
Ci sono donne consapevoli del loro potere che, con sicurezza, sanno persuadere noi uomini a riconoscere come violenta e predatoria quell’attrazione che riduce l’altro a un semplice oggetto e, in circostanze scandalosamente capitaliste, a una mera merce.
Uscire dai vecchi schemi
Queste donne possono rieducarci alla bellezza della seduzione e dell’Eros, e aiutarci a riscoprire l’innegabile necessità del desiderio, salvandolo dalle macerie patriarcali del moralismo, dagli equivoci sulla castità, dal dualismo pernicioso che classifica le donne in due figure chiave: angeli e prostitute.
Sante sono le donne della casa, madre, sorella, moglie e figlie; prostitute tutte le altre, disponibili a uno standard diverso di sottomissione alla dominazione maschile.
Le prostitute sono anche quelle che non sanno o non vogliono avere a che fare con il prezzo. Un prezzo che, tuttavia, non corrisponde mai al valore della vendita del corpo, ma che è semplicemente il prezzo pagato per l’errore disumano e impagabile del “maschio”.
Pensare alle donne come semplici angeli sembra una forma troppo cattolica di rimozione, tramite sublimazione. Un modo, ancora patriarcale, stereotipato, di non riconoscerle come persone, con quelle ombre, confusioni, errori e incomprensioni che ci rendono umani. Un atteggiamento che non si libera dalla perversa logica binaria “santa/prostituta”. E non le riconosce semplicemente come donne.
È in queste mentalità che si nasconde il vizio del moralismo, che vede tutta la sessualità segnata dal peccato, e che riduce la castità all’esclusione della pratica del sesso occultando il desiderio, quando, al contrario, la rara possibilità di vera sintonia, libera comunicazione e reciprocità è alla nostra portata.
Possiamo augurarci di poterci alleare unendo tutte le dimensioni dell’amore: Agape, Eros, Philia. Che l’amore gesuologico e cristologico, gratuito e oblativo, che non include reciprocità, animi e trasfiguri i nostri corpi e desideri in sacramenti della vita! In corpi che sanno ascoltare, sperare, gioire, rispettare, soffrire, morire e, senza possedersi, donarsi l’uno all’altro.
Possa questa divina oblazione sostenere l’amore fraterno e sororale, fatto di dialogo, comunione, cooperazione e lotte per la difesa della vita.
Le donne non sottomesse ci parlano delle relazioni di genere che, ai nostri tempi, sono in permanente ebollizione, pressione, conflitto e negoziazione tra modelli tradizionali – parzialmente obsoleti, ma ancora resistenti e non solo nei settori conservatori e neofascisti della società e delle Chiese – e modelli alternativi, in fase di costruzione, sebbene ancora fragili e precari.
Un nuovo paradigma nelle relazioni umane
È necessario, tuttavia, affrontare un’urgenza tragica: le donne non solo ci sfidano come protagoniste, libere e non più sottomesse, nella difesa dei diritti, ma fanno appello alla nostra umanità quando, sempre più spesso, sono vittime della prepotenza, arroganza e violenza maschile in famiglia, nella società, nelle Chiese.
Il pregiudizio maschile non si limita al femminicidio, ma esercita violenza contro tutte le sessualità non eterosessuali, stigmatizzate come diverse, anormali, negative.
Inoltre, le statistiche sulla violenza commessa contro le donne rivelano che le donne nere sono la maggioranza delle vittime e rivelano tragicamente che classismo, razzismo e sessismo, nella società brasiliana, sono costitutivi, legati in modo ombelicale e strutturale.
Come possiamo, però, evitare di affrontare e accettare la principale provocazione che le donne rivoluzionarie offrono a noi uomini quando, superando la loro identità sottomessa e dipendente, ci invitano a un processo di ridefinizione della nostra identità?
La battaglia femminista autentica non mira alla nostra eliminazione, né alla semplice inversione del paradigma della dominazione. È, al contrario, un invito al cambiamento radicale, alla ricerca di un nuovo paradigma delle relazioni umane.
Una sfida ardua, perché Gesù di Nazareth, duemila anni fa – e l’apostolo Paolo stesso (Gal 3,28) – sostenevano la possibilità di uguaglianza e di fraternità e di sororitá universali. E ancora oggi, sono rari gli uomini e le donne che hanno preso sul serio la profezia.
È una vita che Ivone Gebara continua a profetizzare questa verità così difficile per gli uomini: «La prima questione della crisi maschile è che, quando cambiamo la nostra identità sottomessa e dipendente, quando noi donne smettiamo di identificarci come essere per e, in questo senso, essere per gli uomini, per la famiglia patriarcale, stiamo già, affermando la nostra nuova identità, la nostra ricerca di identità, insistendo affinché gli uomini entrino in questo processo di ridefinizione della loro identità. Il sesso forte, il sesso maschile è forte e dominante solo nella misura in cui accettiamo la dominazione. E poiché non accettiamo più il paradigma della dominazione, sono in crisi. Oggi, la crisi del maschile si colloca in una sorta di mancanza di una nuova identità del maschile. Questo è sia dal punto di vista delle relazioni sociali sia all’interno delle Chiese».
Se la modernità post-industriale e urbana è il processo economico e culturale che fa entrare in crisi il paradigma patriarcale del “marito che porta a casa lo stipendio / moglie casalinga”, il femminismo critico è il politico che gestisce questo processo. La crisi indiscutibile e irreversibile della dominazione patriarcale è un aspetto determinante di questi ultimi decenni.
Ora tocca agli uomini cambiare mentalità
Mi sembra, tuttavia, che coloro che si limitano ad accompagnare specularmente, senza iniziative significative, siano gli uomini. Rimaniamo confusi, incapaci di trovare strategie per affrontare cambiamenti e mutazioni, e incapaci di contribuire alla costruzione di nuovi percorsi.
Non mitizzeremo il femminile come la metà santa di un’umanità peccatrice, né un generico femminismo intriso di normali contraddizioni, ma non potremo mai dimenticare che le donne sono le vittime sacrificali di quasi tutte le civilizzazioni, insieme agli indigeni, agli schiavi, ai poveri, agli ebrei, ai neri… esseri umani che, da tempi immemorabili fino ad oggi, conoscono e soffrono nel proprio corpo e nell’anima la violenza dei potenti e degli arroganti di tutte le classi.
Ci convincono che non possono esserci lotte anticapitaliste, anticoloniali e antistatali senza lotte contro le forme vecchie e nuove di patriarcato e di machismo di natura colonialista e neofascista.
Pertanto, non sarà un codice etico o un manuale di teologia morale a cambiare i nostri atteggiamenti, ma solo la nostra disponibilità aperta, priva di pregiudizi, di incontrarci e relazionarci, empaticamente, per immergerci senza paura nella difficile e inevitabile rete di classe, genere ed etnia.






Credo che la crisi del maschile dipenda dalla crisi del femminile. Finché le donne non avranno deciso cosa vogliono essere difficilmente gli uomini capiranno il loro ruolo. Oggi è tutto molto confuso perché le donne hanno molte possibilità ma storicamente hanno esempi solo maschile e devono costruirsi il loro ruolo nel mondo ex novo mentre gli uomini non hanno altro a cui appellarsi che il passato e temono dove il cambiamento li sta portando. Questa fase di passaggio è molto delicata. Ci vorrà molto tempo perché si possa ritrovare equilibrio. Occorre rimanere in attesa e pazientare perché sono certo che alla fine tutte le minoranze potranno vivere meglio se le donne guadagneranno il loro posto nella storia.
Pietro ringrazio per quanto ha scritto. Ho una sensazione che noi maschi, conosco gli italiani, cerchiamo la mamma, quella che ci accudisxe e che con il suo comportamento ci sia di indicazione. Ma i maschi hanno creato pensato e codificato quello che per secoli che ha fatto dei maschi i più. Più capaci più intelligenti più creatori più atti a ragionare a cercare la profondità delle cose…MA è successo che finalmente dopo secoli ecco che le donne hanno compreso se stesse e hanno capito in che angolo le avevamo messe. Ora stanno cercando come non diventare la copia di noi.
Ai maschi tocca questa volta non aspettare la mano della mamma che ci allaccia i pantaloni o la gonna.
A noi tocca cercare chi siamo.
E sarebbe bello che lo si potesse cercare insieme donne e uomini, uomini e donne.
Grazie flavio
Sante sono le donne della casa, madre, sorella, moglie e figlie; prostitute tutte le altre, disponibili a uno standard diverso di sottomissione alla dominazione maschile. —-
ma ancora così stiamo? Ha ragione chi ha scritto il commento precedente: L’autore ritiri tutto o lo riveda, sono d’accordo ( ma si può essere d’accordo o le regole del blog lo vietano)?
E così sia!
Ma quanto dolore ha preceduto queste sante parole?
Lodevole, molto lodevole, l’intenzione di questo commento. Però è troppo maschilista nel fondo e nella scelta dei termini (“…dualismo pernicioso che classifica le donne in due figure chiave: angeli e prostitute”… ma stiamo scherzando? o cosa?). In realtà non esiste una questione di “genere”. Esiste una questione di potere che si configura, poi, ma solo dopo, come questione di “genere” escludendo il sesso femminile. Ma in quanto questione di potere, mette da parte il laicato nel suo insieme e poi soprattutto le donne. Puntare il dito sulla questione di “genere” al femminile, significa nascondere tutto l’insieme del problema. Che non è “patriarcato” ma piuttosto “paternalismo” ecclesiale da parte di un clero che ha tutto il potere decisionale ed al fondo, per formazione, sa e vuole avere sempre l’ultima parola su tutte le questioni. Ed il paternalismo è molto peggio del patriarcato, a mio avviso. Invito l’Autore a ritirare questo articolo o almeno a rivederlo. Grazie.
Umile il suo invito: da donna, io invece ringrazio per l’occasione di condividere idee e di poterle commentare liberamente, anche (o soprattutto) se non si è d’accordo. Come infatti il tema del patriarcato non va affatto sminuito, neppure va esagerato. Tipico esempio di esagerazione, che confonde i piani, è la rivendicazione dell’ordine sacro per noi donne. Se Gesù avesse voluto quote rosa tra i dodici, l’avrebbe fatto con la stessa disinvoltura con la quale toccava scandalosamente i lebbrosi o violava il sabato
Anche io ringrazio per la possibilità di commentare liberamente. La questione dei 12 maschi è quella più ricorrente quando si parla di ministeri ordinati vietati alle donne. Ma io ho voluto andare un po’ più “a monte” di questa scelta… Chi rappresentavano i 12 e quale significato intendeva dare loro Gesù? Allora ho scoperto molte cose (che ovviamente il clero non ama discutere), e posso serenamente riferirmi alla comunità/famiglia di Gesù, quella che lo seguiva e che lui ammaestrava e guidava, una comunità di discepoli e discepole.