Monumenti e memoria

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The Library (Micha Ullman, Berlino).

The Library (Micha Ullman, Berlino).

Una parrocchia milanese mi propone un incontro sulla Giornata della Memoria e scelgo di riflettere sul concetto di Monumento. Il pubblico è composto da alcune persone “over 65”, soprattutto donne. Attente, vivaci, interessate. Mi accompagna Adriana Cereda, una brava pianista che suona alcuni brani tra le immagini che proietto.

Ho alle spalle diverse esperienze scolastiche puntualmente datate 27 gennaio: recital e performance teatrali, visioni di film, presentazioni di libri a studenti liceali. E, recentemente, la lettura del libro da poco edito di Andrea Pinotti (Nonumento. Un paradosso della memoria, Johan&Levi editore, Milano 2023) in cui, con una ricca documentazione ed elaborata analisi teorica, è problematizzato il rapporto tra memoria, oblio e monumenti.

Alcune esperienze di questi ultimi decenni ci sono note: fatti di vandalismo, cultura della cancellazione, edificazione di discussi memoriali della Shoah. Affiorano domande: quali testimonianze del passato vanno salvaguardate? Chi è deputato a questa scelta? Sono realmente “visibili” i segni che ricordano eventi e figure storiche?

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Se tutto è monumento, è inevitabile la crisi dell’idea stessa di monumentalità, spesso associata ad autoritarismo e a stagioni storico-politiche non democratiche.  La diffusione delle tecnologie digitali non riduce certo la questione. Un’ampia ricognizione di opere percorre il testo, frutto di un ventennio di ricerche e di studio.

La proposta annunciata nel titolo è l’esito di un’attenta analisi su ciò che muove la scelta di creare un ponte tra passato, presente e futuro. Un intento che dura da secoli se solo pensiamo alle piramidi egizie. Affrontando la crisi del monumentalismo l’autore sta con i “nonumenti” in cui include diverse opere che – per la loro invisibilità o voluta assenza di caratteri propri del monumento – possono innescare significative domande a chi ne fruisce.

Si tratta di interventi e installazioni che si qualificano per “via di levare” e sono volte a superare l’oblio o l’indifferenza giustamente temuti. Non a caso all’ingresso del Binario 21, il memoriale milanese della Shoah, si legge a lettere cubitali il termine “indifferenza” propria di chi non sceglie da che parte stare né empatizza con il dolore altrui.

Bianrio 21 (Milano).

Binario 21 (Milano).

Interessanti le proposte realizzate, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, di nonumenti di cui Pinotti fa una dettagliata tassonometria, suddividendoli in “immergenti”, “invisibili”, “effimeri”, “atmosferici”, “intransitivi”… e altre tipologie. Dagli impacchettamenti (wrappings) degli artisti Christo e Jeanne-Claude alle esperienze dello Studio Azzurro, al progetto di Hiro Yamagata con la proiezione laser dei Buddha a Bamiyan in Afghanistan (dopo la distruzione delle antiche statue nel 2002, da parte del mullah Omar), sono numerose le opere e i disegni presentati e illustrati nel testo. Da parte degli artisti la sfida è chiara: affrontare la minaccia dell’oblio e l’abuso della memoria.

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Gli insegnanti sanno quanto possa essere pericoloso insistere ogni anno su una data di cui “far memoria”. E ormai sono moltissime quelle da ricordare! Vale la pena citare un documentario (Austerlitz di Sergei Losnitza, 2016) che presenta la giornata tipo dei visitatori del Museo di Sachsenhausen in Germania, allestito all’interno di un campo di concentramento.

Il regista aveva posizionato la macchina da presa in alcuni punti chiave del Museo riprendendo i visitatori a loro insaputa. Si colgono turisti annoiati, presi a scattare fotografie e bere bibite, ascoltando distrattamente le guide turistiche che spiegano le torture inflitte dalle SS e dalla Gestapo.

Rimbalza inevitabile la domanda: è giusto che i campi di concentramento siano diventati musei? E ancora: come posizionarsi di fronte agli orrori della Storia, la cui complessità è poco nota al grande pubblico?

Torno all’aula parrocchiale: le persone che mi ascoltano guardano con attenzione. Una carrellata di diapositive che ci fanno viaggiare tra Berlino, Budapest, Milano, Gerusalemme dove lo Yad Vashem (che significa letteralmente “un monumento e un nome”) consegna un’importante lezione di sapore biblico. Dice Adonai per bocca del profeta Isaia:

 “Io darò loro, nella mia casa e tra le mie mura, un monumento (yad) e un nome (shem) più che fossero figli e figlie; io darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Is 56,5).

A Berlino, oltre al Museo Ebraico di Daniel Liebeskind e al Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa – con gli astratti parallelepipedi che lo compongono e  sorto dopo circa 17 anni di dibattiti -, lo sguardo si posa su “The Library” (1995) di Micha Ullman.

È il Memoriale del rogo dei libri posto nella centralissima Bebelplatz, cuore della cultura e dell’arte. Lì, nella notte del 10 maggio 1933, furono bruciati testi che vennero prelevati anche dalla Biblioteca posta nella stessa piazza, la prima biblioteca pubblica prussiana. Si tratta di un non luogo: una libreria vuota interrata e posta al di sotto della superficie di calpestio. Attraverso una lastra di vetro è possibile vedere scaffali deserti e in grado di contenere proprio i 20.000 libri oramai distrutti.

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Le immagini scorrono insieme alle note suonate dall’amica pianista per alleggerire pensieri dolorosi. Alcuni brani sono conosciuti, come Gam Gam, canzone composta dallo psichiatra ebreo Elie Botbol e poi inserita da Ennio Morricone nella colonna sonora del film Jona che visse nella balena (Roberto Faenza, 1993).

Altri sono meno noti, come le danze ungheresi di Brahms con cui Adriana commenta musicalmente il Memoriale della Shoah di Budapest, opera del regista Can Togay e dello scultore Gyula Pauer. Un’installazione artistica (2005) che raffigura le scarpe poste sul ciglio della banchina della sponda del Danubio da cui vennero gettati nel fiume cadaveri di ebrei sequestrati dal ghetto, uccisi con un colpo alla nuca non prima di aver intimato loro di togliersi le scarpe. I calzari, si sa, erano bene preziosi per il mercato nero…

memoria-mon2

In conclusione, rifletto con i presenti sul libro di Pinotti le cui ricerche e contributi mi sembrano significative per un tema di appannaggio non solo degli studiosi di estetica. L’esperienza della memoria stimola una problematizzazione sugli strumenti che la attivano o disattivano.

L’artista tedesco Gunter Demnig, a partire dagli anni ’90, deposita sul tessuto urbanistico della città di Colonia le pietre d’inciampo davanti alle case in cui vissero persone poi deportate. Far inciampare la nostra attenzione su qualcosa che inneschi un percorso introspettivo personale è la prima “pietra” per costruire ricordi e favorire riflessioni in cui la storia – anche quella personale – prenda casa.

Una casa che dovrebbe essere comune poiché il monumento è “l’utensile per eccellenza di produzione di una comunità” (Règis Debray 1999). Piace richiamare quel che scrisse lo storico dell’architettura Sigfried Giedion nel 1958: oggi manca la funzione simbolico-religiosa della monumentalità, che lega i membri della comunità. In vista di un orientamento alla vita, più che a una cultura della morte.

Uscendo dalla sala una signora mi racconta che aveva nove anni quando, nell’ottobre 1944, a Milano avvenne una strage di circa 200 bambini per l’esplosione di una bomba sganciata per errore da un aereo alleato e caduta su una scuola elementare.

Quest’anno si commemorerà l’80° anniversario della strage del quartiere di Gorla. In piazza un monumento lo ricorda, ma probabilmente non tutti lo vedono. Forse riflettere insieme – con nonne e nonni – anche su questa immagine può giovare a qualche bambino e giovane di oggi.

Piccoli martiri di Gorla (Milano).

Piccoli martiri di Gorla (Milano).

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Un commento

  1. Mario 30 gennaio 2024

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