medici: https://gate.unigre.it/mediawiki/index.php/Alessandro_Ottaviano_de%27_Medici [24.9.2025].

[8] Si ricordi che ancora Bellarmino seguirà, da Inquisitore, il primo processo allo scienziato pisano, nel corso del quale il gesuita sostenne, non ascoltato, un criterio ermeneutico che, in seguito, avrebbe fatto, invece, successo: qualora la teoria scientifica sembrasse smentire la lettera delle sacre Scritture, bisognerebbe rivedere il nostro modo d’interpretarle prim’ancora di dire che la Bibbia si sbaglia, o che la dimostrazione scientifica è falsa.

[9] Cf Roberto Bellarmino, Autobiografia (1613), Intr., tr. e commento di G. Galeota S.J., Morcelliana, Brescia 1999, p. [XXXI], 63.

[10] Arch. di Stato di Firenze, Mediceo del principato, f. 3766, c. 27.

[11] SALUTO DEL SANTO PADRE LEONE XIV AGLI INFLUENCER E MISSIONARI DIGITALI, n. 3: Basilica di San Pietro, Martedì, 29 luglio 2025https://www.vatican.va/content/leo–xiv/it/speeches/2025/july/documents/20250729–missionari–digitali.html [24.9.2025].

[12] Cf. NUNZIATURE DI NAPOLI. VOLUME QUARTO (13 MARZO 1592–9 DICEMBRE 1605), a cura di Vincenzo Mallucci, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma 2008, p. 275: doc. 934, Roma 6 aprile 1605, UBALDINI ROBERTO al NUNZIO: Leone XI vuole che il Nunzio seguiti nella Nunziatura; doc. 935, Roma 16 aprile 1605: CINZIO ALDOBRANDINI al NUNZIO: Il Cardinale condivide e gioisce con il Nunzio per l’elezione di Leone XI, che gli affida la Cancelleria; doc. 936, Roma 16 aprile 1605: UBALDINI ROBERTO al NUNZIO: Leone XI ringrazia e manifesta al Nunzio la sua benevolenza. Questo volume, il quarto di una serie, raccoglie il Carteggio intercorso tra il Nunzio di Napoli Giacomo Aldobrandini e la Segreteria di Stato, nel periodo 13 marzo 1592 – 9 dic. 1605, che si estende a tutto il pontificato di Clemente VIII (30 gennaio 1592 – 3 marzo 1605), a quello brevissimo (aprile 1605) di Leone XI e agli inizi (16 maggio– 9 dicembre 1605) del governo di Paolo V.

[13] Lettera enciclica Providentissimus Deus DEL SOMMO PONTEFICE LEONE XIII, 1893, paragrafo “Le antiche scuole di sacra Scrittura”/c.

[14] Giorgio Caravale, Censura romana e libri francesi nella seconda metà del ’500. Qualche riflessione su normativa e casi specifici, in Gigliola Fragnito–Alain Tallon (dir.). Hétérodoxies croisées. Catholicismes pluriels entre France et Italie, XVIe–XVIIe siècles, 2017 [ffhal–02056431f], p. 231, n. 1.

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