10 100 1000 piazze per la pace

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Dopo giorni di vento impetuoso, sabato è una giornata bellissima di cielo azzurro e di luce che il lago restituisce in chiarità cristallina. Sulla piazza davanti al porticciolo ci si affaccenda già dal mattino. Un tavolino, delle sedie, un cavalletto per appendere gli striscioni, e poi astucci con aghi e forbicine e spolette di cotone colorato.

Un mese o poco più è bastato per rispondere e dare forma all’iniziativa 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace: tante, tantissime donne, hanno contribuito a realizzare il centinaio di mattonelle di stoffa – misura 75 cm per 75 – che, in questo sabato di fine marzo, a coronamento di un meraviglioso lavoro di creatività collettiva, vengono assemblate fra loro a formare un grande tappeto di pace.

In questo mese le donne si sono incontrate per ritagliare mattonelle di stoffa da vecchie lenzuola ormai inutilizzate e i pezzi di tela, affidati a mani sapienti e fantasiose, sono stati ricamati e dipinti. Qualche donna ha lavorato da sola, altre hanno coinvolto gruppi di knitting e associazioni di volontariato; maestre ed educatrici delle scuole materne e primarie hanno disegnato futuri di pace insieme ai loro bambini e alle loro bambine.

E poi sabato, eccoci lì, in piazza, tutte e tutti insieme, donne e uomini di compassione e passione che ancora, testardamente, in direzione ostinata e contraria, mentre nel mondo soffiano apparentemente inesorabili i venti di guerra, continuano a credere e testimoniare che la pace è, per tutti e per ciascuno, un bene doveroso e possibile.

Qualcuno qua e là nel mondo continua a raccontare la solita vecchia storia della guerra giusta, della guerra male necessario, della guerra bella, sola igiene del mondo. Qualcuno fa conto di un’apatia globalizzata, del silenzio, se non accondiscendente quanto meno indifferente, che permette e protegge, ad ogni latitudine, l’economia della guerra. Qualcuno è convinto che sia sufficiente continuare a garantirci lo shopping settimanale con connesso passeggio e aperitivo per impedirci di pensare.

Ma noi, sabato, eravamo lì, nelle nostre piazze, con i nostri corpi, le nostre mani e le nostre parole, a tessere altri racconti, a cucire altri futuri. Più di centocinquanta piazze in Italia hanno raccolto l’invito a realizzare una grande installazione tessile per dire no alla guerra. Il gesto del cucire sottende una metafora potente: mentre la guerra è lacerazione e distruzione di vite, di mondo, di futuro, il filo che cuce, rammenda e ricama si fa simbolo della vita che sostiene e ripara ciò che il male distrugge.

La forza simbolica del gesto del cucire è amplificata dal suo farsi gesto pubblico, e perciò politico: tenere insieme persone diverse, anche sconosciute fra loro, in una comune azione creativa e di cura; occupare spazi della collettività in modo nonviolento, ma evidente e visibile; lasciare tracce durature.

I tappeti di pace realizzati sabato 28 marzo in tante piazze d’Italia verranno portati a Roma il prossimo 20 giugno per la grande manifestazione nazionale Disarmare le città, per dire ancora e sempre no a tutte le guerre, perché la pace è quella cosa che si fa insieme, ciascuna e ciascuno a partire da sé.

Trovo bella la vita, e mi sento libera. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore, La vita è difficile, ma non è grave.  Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a sé stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto di eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, p. 127).

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