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Sollecitato dall’ultimo articolo di Paolo Gamberini su SettimanaNews, sono lieto di poter continuare un dialogo che va ben al di là di quello sterile botta-e-risposta polemico di cui purtroppo i social ci danno ogni giorno l’esempio, perché è proteso, al di là della difesa delle proprie posizioni, alla ricerca di un progresso sulla via del necessario rinnovamento della visione teologica del cristianesimo. È questa giusta esigenza che sta alla base della proposta del post-teismo. Proprio alla corretta realizzazione di tale obiettivo, non al suo rifiuto, sono volte le mie critiche.
Comincio dai due punti su cui, secondo Gamberini, avrei frainteso, nel mio articolo «Verso un neo-cristianesimo?», la sua posizione.
Incarnazione continua
Il primo riguarda la tesi che io gli attribuisco, secondo «Gesù non è il Logos incarnato, ma solo una sua manifestazione tra le tante che costellano il mondo e l’umanità». Il suo intento – egli replica – è «affermare, invece, che l’esclusività non è attributo essenziale per l’idea di incarnazione», perché «affermare che Gesù è manifestazione e rivelazione del Logos, significa che Gesù è (…) manifestazione “piena” o “suprema” del Logos. C’è una gradualità nell’incarnazione. L’incarnazione non è un evento singolo ed esclusivo, ma costituisce un divenire o processo che ha avuto inizio – possiamo dire al Big Bang – e si concluderà quando il mondo avrà completato l’accoglienza della Parola di Dio». È il senso dell’espressione, che dà il titolo all’articolo, «incarnazione continua».
Ora, alla luce di questa stessa precisazione, mi sembra chiaro che per Gamberini l’incarnazione non è un evento, unico e irripetibile, che ha segnato il corso della storia, ma una manifestazione del Logos che si ripete e si va compiendo nell’evoluzione del cosmo. La storia di Gesù è solo un episodio, sia pure il più alto, in un contesto dove la rivelazione del Logos può essere colta non solo in innumerevoli altri personaggi storici, da Buddha a Socrate a Gandhi, ma nei fenomeni della natura e nell’evoluzione dell’universo, «dal Big Bang» in poi.
Ma, se è così, francamente stento a vedere il fraintendimento che l’autore denunzia nella mia frase da lui citata, se non nella mancata sottolineatura della superiorità − ma solo di grado! − che la manifestazione avvenuta in Gesù rappresenta rispetto a tutte le altre. Resta il punto essenziale che in lui non si è realizzato, in modo unico ed irripetibile, l’irrompere del Dio trascendente nella nostra storia, ma solo una − sia pure la più alta − espressione del divino che pervade il cosmo.
La relazione tra Dio e il mondo
E proprio sulla relazione tra Dio e il mondo verte il secondo appunto che Gamberini muove alla mia lettura della sua concezione. La posta in gioco è la natura dell’atto creatore, il quale, per l’autore, affonda le sue radici nell’essenza di Dio, allo stesso modo della generazione del Logos, ma la cui libertà, secondo lui, non sarebbe per questo compromessa dalla necessità. Sarebbe così evitato il rischio del panteismo, che, rendendo il mondo necessario a Dio, lo farebbe identificare in un’unica realtà con Lui.
Ora, per Gamberini quella tra il cosmo e Dio sarebbe «una relazione essenziale. Ciò non significa “necessaria”». E qui la critica: «Savagnone in modo indebito equipara il concetto di “essenziale” a quello di “necessario”».
Ora, se è verissimo che ciò che è necessario non è per ciò stesso essenziale (la tradizione aristotelica parlava di «accidenti – estrinseci dunque rispetto all’essenza – necessari»), non è vero il reciproco, perché ciò che è essenziale a un essere gli è necessario. E se il mondo fosse essenziale a Dio, Egli non potrebbe esistere senza di esso. Che poi è quanto Gamberini diceva esplicitamente in un altro suo articolo pubblicato il 30 agosto scorso su SettimanaNews: «Dio e mondo sono i due modi con cui la sostanza divina (θεός) si definisce. Il modo “infinito” della sostanza è il Dio (ὁ θεός). Il modo “finito” della sostanza è la creatura».
Dove non posso non vedere l’eco di un grande e profondo filone di pensiero che ha distinto l’Uno (Plotino) o la Sostanza divina (Spinoza) dalle loro manifestazioni particolari e molteplici che costituiscono il mondo, sempre però rivendicando la loro indissolubile, reciproca appartenenza. L’Uno e i molti del grande filosofo ellenista, la Sostanza e i suoi «modi», di cui, sulla sua scia, parla, molti secoli dopo, il pensatore ebreo, si pongono come aspetti diversi di un’unica realtà, non come esseri dotati una propria intrinseca autonomia. Perciò si parla di «monismo». E non a caso Gamberini definisce la sua visione «Monismo relativo».
Non sono invece «moniste» le filosofie che ammettono una differenza incolmabile tra relativo e Assoluto, come sono quelle che parlano di una creazione libera del mondo da parte di Dio. E tra queste c’è quella di Tommaso d’Aquino secondo cui, come Gamberini correttamente evidenzia, la trascendenza divina è così radicale da escludere che il rapporto con la creatura cambi qualcosa nell’essere di Dio.
E Gamberini sembra riconoscere la validità della concezione tommasiana secondo cui «la relazione reale è quella della creatura con Dio, mentre quella di Dio con la creatura è logica» (fino a dire che «la risposta di Tommaso è necessaria perché la fede sia ragionevole»). Salvo poi a concludere – con quello che a me pare un salto logico – che «la creazione non va considerata come qualcosa di inessenziale per Dio» e che «l’essere di Dio (x) non è senza la Sua relazione al creato (x + y)». Che è esattamente l’opposto di quello che Tommaso voleva sottolineare.
Una esigenza da approfondire
Resta l’esigenza da cui Gamberini parte – e che è assolutamente condivisibile – di approfondire l’intuizione di Teilhard de Chardin quando «immaginava una cristologia che integrasse la scienza e l’evoluzione, collegando Cristo non solo alla Trinità, ma anche al cosmo in evoluzione, vedendo così la creazione come il corpo mistico di Cristo». Senza però cadere nell’estremo di sostenere, come fa l’autore, «l’identità tra il Verbo increato e il creato assunto».
È possibile? Io penso di sì e ritengo che anche le posizioni di Gamberini, pur nella loro unilateralità, possano costituire un contributo importante in questo percorso di ricerca, inevitabilmente esposto a incertezze e passi falsi, ma su cui oggi non possiamo fare a meno di procedere se vogliamo ampliare i nostri orizzonti e renderli più accessibili agli uomini e alle donne del nostro tempo.
Senza dimenticare, però, che l’obiettivo è quello di rinnovare la formulazione del messaggio cristiano, non di elaborare un nuovo teorema metafisico. Che ne sarebbe − nella visione di Gamberini, per cui «Dio e mondo sono i due modi con cui la sostanza divina (θεός) si definisce» − dell’assoluta trascendenza del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che l’annuncio evangelico non vuole rinnegare ma far conoscere meglio? E potremmo ancora pregare quel «Padre che è nei cieli», a cui si rivolge il «Padre nostro»? A dispetto di tutte le nostre elaborazioni concettuali, è chiaro che Gesù, stando ai vangeli, non era post-teista.
Ma anche l’interpretazione della sua figura non corrisponde al cuore della rivelazione cristiana, secondo cui egli è l’unico Salvatore e «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). E questa è proprio l’«esclusività» che Gamberini, come abbiamo visto prima, esplicitamente nega. Pieno rispetto per il suo sforzo di rilettura della tradizione cristiana, ma resta da chiedersi perché chiamarlo ancora cristianesimo.






Finalmente una parola chiara: il post teismo non è compatibile col cristianesimo.
Cominciavo a temere che non ci saremmo arrivati mai!
È un bel confronto. E questa argomentazione funziona (parlo dalla prospettiva della logica, non certo da teologa… ma da cristiana almeno)