
Sommessamente, con affetto,
sollecitudine e rispetto,
ci accostiamo al mistero di un Bambino,
fatto germogliare da Dio per opera dello Spirito
nel grembo di una fanciulla,
che aveva il profumo delle colline di Galilea
e della brezza del lago,
luoghi di incanto della sua adolescenza.
Nato per noi,
dice e canta la liturgia da più di venti secoli,
in ogni parte del globo.
È ancora oggi un mistero
che affascina, incanta
e anche inquieta perché a volte non si capisce
il perché della sua nascita.
Perché è nato?
Fu l’interrogativo dei grandi padri, scrittori, teologi dei primi secoli.
Se ne diede risposta nei grandi concili
di Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia.
Nato per noi,
perché ne accogliessimo il messaggio,
ne ascoltassimo la voce,
ne vedessimo il volto
di ebreo di Galilea;
facessimo un po’ di strada con lui.
Dio s’è fatto uomo:
venne la luce per dissipare le tenebre.
Venne per percorrere i nostri sentieri,
nel deserto o tra colline,
nelle valli o tra montagne.
Venne perché sedessimo con lui a spezzare il pane,
aprissimo il cuore
alla buona novella del Regno.
Nato per noi,
seme della stirpe di Davide,
cantato da profeti,
atteso da fanciulle,
che sognavano di diventare
madri del Messia liberatore.
Il Dio fattosi Bambino
è ancora ai nostri giorni un mistero:
per uomini di scienza,
filosofi e teologi,
o semplici che faticano la vita,
incerti e paurosi,
che annaspano alla ricerca di luce.
È nato per noi,
per dirci che la buona novella del Regno
abbatte i privilegi,
scompagina i progetti dei potenti,
apre la casa ai viandanti,
si accosta a chi cerca la Verità,
si dà acqua viva a chi percorre il deserto;
è via per chi annaspa nella tenebra;
è vita per chi respira morte.
È nato nel silenzio
per farci scoprire
lo stupore del silenzio,
come Giuseppe, il carpentiere di Nazareth,
di cui i vangeli non riportano neppure una parola,
ma solo le azioni.
È nato per noi.
Il mistero ci accompagna.
Lui è la via per incontrare Dio.
Dio stesso ci porta al presepe,
dove giace il Bambino,
suo dono all’umanità,
contemplato da una fanciulla madre
e da un padre sostenuto nel dubbio
dalle parole rassicuranti dell’angelo.
Questo delicato Bambino
inquieta le coscienze,
attira l’attenzione,
fa scorrere fiumi d’inchiostro,
moltiplica studi e inchieste.
C’è chi se ne fa beffa,
c’è chi lo studia in ginocchio,
come quando si prega,
chiedendo lumi
per penetrarne il mistero.
L’umile si avvicina “in qualche modo” a Lui,
a tentoni, timidamente e con pudore,
non riuscendo a coprire del tutto la distanza,
che lo separa dalla sua persona.
I teologi dei primi secoli del cristianesimo
paragonavano Gesù di Nazareth all’oceano.
Avvicinarsi al Dio fatto uomo
è come se si solcasse questo oceano
e si volesse raggiungere la sponda
per poter guardarlo in faccia,
ma si rimane sempre a una certa distanza;
se ne coglie un’immagine un po’ sfocata,
qua e là persino incerta,
ma è la sua immagine:
l’immagine del Figlio di Dio,
fattosi uomo nel grembo
di una fanciulla di un oscuro paese,
Nazareth di Galilea,
che sentì,
forse al pozzo di contrada,
la voce di un angelo,
che la salutò cantando:
Ave, piena di grazia,
il Signore è con te.
È nato per noi.
Il mistero è per i nostri occhi troppo luminoso:
i nostri occhi ne sono abbagliati.
Ci stiamo avvicinando alla sponda dell’oceano,
che è l’Uomo di Nazareth.
Qualcuno è ad un passo,
altri ancora lontani,
anche incerti,
se muovere i passi verso la sponda.
Arriveremo a toccare la sponda dell’oceano
e a guardare in faccia,
Gesù di Nazareth,
bambino a Betlemme?
È sconcertante la notte di Natale.
Sconcertante per chi ha fede nel mistero
e per chi lo ritiene una favola.
È la notte silenziosa. Stille Nacht!
È la notte santa. Heilige Nacht!
Il mistero si allunga, si allarga,
si distende come le acque dell’oceano.
È nato per amare,
per annunciare la buona novella del suo regno
di giustizia e pace,
di misericordia e perdono.
È il mistero dell’eternità
che si fa tempo;
il mistero della storia umana,
che si fa storia di Dio;
il mistero dell’umanità chiamata al divino;
il mistero del desert0
che si fa prato d’erba e fiori come nella visione del profeta Isaia.
Il mistero di quel lontano Natale,
in quella terra del vasto impero romano,
la Palestina di Erode,
di anno in anno
si propone all’uomo che va o si ferma,
che solca l’oceano o lo guarda smarrito,
che s’inquieta e si ribella,
che prega o maledice.
Il mistero si propone come «annuncio»:
messaggio, canto, stupore,
silenzio, contemplazione.
Continua ad essere un mistero,
che si distende come l’acqua dell’oceano.
È il mistero del Natale:
in Gesù Dio è venuto per incontrare l’uomo sul suo cammino,
per dissipare le tenebre
e farlo camminare alla sua luce.





