
Nel suo testo del 1929 – Processo e realtà – Alfred Whitehead afferma che la tradizione europea può essere interpretata come una serie di note a piè di pagina di Platone. Se questa frase è divenuta ormai un luogo classico dell’immaginario filosofico, è forse perché, nella Repubblica platonica, la filosofia si vede assegnato un compito assai arduo: conquistare una comprensione profonda dell’Idea del Bene – mégiston màthema –, e di riconoscervi il necessario principio ordinatore della vita umana.
Nonostante già in Platone la conversione tra conoscenza del bene e capacità di realizzazione dell’ordine sia increspata da alcune incertezze – soprattutto legate alla fisionomia di chi pratica veramente la filosofia, di contro a chi la riduce a un esercizio sofistico –, è con la modernità che tale sfida acquisisce un carattere pienamente tragico: esplosa l’immagine unitaria del mondo classico, la diade tra necessità e bene sembra condannata a una separazione insolubile, in cui si sprigiona la contraddizione tra destino e libertà dell’azione umana.
Per di più, la tensione tra la pluralità dei beni e la necessità di un ordine cessa di qualificarsi come problema puramente ontologico, sospingendo il potenziale di questa dualità insanabile nei circuiti della storia.
Ogni prospettiva filosofica radicale è, dunque, attesa da una sfida totale, di cui forse Agostino d’Ippona è stato il primo grande interprete: riguadagnare l’unità prospettica tra ciò che la grande tradizione metafisica ci ha insegnato a pensare come trascendentali – ens, unum, verum, bonum.
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Il primo merito del volume Necessità e Bene. Intorno al pensiero di Simone Weil, recentemente curato da Isabella Adinolfi (il melangolo editore), è di collocare l’opera della filosofa francese dinnanzi alle molteplici difficoltà implicate da questa fatica speculativa.
Sin dal saggio introduttivo della curatrice, la chiave interpretativa qui proposta è chiara: per apprezzare la ricchezza del pensiero di Simone Weil occorre sorprenderlo nello sforzo di navigare tra le onde di un secolo tumultuoso. È in seno al proprio tempo, infatti, che Weil tenta di articolare un pensiero totale, profondandosi nella massima espressione dell’enigma umano: la sventura.
Dinnanzi alla guerra, la sua filosofia prova a scavare un solco alternativo al pensiero della volontà di potenza, in cui si collocano tanto il suo perenne confronto con Platone, quanto il corpo a corpo con la questione che aveva già animato – tra gli altri – Kierkegaard e Pascal: l’accettazione della necessità, del destino, a cui Weil dà il volto della sottomissione al bene.
Se Weil è stata in grado di nutrire una prospettiva filosofica immanente alla condizione umana, di contro a quella di Carl Schmitt – come illustrato dal saggio di Giancarlo Gaeta – non è solo per una straordinaria compenetrazione tra lavoro filosofico e biografia, ma soprattutto per l’assunzione della necessità di passare per il crogiolo del rapporto umano con Dio.
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Strenua pensatrice dell’ordine, come emerge dalle sue meditazioni sul Timeo, Weil avanza l’ipotesi che, per cogliere la “saggia persuasione” che la provvidenza esercita sulla necessità, occorre spingersi al limite massimo del rapporto con la divinità: ancora una separazione, quella tra la creatura e il creatore, che la cristologia weiliana traduce però in condizione per la mutua cura tra i due termini in gioco.
Di qui le potenzialità pedagogiche della filosofia di Weil, oggetto del testo di Ines Giunta, e una postura intellettuale improntata all’ascolto – figura esplorata da Maria Concetta Sala –, capace di suscitare produzione filosofica e artistica di pari intensità (ne è segno la sceneggiatura di Sventura di Serena Nono, ispirata al testo weiliano Venezia Salva e pubblicata in chiusura a questo volume).
In questa capacità di pensare il limite traluce un serio confronto di Weil con la tradizione filosofica occidentale: con Platone, nome concettuale della mistica occidentale, come mostrato dal saggio di Paul Clavier, e via di accesso al cristianesimo nel confronto con Pascal, su cui si sofferma il contributo di Alberto Peratoner; e ancora con Nietzsche, termine di un rapporto conflittuale, su cui ragiona il testo di Gian Luigi Paltrinieri.
La possibilità di spingersi sino al punto di fuga del rapporto tra il soggetto e la massima pienezza del senso – senza però pacificarne la conflittualità, come ricorda Adinolfi in questo volume – passa tuttavia per l’intensa meditazione che Weil conduce con un’altra temperie filosofica, che le consente di conferire potenza speculativa alla sua esperienza della miseria e dell’alienazione umana: la dialettica hegeliana, su cui interviene Stefania Achella, e la diagnosi della società messa a punto da Marx, la cui importanza per Weil è ricostruita da Giorgio Cesarale.
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Non si tratta soltanto di apprezzare la ricchezza culturale di un’intellettuale finissima, testimoniata altrettanto bene dalla sua duratura riflessione sulla matematica – favorita anche dal rapporto diretto con i lavori del circolo Nicolas Bourbaki, di cui suo fratello André Weil fu tra i maggiori promotori – e sulle scienze naturali – tanto intensa da indurre Weil a ragionare di una fisica del sovrannaturale.
Ciò che questo volume porta in luce è la fisionomia di una vera filosofa, segnata dalla sistematica dedizione a frequentare speculativamente e politicamente le regioni più ostiche dell’umanità a lei coeva: dal proletariato industriale alle dissidenze comuniste europee, alimentando sempre l’ostinata speranza di disinnescare il dominio della forza che reifica l’umanità viva – indagata nelle meravigliose pagine che Weil dedica a L’Iliade, in questo libro analizzate da Wanda Tommasi.
Raccogliendo gli aspetti più difficili del magistero platonico, Weil si conferma non solo scrittrice di grande talento – capace di dare al proprio pensiero anche la forma della poesia, su cui si sofferma Domenico Canciani. Ma anche risorsa preziosa per la coscienza filosofica contemporanea, e – come emerge dal saggio di Roberto Celada Bellanti – per chi intende praticare l’organizzazione filosofica dei saperi sotto il segno di una vita posta “di fronte all’imperativo della verità”.
- Isabella Adinolfi (a cura), Necessità e Bene. Intorno al pensiero di Simone Weil, il melangolo, Genova 2025, pp. 337, € 28,00. ISBN 978-88-6983-488-2.





