Il Dio post-teista

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Dopo una sua prima intervista a Settimananews padre José María Vigil offre, con questa seconda, altri elementi del suo pensiero teologico “posteista”.   

  • P. José,il termine “Dio”, col suo portato concettuale, è compatibile col posteismo? 

Sì, è compatibile: possiamo continuare a usare il termine “Dio”, sinceri con noi stessi e con gli altri, poiché, da ora, gli conferiamo un significato aggiuntivo, da un nuovo punto di vista, non più teistico. Il significato tradizionale, lo conosciamo: la parola Dio si riferisce direttamente ad un “Essere Supremo”, mentre nella visione posteista il concetto di “Dio” ha una sua comprovata tracciabilità, quale nostra costruzione umana mentale: realtà che è oggi sufficientemente spiegata dalle scienze religiose.  

Continuando ad usare il termine “Dio” è quindi necessario distinguere, senza confondere, un senso teistico da un senso non teistico (o posteistico). Quando diciamo “Dio” da tale prospettiva non teistica, non ci riferiamo a quell’Essere Supremo esterno a noi, “in alto”, che noi non riteniamo più plausibile. Tuttavia, quando superiamo il miraggio che confonde il Mistero Divino con l’Essere Supremo, non ci resta un vuoto o il “nulla”: non cadiamo affatto in un materialismo o nichilismo volgare. Io continuo, infatti, a parlare di una Divinità che è Mistero, ma che non è più un “Essere Esterno” costruito cognitivamente, bensì la Realtà stessa, con la sua Creatività intrinseca, il suo Mistero immenso.  

Dunque – riprendendo la tua domanda – il termine Dio è compatibile con il non-teismo? Io penso che coloro che scoprono che ciò che abbiamo chiamato “Dio” è una costruzione mentale, possono dismettere quel termine concepito allo stesso modo, ma ciò non significa che non si possa continuare a fare preghiera, poesia o letteratura spirituale, usando la parola “classica”.  

  • Lei, quindi, quando prega, non usa o non pensa più la parola “Dio”, come un “Tu” personale?  

Quando faccio una preghiera libera, – immaginativa, spontanea – mi rivolgo a quella Realtà ultima, o profonda dimensione misteriosa continuando ad appellarmi ad un “Tu”, come a Dad-Abba, Padre. Ma questa è la mia “teo-poetica”, non più la mia teologia.   

Parlando teologicamente, per “dare conto della mia spiritualità posteista, dico che sono un essere umano dinnanzi al Mistero – e noi siamo parte di questo Mistero -, senza poter presumere di entrare in un dialogo personalistico con un Essere Superiore antropomorfo. Il non-teismo mi ha tolto false certezze e affezioni mistiche discutibili, anche se mi ha lasciato, inevitabilmente, una certa orfanità e solitudine, come una nostalgia dell’infanzia. Il mio non-teismo penso corrisponda dunque a una mia maturità teologica, meno assistita, più adulta.  

Perciò il non-teismo o posteismo mi impone un cambiamento molto serio, grave: non è per me una teoria facile o di moda. Segna una nuova fase evolutiva dell’umanità. Sápere aude! Ossia: osa maturare spiritualmente senza il supporto di un Theos, con coraggio!  

In ogni caso, è chiaro che ognuno debba e possa vivere la propria consapevolezza spirituale a proprio modo, e ognuno debba trovare la propria strada per cercare di dare ragione della sua fede. Ho molto rispetto per la libertà di ciascuno, e non voglio forzare mai nulla dei miei fratelli e sorelle.  

***

  • Perché il posteismo non è ateismo e neppure nichilismo?  

Dopo il lungo confronto tra cristianesimo e ateismo negli ultimi secoli, oggi – dal mio punto di vista non teistico – il dibattito è concluso. Dico che sia il cristianesimo che l’ateismo avevano ragione, e che entrambi erano sbagliati.  

Gli atei avevano ragione, perché in realtà non esiste un “Essere lassù, là fuori”, ma si sbagliavano nel pensare che ciò significasse che esistesse solo il materialismo nichilista, che non ci fosse mistero, né divinità; e che nelle religioni, tutte, ci fosse solo fantasia e superstizione.  

Ma pure il cristianesimo stava sbagliando, perché quell’immagine di Dio quale “Essere Supremo” era costruita “a nostra immagine e somiglianza”. Dal punto di vista non teistico, il divino non è fuori – né è un Essere, un Ente, o un Signore – ma è la Realtà stessa, nella sua ultimità, nella sua dimensione misteriosa, piena di creatività, unitaria, dinamica e amorevole.  

All’apice della teologia posteista odierna, io non metto più, quindi, quella costruzione concettuale umana (Theos) che l’ateismo ha negato: ora, anche noi cristiani, possiamo negarla. Ci stacchiamo da Theos, ma ci resta ancora il “Tutto” divino. Siamo ad un passo decisivo, dal compiere necessariamente un cambiamento radicale di paradigma.  

 Chiunque pensa che il posteismo sia ateismo, o nichilismo, non lo sta semplicemente comprendendo. La spiritualità dell’essere umano è insopprimibile, anzi, ancor più, si sta oggi approfondendo, anche se, per alcuni, ciò non è immediatamente riconoscibile. No, il posteismo non è nulla di “facile”, né di “superficiale”.  

  • Quale valore attribuire alle Scritture dal punto di vista posteista? 

 Il tema della Rivelazione nella Scrittura è fondamentale. Non si può comprendere il posteismo, dipendendo dal concetto tradizionale di “Rivelazione”. Qui posso solo alludere a ciò. 

 Già Agostino aveva – teisticamente – sostenuto che Dio aveva scritto “due libri”, non uno: il primo libro è il creato, non la bibbia. Nella Realtà, quindi, nel Creato, possiamo leggere il suo primo messaggio. La bibbia non è il primo libro, ma piuttosto un commento al primo libro.  

 C’è un Libro e c’è un commento, ma solo il primo sarebbe tutto divino. Il commento, cioè la Bibbia, è nostro, ed è umano, e per questo possiamo trasformarlo, come noi cambiamo al passo del nostro accrescimento. Il primo libro non muta, il nostro commento sì. Noi non siamo obbligati a ripetere le convinzioni dei nostri antenati: possiamo, dobbiamo costruire una storia nuova, perché non siamo condannati a ripeterlaInvito in proposito a leggere o semplicemente a sfogliare il capitolo 8 del mio libro Teologia del Pluralismo Religiosodisponibile gratuitamente 

  • Non esiste dunque una “Storia della salvezza” e quindi una finalità della storia umana nella visione posteista 

 La biblica Storia della salvezza, sottoposta ad analisi scientifica-critica, rivela la sua debolezza storica e archeologica, e appare in gran parte obsoleta, scritta in un’altra lingua culturale, incapace di parlarci oggi.  

 Dalla “nuova storia cosmologica”, accompagnata dal recente approccio della grande storia (Big History) e della scienza nel suo complesso, viene una nuova visione della Storia della salvezza, non più semplicemente israelita, bensì cosmica, in cui appare una nuova visione della finalità della storia umana, da cui una religione rinnovata: il Cristianesimo 2.0., senza più teísmo, teocentrismo ne antropocentrismo, bensì “eco-bio-centrica”, senza dualismi, senza patriarcato, senza esclusivismo… 

***

  • Cosa intende per Cristianesimo 2.0? 

 È un modo per dire che il Cristianesimo 1.0 abbisogna di un ripensamento radicale, un cambiamento del “sistema operativo”, in cui tutto, di fondo, possa funzionare in maniera diversa, assumendo un altro significato. Non è più sostenibile, secondo me, dire che la dottrina è immutabile e che ciò che cambia può essere solo la forma o la formulazione (Papa Giovanni XXIII); né ciò che ha detto Papa Ratzinger, ossia che il Concilio dovesse essere interpretato nell’ermeneutica della continuità. No, oggi sappiamo riconoscere palesemente le molte discontinuità concettuali che si sono prodotte nella nostra coscienza cristiana, attraverso il Concilio Vaticano II.  

 Lo Theos giudeo-cristiano si cala in un tempo umano che è in continua evoluzione, con fratture e nuovi fatti emergenti, come in tutta la Realtà. Oggi ci troviamo decisamente in un tempo “assiale”, nel bel mezzo di una profonda frattura culturale, in un salto di coscienza, in una metamorfosi della spiritualità. Già Schillebeeckx, ormai decenni fa, aveva parlato di una necessaria “ri-ricezione” del cristianesimo, che avrebbe dovuto riesaminare l’intero nostro patrimonio simbolico, sin dalle origini: dalla Bibbia ai Concili, dai presunti dogmi immutabili alle infallibilità. Questo intendo – per accenni – per Cristianesimo 2.0.  

 Il cristianesimo, come tutta la cultura, è costruzione umana. E, oggi, siamo in un tempo culturale radicalmente nuovo: abbiamo il diritto e il dovere di rivedere ogni costruzione e di rifarla. Non siamo obbligati a ripetere la storia. Non possiamo sentirci vincolati – per sempre – da ciò che hanno detto, scritto e fatto i nostri padri.  

Sì, capisco, le cose che dico risuonano in maniera radicale. Eppure, il vecchio teismo è oggi semplicemente impossibile.  Lascio a te e ai lettori di Settimananews questi indizi, su cui continuare a riflettere: qui potete trovare da voi molte ragioni per questa nuova visione.   

  • L’approccio posteista facilita complica i rapporti tra le religioni?  

 Secondo me, rende tutto più facile. Se scopriamo che i nostri rispettivi “Theos” religiosi sono costruzioni umane, che non rispondono ad una Rivelazione oggettiva, le dispute teologico-dottrinali giungono al termine. Per questo motivo, il posteismo si pone un gradino più su, verso una spiritualità umana riunificata, ecumenica e conviviale.  

  •  Il posteismo presuppone il “recupero” di religiosità arcaiche?  

Non si tratta di tornare indietro nel tempoPiuttosto, dobbiamo fare un salto in avanti, verso il futurobenché consapevoli della eredità spirituale accumulata nei millenni. Gli ultimi diecimila anni possono essere interpretati come un pullulare di biodiversità religiose, sempre in ricerca e in interazione reciproca, per arrivare a concludere che non esiste una religione pura ed unica, discesa direttamente dal cielo. Tutte le religioni storiche, in fondo, sono già, di loro, sincretiste 

Costituiamo la prima generazione che sa così tanto degli strati e dei substrati geologico-spirituali che l’umanità ha attraversato sino ad oggiportandoli dentro, nel nostro DNA spirituale. Siamo, quindi, privilegiati per vivere in questora storica, per poter raccogliere e accogliere un patrimonio così grande. Ma non si tratta di tornare indietro, né di tornare alle catacombe o alle caverne.  

***

  • Perché tutto questo, secondo lei, consentirebbe di parlare di fede ai giovani?  

La situazione attuale è molto seria. Marià Corbí sostiene che nelle ultime tre generazioni abbiamo perso il contatto con la spiritualità – che Marià chiama “qualità umana” – ed è per questo che «ci troviamo davanti a un futuro che, comunque sia considerato, è terrificante. L’umanità non è consapevole del rischio mortale di questa situazione». I giovani sono in profonda ignoranza su tutto ciò che è religioso, specie in Europa; siamo perciò in una situazione gravemente sfavorevole alla presentazione della dimensione spirituale. Ma proprio per questo, è molto urgente. 

Ma mentre tutto ciò avviene, la maggior parte della gerarchia, del clero, della teologia ecclesiastica, porta con sé uno zaino fondamentalista, mitico, dogmatico, fisso, immutabile, irrecuperabile. I Papi – né il pionieristico Papa Francesco, sembra, Papa Leone – sono favorevoli ad un rinnovamento radicale, come io umilmente penso sarebbe necessario. Ebbene, cosa sarà? 

Forse il rinnovamento del cristianesimo avverrà dalle “periferie” della Chiesa, da parte di quei gruppi di cristiani che già ora stanno pensando un cristianesimo “Cristianesimo 2.0″, in cui non si tratta più di “credere”, né di ribadire dogmi che impediscono il pensiero, né di dividere la realtà in due piani, né di fare “esclusivismo” né “inclusivismo teologiconé di perpetuare il Patriarcatoné di sottomettere la ragionené di eteronomie; né teismo, né teocentrismo, né antropocentrismo 

Molto di ciò che appartiene alla tradizione “non è più disponibile al credere” (Ricoeur) di molte persone. Una teologia lucida per il futuro deve saper accogliere e accompagnare le tante profonde intuizioni da parte di tante brave persone nel mondo 

***

  • La teologia posteista ha qualcosa di specifico da dire riguardo alla povertà delle moltitudini, la ricchezza dei pochi, la devastazione dell’ambiente e le guerre fratricide  

Cercando di “rendere conto della nostra fede” in maniera posteistica, riflettiamo criticamente sui presupposti teorico-filosofici e sugli assiomi che sono stati dati per scontati almeno da secoli. E, nel contempo, cerchiamo di mostrare la plausibilità di un cambiamento. Questo è ciò che stiamo facendo – forse, anche con questa intervista – mentre sta avvenendo una guerra terribile che coinvolge, inevitabilmente, le tre religioni monoteiste, nel Levante e in Medio Oriente. Questi tre monoteismi sarebbero – penso – molto meno bellicosi se non fossero appunto “teismi”, se si staccassero cioè da ogni “Theos”, a beneficio della Divinità della Realtà intera, e dell’intera Umanità.  

  • Chi per lei Gesù di Nazareth? 

Come tanti altri cristiani, non riesco più pregare il Bambino Gesù per confidargli le mie cose, come mi è stato insegnato e ho fatto sin da piccolo. Come ha detto un collega teologo spagnolo, “il Bambino Gesù ha un problema, forse solo uno, ed è che non esiste”.  

Speravo che il cosiddetto Concilio di Nicea, nel suo 1700° anniversario, venisse rivisto. Ma apprezzo il fatto che è stato concordato – come avviene in diverse Chiese cristiane – di non pronunciare il Filioque nella professione di fede nelle assemblee cristiane ecumeniche, e di non impegnarci più in discussioni teologiche “bizantine”. Questo cambiamento di atteggiamento è molto importante. Per una fede adulta è necessario ricordare come è stato costruito il dogma cristologico. 

Ho scoperto, già molto tempo fa, che il Gesù della Chiesa preconciliare, il Salvatore dell’Umanità, che la redime con la sua orribile morte, presumibilmente in “pagamento” a Dio Padre per l’offesa di un peccato originale che non è mai avvenuto – commesso dai nostri primi genitori che non sono, anch’essi, mai esistiti – non è il vero Gesù, ma una creazione paolina rinnovata da Sant’Anselmo nell’XI secolo: mi sono sentito molto liberato da questa scoperta, a cui ho risposto con maggiore affetto per il vero Gesù. 

Il Gesù che ha annunciato il Regno come l’Utopia dell’Umanità – la Causa per cui gli è valsa la pena di essere vissuto e di morire – lo considero il miglior dono che abbia mai ricevuto nella mia vita. Il mio cristianesimo è consistito, molto modestamente, nel “vivere e lottare per la Causa di Gesù” (L. Boff).  

Ora considero il Gesù Cristo Re – che sedeva sul trono centrale del Pantheon a Roma – un Gesù che aveva cessato di esserlo, perché trasformato in un “Giove”. Il Gesù Pantocratore, nelle sue molte forme e variazioni del cristianesimo politico, lo considero un Gesù “adulterato”. 

Mentre le parole di Albert Nolan continuano a commuovermi: «Gesù è stato adorato più spesso per ciò che non intendeva essere, che per ciò che realmente intendeva essere. La suprema ironia è che alcune delle cose a cui più fortemente si oppose al suo tempo sono state le più predicate e diffuse in tutto il mondo, in suo nome!».  

Ecco perché credo che dobbiamo tornare al vero Gesù, privarlo delle adesioni e delle reinterpretazioni che gli sono state sovrapposte e che lo hanno “sostituito”, per guardarlo con gli occhi liberi e illuminati della nostra generazione attuale. 

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