La formazione teologica /5

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teologia

Il dibattito recente sulla formazione teologica animato su SettimanaNews consente di dar forma ad alcuni pensieri ripetutamente emergenti nella riflessione degli ultimi anni, non senza ringraziare le colleghe e i colleghi, laiche/i, religiose/i e presbiteri con cui ho dialogato su tali questioni.

Chi scrive dirige un Istituto Superiore di Scienze Religiose e quindi partirà anzitutto da questa esperienza, oltre che dalle altre vissute negli anni (Facoltà Teologica, Università civile, formazione teologica nei territori, formazione continua in ambito civile).

Non intendo entrare nelle questioni epistemologiche sollevate negli interventi precedenti, anche se le considerazioni «pragmatiche», «organizzative», «istituzionali» hanno un fondamento anche epistemologico e soprattutto delle ricadute nell’organizzazione dei saperi. Mi muoverò secondo delle opposizioni che, Guardini docet, non siano contraddittorie ma tensive e generative.

Scuola o Università?

Una prima riflessione riguarda l’auto-comprensione dell’istituzione accademica ecclesiastica rispetto al proprio mandato: se formalmente la missione è quella di tipo accademico, il setting e la forma mentis è abitata dal modello liceal-seminaristico.

Non si tratta di separare i piani, ma indubbiamente le due strade presentano modi di svilupparsi differenti e talora contrastanti. Da un lato l’assetto è quello di classi omogenee per provenienza, anagrafica e finalità formative, dall’altro l’uditorio è variegato nelle esperienze, nelle professioni, nell’impegno pastorale ed ecclesiale.

Didattica o anche ricerca?

Un secondo plesso polare è conseguente rispetto al primo: se la formazione teologica non è solo didascalica, essa richiede, come ogni impresa universitaria, una centralità della ricerca, senza la quale non può nutrirsi la didattica.

In questo senso le «mediane» cui sono sottoposti i futuri docenti stabili delle Facoltà Teologiche sono ancora poverissime (pochi articoli e una monografia) se confrontate con i ritmi di pubblicazione cui deve sottoporsi un giovane ricercatore dell’Università civile (non meno di 4-5 articoli per anno e con classificazioni di riviste); addirittura si può diventare stabili per gli ITA senza possedere il Dottorato.

Si potrà obiettare che non si deve solo pubblicare a fini di carriera (publish or perish…), ma lo stimolo della pubblicazione è un’energia positiva per il ricercatore. Nel contesto ecclesiastico tale stimolo è insufficiente, o a ha dato vita a dispense che nulla hanno da invidiare a importanti monografie, ma che non vedranno mai la luce come pubblicazioni riconosciute.

Deve crescere, in altri termini, il senso di una vera comunità scientifica, che sia in grado di lavorare – come accade nel mondo scientifico più che umanistico – in sinergia, con articoli prodotti da un team e non solo da monadi autonome. La qualità che anche agenzie come AVEPRO richiedono passa anzitutto da una qualità della ricerca che nutre la didattica.

Questa produzione potrebbe agevolare anche la circuitazione dei prodotti della ricerca, riallacciando tale riflessione al dibattito (palliativo?) sulla sofferente editoria cattolica sviluppatosi su Avvenire nei mesi scorsi.

Quali destinatari?

Il tema che si pone come un vero e proprio convitato di pietra fa emergere la domanda sui destinatari: se le istituzioni accademiche ecclesiastiche hanno avuto come centralità la formazione dei futuri presbiteri, con l’allargamento specifico ad altre figure (es. insegnanti IRC) che ha favorito un’estensione della formazione teologica, oggi tale modello separato non ha più ragion d’essere.

Da istituzioni a compartimenti stagni per le singole figure da formare (teologia per i seminaristi, ISSR per gli insegnanti IRC, scuole specifiche per i diaconi, scuole di formazione teologica e corsi vari per operatori pastorali…) oggi è possibile forse vedere una convergenza delle varie figure in una formazione sinodale, modulabile a seconda delle esigenze e delle prospettive.

Chi si affaccia a tali studi è prevalentemente adulto, non neo-diplomato, spesso con altre lauree; non ha sempre immediatamente uno scopo (diventare presbitero, diacono, religioso, insegnante IRC); è attratto anzitutto dal plesso Scritture, liturgia, spiritualità, non filosofia, scienze umane e tecnicalità pastorali (pure essenziali nel curriculum); è sovente in una fase adulta e matura di vita che impedisce una fruizione delle lezioni per 4-5 giorni alla settimana.

Ciò richiede ovviamente docenti all’altezza del compito, in grado di modulare le proprie lezioni con fruitori variegati e non passivi oltre che Direzioni capaci di ascolto e di modulazione di piani di studio personalizzati.

Azzardo una provocazione: se il Tridentino ha avuto al centro sul piano formativo la costruzione di percorsi per i futuri presbiteri, la sfida odierna è quella di immaginare Seminari sinodali, in cui mille fiori crescano nel libero campo e non solo alcune specie separate allevate in serre industriali. Forse in questi mille fiori, come stiamo sperimentando, trovano spazio tante vocazioni e qualcuna anche tradizionalmente intesa.

Public engagement e riconoscimento

La terza missione dell’Università civile è il public engagement: non si dà ricerca e didattica senza legame con la società. Cosa offrono le nostre istituzioni accademiche ecclesiastiche al contesto circostante, ecclesiale e civile? Forse venendo meno il numero dei futuri seminaristi e anche dei futuri insegnanti IRC tali istituzioni cesseranno di avere uno scopo di esistenza?

Reputo dunque fondamentale andare verso un percorso unico (anche a partire dalla proposta dell’ATI), che trovi in Teologia e Scienze Religiose la sistole e la diastole, la dimensione ad intra della riflessione ecclesiale come ad extra dell’apertura civile.

In modo sconsolato dobbiamo riconoscere però che i Dottorati in Scienze Religiose presenti in Italia non vedono la partecipazione delle Facoltà Teologiche (se non di quella Valdese).

Senza un cambiamento di paradigma la teologia offre un’immagine sviata a livello civile e pubblico perché si pone in modo multiforme e difficile da riconoscere.

Alcune criticità e potenzialità emergenti

L’apertura ai laici degli ITA, fatto non solo provvidenziale ma atteso da tempo, rischia di avere «effetti indesiderati»: la proliferazione di enti accademici disparati che difficilmente trovano un riconoscimento sociale uniforme.

È dunque necessario dare una veste condivisa alle istituzioni teologiche. I docenti stabili/strutturati dovrebbero essere pochi ma qualificati, in grado, da laici, religiosi o presbiteri, di dedicarsi almeno prevalentemente – non qualche ora alla settimana – all’attività accademica nelle varie dimensioni ricordate, dotate/i di uno spirito pratico/pastorale in grado di mettere in circolo le questioni attuali con le risposte della teologia e della Tradizione.

La didattica presenziale, insostituibile, deve essere moderata dalla consapevolezza di territori – antropologici oltre che geografici – molto lontani dalle sedi: la pandemia ci ha resi edotti del fatto che fino ad allora la fruizione degli studi teologici è stata limitata a territori limitrofi alle sedi di erogazione dei corsi.

Ciò ha una serie di conseguenze, ad esempio con territori che nel tempo si ritrovano senza docenti IRC…, ma soprattutto sta portando alla proposta di scuole di formazione – che possono bypassare il vincolo della pura presenza, slegate dal curricolo consueto – che assomigliano molto ad una «guerra tra poveri» per gli iscritti. Una soluzione interessante può essere quella di poli didattici sparsi territorialmente che consentano agli studenti di non dover avere spostamenti eccessivi.

Tra le potenzialità che si possono riscoprire c’è un grandissimo patrimonio bibliotecario, non sempre adeguatamente e civilmente valorizzato; la dimensione di rapporto con gli studenti (1 docente per 10 studenti circa) che fa tornare all’origine delle Università, di fronte all’anonimato massificante di Università da decine di migliaia di studenti; sbocchi professionali «garantiti», non solo a livello scolastico, se si avrà il coraggio di investire su figure preparate e competenti in ambito artistico-turistico, economico-gestionale, formativo-educativo, caritativo-sociale, senza dimenticare il fronte delle ministerialità.

Su tutto si staglia il grande bivio senza ulteriori possibilità di appello: una Chiesa di tutte/i e per tutte/i che vive anche la formazione in questa dimensione integrale/comunitaria, o una società (perfetta?) di «separati in Chiesa», oltre che in aula?

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2 Commenti

  1. Giuseppe Guglielmi 24 novembre 2023
  2. Fabio Cittadini 23 novembre 2023

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