Tommaso d’Aquino: in margine ai tre anniversari

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Il papa ha voluto indirizzare una finissima Lettera ai tre vescovi delle comunità ecclesiali del basso Lazio, in quanto essi, come si legge, «hanno ricevuto in dono» l’«eredità umana, sacerdotale e intellettuale» di Tommaso dei conti d’Aquino.

Lo scritto pontificio fu redatto il 19 luglio 2023, nell’imminenza di un anno giubilare che, tra il 2023 e il 2025, richiama tre rilevanti eventi della vita terrena del grande filosofo e teologo cattolico.

Come ci ricordano gli studiosi, il Doctor Angelicus (così fu caratterizzato dai contemporanei, che ne apprezzarono l’acume e i “voli intellettuali” nelle regioni impervie della metafisica e della teologia) non fu soltanto un Magister riconosciuto dall’Università medievale. Difatti, fu anche esegeta, studioso di scienze naturali sulla scia di Alberto Magno, nonché esperto di astrologia e astronomia secondo il sistema delle artes medievali.

Ma, soprattutto, fu il teorico del “sistema delle leggi”, l’operatore instancabile del dialogo tra le Chiese di Occidente e di Oriente (morì mentre viaggiava verso il concilio di Lione, dove si sarebbe discusso il tentativo di ristabilire l’unità religiosa tra Roma e le Chiese ortodosse di Oriente, in risposta alle richieste dell’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo).

Grande esperto di disputationes, difensore della vita mendicante nelle città medievali, cattedratico a Parigi, Orvieto e Napoli, predicatore dolcissimo sul Credo e l’Ave Maria…, Tommaso ha più di un motivo per essere ricordato non solo dall’autorità pontificia, ma additato come modello per la nuova evangelizzazione.

Gratia non tollit sed perficit naturam

La Lettera di papa Francesco cita Summa theologiae 1, q. 8, ad II, nella quale, rispondendo a un argomento sul metodo proprio della ragione teologica (è essa argomentativa sulla base di una auctoritas, o per la forza della ragione?), Tommaso precisava il metodo della sacra dottrina (era questo, a quei tempi, l’altro nome della scienza teologica).

La teologia, di Tommaso nel suo argomentare, utilizza anche la ragione umana: «Poiché la grazia non elimina la natura, ma la perfeziona, è necessario che la ragione naturale offra i suoi servigi alla fede, nel modo in cui l’inclinazione naturale asseconda la carità» (versione di F. Fiorentino nel primo volume dei cinque della nuova edizione della Somma di teologia di Tommaso d’Aquino, Introduzione di Pasquale Giustiniani, traduzione, note e apparati di Fernando Fiorentino, vol. I, Città Nuova, Roma 2018, p. 311).

In verità, l’adagio tomasiano – gratia non tollit naturam, sed perficit – si legge letteralmente in Super Sent., lib. 2, d. 9, q. 1, a. 8 arg. 3: «Inoltre, benché l’intelletto umano sia perfezionato dalla luce della grazia o della gloria, resta sempre necessario che esso abbia intelligenza sotto la luce naturale: infatti gratia non tollit naturam, sed perficit». Inoltre, si ritrova significativamente, con qualche variante, in Summa Theologiae II-II, q. 10, a. 10, co.

In questo testo si discute, oggi, significativamente per quanto riguarda i rapporti di collaborazione tra Chiesa e Stati, dell’origine soltanto umana, e non divina, del potere (anche ecclesiastico) e della sua estensione anche sui popoli non cristiani: «Il diritto divino, poi, che è dalla grazia, non elimina il diritto umano, che è da ragione naturale».

Nel “mondo a due piani” dell’immaginario culturale tomasiano (natura e grazia, diritto umano e diritto divino, legge naturale e legge eterna), il “potere della Grazia divina” non elimina, ma potenzia e perfeziona, ogni dinamismo umano, sia intellettuale sia sociale, religioso e politico. Così pure quanto proviene dalla dottrina sacra e dalla stessa Bibbia non deve far altro – insegnava Tommaso – che completare un dinamismo intrinseco della persona umana. Essa ha un naturale desiderio di vedere e conoscere Dio, a cui corrisponde la mirabile risposta dal roveto ardente di Esodo 3,14.

L’Angelico, in varie sue opere, sia giovanili che della maturità, rende così nel suo limpido latino: Ego sum qui sum – Io sono colui che sono, cioè senza differenze tra esse e quod est (come, invece, si verifica in ogni altra natura creata, la quale partecipa il proprio essere-esistere da colui che è ente per essenza).

Viene precisato, in altro contesto: «In quanto il suo essere non conosce passato né futuro, ma possiede sempre, in modo presenziale, l’essere» (Super Decretales, n. 1 co.). Questo Io sono, Tommaso, sulla scia del Vangelo di Matteo, commentato da Agostino d’Ippona, si augura di poter contemplare e conoscere allorquando vivremo in eterno (Catena in Mt., cap. 25, l. 4).

Un buon domenicano dedicato all’evangelizzazione

Papa Francesco ricorda esplicitamente un aspetto peculiare del domenicano Tommaso: evangelizzare il popolo, dovunque egli si trovasse, dal basso Lazio a Napoli, da Parigi a Orvieto e Roma, e poi di nuovo a Parigi, di lì a Napoli e, infine, sulla via per Lione, lungo la quale non restò mai muto o in silenzio, anzi scrivendo diverse risposte d’autore a quesiti che ancora gli pervenivano.

L’edizione critica della Vita di Tommaso – la più antica biografia del santo domenicano – fu redatta dal domenicano Guglielmo di Tocco (nato nel corso del decennio 1240-1250), il quale conobbe personalmente Tommaso a Napoli negli anni 1272-1274 e ne ascoltò le lezioni mattutine e le prediche pomeridiane.

La Vita è stata pubblicata in francese da Claire Le Brun-Gouanvic, non senza un ricco Dossier dei miracoli (ben 146, prevalentemente di guarigione), raccolti da Tocco per la causa di beatificazione, che si tenne a Napoli nel corso dell’estate del 1319). Vi si legge testualmente del valente e nobile giovane che, col permesso della mamma – alle donne era affidata l’educazione dei figli cadetti – stava ormai per lasciare l’abbazia di Montecassino.

Questo aveva suggerito l’abate e questo desiderava lo stesso Tommaso, dopo essersi recato nella capitale del Regno federiciano (qui Federico II aveva fondato, nel 1224, la famosa Università che avrebbe fatto eco a quella parigina).

A Napoli il cadetto dei d’Aquino era andato a seguire lezioni di grammatica e di logica dal maestro Martino e di scienze naturali dal maestro Pietro d’Irlanda (era questo il cursus studiorum delle artes, propedeutiche alla teologia e al diritto).

Così si legge nella Vita: «Egli fu quindi condotto verso l’ordine dei frati predicatori, che già da lungo tempo era desideroso di accoglierlo e che era stato informato del suo arrivo da una visione profetica [un imprecisato frate dell’ordine dei predicatori avrebbe avuto una visione del viso del giovane e promettente Tommaso: un viso tanto luminoso che, come i raggi del sole, illuminavano tutte le cose circostanti]… Fra’ Domenico da Lentini, allora priore di Napoli, gli fece indossare l’abito dell’ordine nel quale lui stesso l’aveva spesso invitato a entrare» (edizione Du Cerf, Paris 2022, p. 32).

Tommaso è un evangelizzatore e predicatore, non soltanto nell’Università, dove uno dei compiti di un professore era, appunto, quello di predicare, oltre che di leggere e commentare tesi biblici e filosofico-teologici, nonché d’intervenire alle periodiche dispute pubbliche su temi controversi o emergenti.

Tommaso interverrà più volte. Con ben tre scritti, nella controversia sugli Ordini mendicanti, non soltanto in difesa del proprio Ordine domenicano, ma di tutti i mendicanti che si consacravano, appunto, alla povertà assoluta, anche in dissonanza con certe polemiche agitate, allora, dagli esponenti più in vista tra i prelati e i vescovi. La polemica era vivace, soprattutto in Francia meridionale e in Italia, dove spesso s’inneggiava ai cosiddetti viri spirituales, i quali erano spesso dei pauperes fratres.

La pratica della povertà radicale, esercitata da Francescani e Domenicani, li faceva dipendere totalmente dalle elemosine altrui.

Pier Giovanni Olieu – peraltro molto critico di Tommaso d’Aquino e di altri Maestri, anche francescani – contesta tutti coloro che, ai suoi occhi, pervertivano la vera filosofia, contaminando aristotelismo e teologia sacra, fino a «spacciare una teologia naturale e deduttiva come strumento per convertire l’umanità dal peccato e condurla ai frutti della redenzione di Cristo».

A Parigi – dove i Domenicani avevano il proprio Studium universitario – monta un’ulteriore controversia tra Magistri, ovvero titolari di cattedra.

Essa inizia nel febbraio 1254 con uno scritto di Guglielmo di saint-Amour, che provoca una decisa e secca reazione di Tommaso d’Aquino in difesa della condizione mendicante e della forza della loro azione evangelizzatrice, che deve restare “libera”.

Lo scontro, proseguito nel 1255, sarebbe comunque ripreso durante il periodo di sede papale vacante (anni 1268-1271), allorché Gerardo di Abbéville. affiancato da Nicola di Lisieux, addirittura teorizzerà che gli Ordini mendicanti dovessero essere assimilati a tutto l’altro “personale” ecclesiastico già esistente, ovvero ai prelati, oppure adattarsi alle regole di tipo monastico: senza cioè le inusuali “pretese” di predicare nelle diocesi, confessare e incoraggiare i giovani a fare voto di entrare nei nuovi ordini religiosi, vivendo secondo l’usus pauper di tipo radicale, che implicava nessun possesso di beni individuali e in comune.

Una risorsa per la Chiesa di oggi e di domani

Papa Francesco si dichiara convinto – nella Lettera citata – che il Dottore dei conti d’Aquino sia e resti una risorsa. In questo, il Papa chiama a conferma Paolo VI per rilanciare gli odierni temi della sinodalità e della scoperta della verità tutta intera.

Bisogna riconoscerlo: l’Angelico è stato davvero una risorsa in età moderna e può ben esserlo nella stagione culturale odierna. Non è un caso che il domenicano fra’ Giordano Bruno (morto sul rogo nell’anno santo del 1600, a seguito della condanna come eretico formale da parte dell’Inquisizione romana) proclami la sua stima verso gli scritti del grande teologo e filosofo domenicano. Infatti, nel corso del processo a suo carico, avviato dal Tribunale dell’inquisizione veneta, dichiarava di aver letto, sì, i grandi del pensiero riformato moderno, ma anche e soprattutto san Tommaso, che egli stima come «dottore» (e non «pedante»); anzi, confessa testualmente di averlo amato «come l’anima mia».

Il notaio verbalizza così la confessione del filosofo Nolano, che mostra ai giudici uno scritto in cui utilizza l’Angelico: «Io ho letto libri di Melanthone, di Luthero, di Calvino, et de altri heretici oltramontani, …ma li ho letti per curiosità». Invece, «de dottori Ecclesiastici Catholici io ne fo quella stima, che devo, et particularmente di San Thomaso, che ho sempre come ho detto di sopra stimate, et amato da me come l’anima mia, et che sia la verità ecco che nel mio libro intitolato de Monade, numero, et figura, carte, o pagine 89, dico in lode de S. Thomaso, quanto potete vedere…».

Neppure è un caso, perciò, che, a distanza di oltre quattrocent’anni, nell’attuale Costituzione apostolica di riforma degli studi universitari ecclesiastici di filosofia e teologia (Veritatis gaudium, 8.12.2017), si legga la regola di radicarsi nel patrimonio perennemente valido, tenendo particolarmente conto di Tommaso. Difatti, in relazione a quella che viene testualmente definita «una nuova tappa dell’evangelizzazione», specificamente nella ricerca e nello studio della filosofia, si afferma: «La ricerca e l’insegnamento della filosofia in una Facoltà ecclesiastica di Filosofia devono essere radicati “nel patrimonio filosofico perennemente valido” (can. 251 CIC e Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Optatam totius, 15) che si è sviluppato lungo la storia, tenendo conto particolarmente dell’opera di san Tommaso d’Aquino» (art, 64,1 della Costituzione apostolica).

Trovare i linguaggi e gli strumenti adeguati perché il pensiero di san Tommaso possa raggiungere tutti

Linguaggi e strumenti adeguati per dire la fede oggi: un processo, questo, che deve avvenire anche oggi, nella stagione del secolarismo strisciante, della crisi della pratica cristiana in Occidente, del successo di teorie etiche non cristiane, o addirittura anti-cristiane. Come sempre, tutto può, anzi deve, accadere sotto la mozione e la potenza dello Spirito che, nel tempo, in ogni tempo, suscita grandi intellettuali, uomini e donne.

La definizione teorica del rapporto tra magisterium pastorum e magisterium theologorum – a loro volta da raccordare, oggi, con il sensus fidei del popolo di Dio – può trovare molta luce dalla nuova messa a punto dai testi tomani.

Tutto ciò – ci sembra – è nuovamente e più adeguatamente determinabile in vista del futuro sviluppo della fede, pur nella sua continuità con la tradizione perenne.

Tommaso, in particolare, s’interroga, e ancora c’interroga, su una domanda di fondo: in base a quale criterio si giudicherà che il mio storico conoscere è simile o corrispondente alla verità conosciuta anche sul piano delle dottrine di fede, peraltro appartenenti a un passato a cui chi oggi giudica non appartenne?

Come mi sono permesso di scrivere in un mio recente volume, pur senza citare testualmente l’Angelico, occorre una rinnovata azione di adombramento da parte dello Spirito: «L’azione di adombramento e quasi di cova materna, compiuta dallo Spirito Santo, viene esercitata maternamente sulla Chiesa, con la divina dynamis, che talvolta genera anche il sogno e la fantasia; così come sulla Vergine di Nazaret al momento dell’annunciazione, oggi quella medesima potenza soprannaturale aleggerà…, senza attutire le differenze, anzi mantenendole, ma tutto e tutti finalizzando al sentire comune, che non comporta mai l’attutire le diversità» (V. Bertolone, Carismi e istituzione. In compagnia di Albino Luciani, edizioni la Valle del tempo, Napoli 2023, pp. 33-34).

Lo Spirito provvede sempre

Lo Spirito provvede sempre a sufficienza, anche agli attuali bisogni della Chiesa. Nella Somma di teologia si legge lapidariamente: «Bisogna dire che lo Spirito Santo provvede a sufficienza alla Chiesa nelle cose che sono utili alla salvezza, a cui sono ordinate le grazie gratis datae» (Summa Theologiae II-II, q. 178 a. 1 co.).

I linguaggi e gli strumenti adeguati passano, oggi, non soltanto attraverso corsi e studi specialistici, ma anche attraverso le vie informatiche e digitali, dove sono disponibili testi, lessici, tradizioni e studi molto validi.

E, tuttavia, nessuno potrà mai sostituire l’oralità delle omelie, della predicazione e della religiosità popolare, nelle quali occorre riscoprire il dottore ottimo, ecclesiae sanctae lumen, di cui stiamo opportunamente ricordando i tre centenari: della nascita (1224? 1226? – il biografo ci dice che la nascita di Tommaso era avvenuta mentre compiva il 50° anno), della morte (†1274) e della canonizzazione avvenuta ad Avignone nel 1323.

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