Suviana: morire sul lavoro

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La tragedia del lavoro avvenuta nella centrale di Bargi-Suviana impone molte domande sullo stato di tali infrastrutture, così importanti, in tutto il territorio nazionale. Ne abbiamo poste alcune al giornalista Nicola Borzi de Il Fatto Quotidiano, profondo conoscitore della disciplina idroelettrica.

  • Qual è la suddivisione di competenze istituzionali, tra Stato e Regioni, sulla produzione idroelettrica?

Sino al 2001 – ossia sino alla Riforma del Titolo V della Costituzione – tutta la materia della produzione di energia per il fabbisogno nazionale è stata competenza «esclusiva» dello Stato. Con la modifica costituzionale la competenza è divenuta «concorrente». Dopo di che si sono aperti parecchi contenziosi e conflitti, non solo, peraltro, su tale materia, tra Stato e Regioni, spesso demandati alle soluzioni dei Tribunali Amministrativi Regionali.

Nel 2018 il Governo Conte 1 ha varato il decreto che ha attribuito alle Regioni competenza «esclusiva» sulle «concessioni» delle centrali idroelettriche.

Il passaggio di competenze è stato fortemente voluto dal partito della Lega che era – e che è – al governo delle Regioni del nord che contano circa 500 dighe a carattere strategico nazionale, di cui circa 300 per produzione di energia elettrica.

Dunque, l’attività di controllo – cioè, di verifica degli impianti dal punto di vista della statica, della idraulica e della elettrotecnica – rimane in capo allo Stato centrale e precisamente alla Direzione generale dighe del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. In capo allo Stato sono rimaste anche le competenze di Protezione civile riguardo ai rischi idro-geologici.

Alle Regioni competono, appunto, le «concessioni».

  • Ciò, ai fini della effettiva gestione, cosa comporta?

L’acqua che scende dal cielo, quindi dalle montagne, è, evidentemente, una risorsa collettiva, un bene pubblico. Come tale non può divenire proprietà di enti privati. Così succede anche per l’industria delle acque minerali. Lo Stato – ora attraverso le Regioni – «concede», appunto, ai privati lo sfruttamento del bene, a fronte del pagamento di un «canone di concessione». Nel caso delle centrali idriche e idroelettriche, il fine è servire l’acqua ad uso civile, ad uso irriguo e per la produzione di energia elettrica.

La legge italiana stabilisce, peraltro, termini temporali di concessione del bene piuttosto ravvicinati. E ciò determina un aperto conflitto tra l’Ente pubblico e i privati concessionari dei servizi idroelettrici. Il confronto si è acceso proprio col passaggio di competenze alle Regioni: man mano che in contratti in essere con lo Stato sono andati in scadenza, le Regioni hanno posto condizioni di rinnovo comprendenti incrementi del canone. Ai privati non poteva andare bene.

Nel mentre è intervenuta la Direttiva Bolkestein che impone il regime di concorrenza sulle concessioni – in questo caso le concessioni idroelettriche al di sopra dei 3 Megawat di potenza impiantistica -, per cui tutto ora deve – o dovrebbe – essere messo a gara di appalto.

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  • Ciò non sta avvenendo?

La cosa sta avvenendo, ma molto lentamente. I concessionari tradizionali si stanno opponendo con ricorsi su ricorsi. Questo scenario giuridico conflittuale, a detta dello stesso mondo industriale, non è evidentemente favorevole per la stabilità e la sicurezza del settore idroelettrico, compresa l’impiantistica: nessuna azienda se la sente di investire senza la certezza di poter assorbire i costi nel prossimo futuro.

Secondo uno studio presentato il 1° settembre scorso al Forum di Cernobbio dalla Fondazione Ambrosetti e da una delle principali aziende concessionarie (la A2A) – a tutto il settore industriale dell’acqua – compresi i circa 300 invasi maggiori a produzione idroelettrica – servirebbero, nei prossimi 10 anni, investimenti di manutenzione e di ammodernamento per un ammontare stimato in 48 miliardi di euro: una cifra enorme.

  • Quali interventi di manutenzione e di ammodernamento servono all’idroelettrico?

Gli interventi necessari sono almeno di tre tipi.

Innanzitutto, andrebbe rapidamente affrontata la questione del dragaggio degli invasi idroelettrici e degli invasi in genere. Se ne è già ripetutamente parlato in occasione delle siccità o delle alluvioni che hanno afflitto il nostro Paese. Il problema è intuitivo. L’acqua che scorre a valle trascina normalmente con sé detriti, fanghi, tronchi, ecc. Se le dighe non vengono ripulite da questi materiali col dragaggio, la capacità idrica complessiva si riduce e, con ciò, la produzione di energia elettrica. Nel 2022, durante la grande siccità dell’estate, la produzione si è ridotta di un terzo, anche proprio per questo motivo.

  • Precisi, per favore, quanto pesa la produzione idroelettrica sul totale dell’energia prodotta in Italia. 

All’idroelettrico possiamo imputare mediamente il 50% della produzione elettrica da fonti rinnovabili pulite – fotovoltaico, eolico, geotermico, ecc. -, quindi circa il 12,5% del fabbisogno totale di energia del nostro Paese. Non è affatto poco. È una quota indispensabile e strategica.

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  • Quali altri interventi di efficientamento andrebbero previsti?

Un secondo, affatto trascurabile, obiettivo di ammodernamento, riguarda la stessa concezione idraulica delle nostre vecchie centrali. Si consideri, infatti, che l’età media delle stesse è di ben 80 anni. Quasi tutte sono state costruite tra gli anni ’30 e metà degli anni ’50 del secolo scorso, quando il principio idraulico di funzionamento era di sola caduta, senza risalita.

Mentre le moderne centrali idroelettriche prevedono due bacini – superiore e inferiore – e quindi due canali d’acqua, per poter ri-pompare, durante le ore e i giorni in cui conviene, l’acqua dal bacino inferiore a quello superiore, secondo un attento calcolo dei costi e dei ricavi, considerato il prezzo dell’energia elettrica.

Gran parte delle nostre centrali idroelettriche funzionano solo a caduta e andrebbero, perciò, aggiornate al nuovo e più conveniente criterio. Ma questo significa lavori complessi e investimenti enormi.

Il terzo ordine di interventi riguarda propriamente gli impianti e le macchine che sono in esercizio da anni e anni. Ogni centrale per la produzione di energia elettrica possiede macchine in rotazione: turbine, alternatori, dinamo. Viene da sé la preoccupazione per l’usura dei materiali sottoposti a moto continuo. Le parti rotanti vanno quindi regolarmente manutenute e sostituite, per avere impianti in efficienza e in sicurezza. Ma anche questo costa parecchio.

  • Può mettere meglio a fuoco il tema generale dei costi di gestione e i riflessi sulle manutenzioni? 

Prendiamo, ad esempio, una delle principali società di gestione: l’ENEL, chiaramente. ENEL contava, sino a qualche anno fa, circa 110.000 dipendenti; ora ne conta circa 65.000. Ciò è avvenuto per effetto della progressiva, benché parziale, privatizzazione della società, ora quotata in borsa. La logica da cui è stata guidata ENEL in questi anni è divenuta quella della riduzione dei costi e dell’incremento degli utili, quindi dei dividendi. Normale, per tutte le aziende.

Per ridurre il personale, ENEL ha praticato un piano di pensionamenti e di prepensionamenti, con la conseguenza che molti tecnici ancora in età lavorativa – preparati, esperti e con precise conoscenze di ciascun singolo impianto – sono andati a costituire, in genere, nuove società di consulenza ovvero sono entrati – a partiva IVA – nelle fila di quelle già esistenti. Quando la stessa ENEL ha bisogno di realizzare interventi e manutenzioni straordinarie, va prioritariamente ad interpellare le società in cui lavorano i tecnici che conosce. In questo modo si è avviata una catena di appalti e di sub-appalti.

  • A chi resta la proprietà delle strutture col loro patrimonio?

La legge ora dice che, se le strutture non vengono adeguate o il concessionario rinuncia alla concessione, le strutture passano alla proprietà delle Regioni. Questo è un altro motivo di scontro tra interessi diversi, perché, evidentemente, non è soltanto in gioco, con le concessioni, il ricavato e l’utile delle società, ma anche il valore patrimoniale delle strutture.

Quale privato può investirci col rischio di non vedersi rinnovate le concessioni?

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Cosa si stava facendo nella centrale idroelettrica di Bargi-Suviana?

L’impianto di Suviana è a doppio bacino, a caduta e a risalita d’acqua: quindi è un impianto nato già con una concezione aggiornata.

Si stavano facendo lavori di manutenzione e di sostituzione delle macchine. Sappiamo trattarsi di interventi programmati dal 2020-2021, prima che sorgessero i contenziosi con la Regione a cui ho accennato, quei contenziosi che stanno dando luogo alla sospensione di molti lavori in Italia.

Vi stavano lavorando imprese leader del settore degli impianti elettrici, cioè Siemens, ABB e Voith, coordinate da una società di consulenza fatta da tecnici ex-ENEL, secondo la dinamica descritta.

Effettivamente ENEL Green Power può dire – come sta dicendo – di aver selezionato le migliori imprese sul mercato, certamente abilitate ad intervenire su impianti di quel tipo. Ciò non toglie di essere di fronte al sistema degli appalti e dei subappalti che ormai vige in tutto il mondo della grande industria, anche per quanto riguarda gli impianti più delicati.

  • Chi controllava, sul posto, il funzionamento della centrale?

Ormai il funzionamento di tutte le centrali idroelettriche è controllato da remoto. Non ci sono più operatori fissi sul posto. Tutto è costantemente monitorato da una fitta rete di sensori che trasmette dati fisici in continuo su tutti i parametri: di stabilità della struttura, di gestione idraulica ed elettrica.

Quando c’è qualcosa che non va, il software stesso lo segnala agli operatori umani che ci sono ancora, ma che, appunto, lavorano da remoto, in una sala quadri da qualche parte.

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  • Si parla di scatola nera dell’impianto. A cosa ci si riferisce?

Per ‘scatola nera’, si intende il complesso sistema di monitoraggio e registrazione dei dati di cui ho detto. ENEL Green Power sicuramente dispone di tutti i dati che possono consentire di ricostruire che cosa sia accaduto nella tragedia di Bargi. Questo sarà molto importante per il lavoro della autorità giudiziaria.

Peraltro, l’ENEL – come tutte le società che hanno in concessione gli impianti – ha l’obbligo di relazionare mensilmente e semestralmente al Ministro delle infrastrutture circa il funzionamento degli impianti. Anche il Ministero, quindi, è in possesso di molti dati.

  • Secondo Lei, cosa può essere accaduto?   

Posso solo dire che i lavori di manutenzione e ammodernamento in corso dovevano essere conclusi da novembre. Un primo gruppo di produzione era già stato collaudato. Si stava procedendo al collaudo del secondo, quello a causa del quale è avvenuto il disastro.

Chiaramente non lo so, ma il fattore tempo – ritardo ed esigenza di fare presto – può aver determinato qualche errore.

  • Qual è la considerazione generale che può fare?  

Come tante altre importanti infrastrutture del nostro Paese, anche le nostre centrali idroelettriche sono vetuste e usurate, come ho detto.

Il crollo del Ponte Morandi costituisce un fatto emblematico. Servono tante risorse per metterci veramente mano. Il problema grande è chi li mette, posto che lo Stato si sta chiamando fuori e i privati esigono garanzie di continuità e certezze nel rientro degli investimenti?

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