III Quaresima: Io ci sarò

di: Roberto Mela
Quadrilateri gnoseologici e dinamici

Durante la schiavitù degli israeliti in Egitto, un altro faraone se ne va alle porte degli inferi, portando con sé la sua malvagità necrofila (Es 2,23). Se già quello che aveva comandato di uccidere tutti i neonati maschi degli ebrei «non aveva conosciuto Giuseppe» (Es 1,8), tanto meno ci si può aspettare che il nuovo conosca i figli di Giuseppe e li tratti un po’ meglio.

Dal profondo del loro “servizio di schiavitù/hā‘ăbōdāh” gli israeliti “alzano il loro grido/wayyiz‘āqû”, la loro “querela giuridica”, verso l’alleato potente. YHWH deve intervenite e soccorrere il suo partner in tragica difficoltà… E YHWH “udì/wayyišma‘”, “si ricordò/wayyizkōr”, “vide/wayyar’” e “seppe/wayyēda‘” (Es 2,24-25). Un quadrilatero conoscitivo potente, inattaccabile, incrollabile. Ma sembra un quadrilatero greco, fatto tutto di essenzialità ontologica fissa e ben definita.

YHWH non aveva parlato la lingua sacra mentre creava? Dov’è la sua anima dinamica, il suo spirito “ebraico”? Come diventerà operativo il quadrilatero gnoseologico? L’“essere” di YHWH non coincide forse con il suo “esserci-per”? Tramite chi YHWH interverrà per liberare gli israeliti?

Il pastore e il roveto ardente

Fuggito dall’Egitto dopo che il suo tentativo di liberare i fratelli ebrei con la violenza era naufragato, Mosè si era riparato in Madian dal sacerdote Ietro, che divenne suo suocero dopo che questi gli diede in moglie la figlia Sipporà (Es 2,21). Ma tutte le volte che guardava il volto del suo bimbo, Ghersom/Gērešōm (2,22), a Mosè saliva un groppo alla gola perché gli riapriva la ferita nel cuore, facendogli sentire un ritornello amaro: «Straniero residente sono in terra straniera/gēr hāyîtî be’ereṣ nokriyyāh». La carne della sua carne gli faceva rivivere ogni giorno la sua situazione precaria, parente prossima già più fortunata della schiavitù patita dai suoi fratelli in Egitto. Questo rimuginava di continuo Mosè mentre era al pascolo con le greggi del suocero. Sovrappensiero, si trova in lande desertiche, ai piedi del monte di Dio, l’Oreb. Oreb, Sinai, nomi diversi che ricordano l’incontro con Dio.

Perché Mosè era arrivato lì? Per cercare una pecora smarrita, risponde un midrash che commenta il libro dell’Esodo. Trovatala, se l’era messa in spalla. Allora Dio gli disse: «Siccome tu hai mostrato tanta cura verso una pecora smarrita, hai mostrato di essere pastore fedele e sicuro, tu sarai il pastore del mio popolo Israele» (Midrash Shemot Rabbah 2,2). Mosè è un pastore che guiderà il suo popolo ai pascoli della libertà.

Nel deserto, Mosè vede un «roveto che bruciava nel fuoco/hasseneh bō‘ēr bā’ēš». Seneh, “roveto” ha un’assonanza con Sinay, il monte di Dio. Perché proprio un roveto? I rabbini hanno una risposta a tutto: il roveto è il più umile degli alberi, come Israele è il più umile dei popoli; il roveto è la siepe dei giardini e Israele è la siepe che protegge il mondo; il roveto è l’albero delle spine e Dio soffre quando Israele soffre… Nella Bibbia il fuoco è il segno privilegiato di Dio (cf. Dt 4,24.33; Ger 20,9). Consuma nell’ardore del suo calore, ardore di amore dell’Innamorato (cf. Ct 8,6).

Il roveto brucia, ma “non è mangiato/’ênennû ’ukkal”. “Non mangiato” da chi? Il Dio di Israele lo avvolge con la vampa dell’amore, ma non lo consuma fagocitandolo con una fusione narcisistica. Non lo distrugge, anche se talvolta gli fa sentire tutto l’ardore dell’amore rifiutato, la sua “ira”.

Il roveto brucia. Israele brucia soffrendo, ma facendo luce. Brucia testimoniando. Brucia “annientato” nella Shoah dell’uomo dominato dal Diabolico, ma non annichilito totalmente e per sempre. Bruciano i forni crematori, ma non l’avranno vinta. Un virgulto rinascerà dall’albero troncato (cf. Is 11,1)…

Suolo di santità

Un “angelo di YHWH”, figura di YHWH invisibile ma presente, lontano ma vicino, disponibile ma non manipolabile, si fa vedere, appare nella fiamma infuocata. YHWH si mostra con una sua presenza personalizzata a Mosè, un fuoco che attira e tiene a distanza ad un tempo. Mosè avverte il mistero del messaggero divino, quasi vedesse l’invisibile, non visibile con gli occhi umani. Vuole “deviare/’āsurāh-nnā’” di proposito dal suo cammino abituale sulla pista, incerta ma visibile. Vuol uscire dal sentiero già tracciato dai giorni sempre uguali.

E YHWH – passaggio molto normale dall’angelo di YHWH a YHWH in persona –, lo vede e lo chiama per nome due volte, segno che deve chiedergli qualcosa di importante.

Poi gli comanda due gesti. Il primo è: «Non avvicinarti (fino a) qui», perché io sono il Vicino ma anche il Totalmente Altro, «sono Dio e non un uomo» (Os 11,9c). Mantieni lo spazio dell’alterità, il respiro dell’alleato, non la fusione impossibile e infausta.

Il secondo è: «Sciogli i tuoi sandali da sopra i tuoi piedi, perché “il luogo/hammāqôm sul quale tu stai (in piedi) è suolo santo (’admat-qōdeš hû’)”». Non puoi calpestare/prendere possesso/dominare/manipolare “il luogo” – che nel giudaismo rabbinico diventerà uno dei nomi di YHWH –, perché esso è un suolo di santità, un suolo santo. “Suolo/’ādāmāh” dal quale tu sei stato plasmato nell’’ādām dell’“In principio” (cf. Gen 2,7), suolo di santità anche quello, creato dal Santo. Io sono il Dio dei tuoi padri – Abramo, Isacco e Giacobbe –, Dio di famiglia e della tenda, ma anche Dio della storia e del cammino verso l’ignoto (cf. Gen 12,1ss).

Colui che si nasconde

Mosè “nasconde/wayyastēr” il suo volto di fronte a YHWH. Egli “ha timore/yārē’” del suo Signore. Non ne ha “paura” ma un rispetto ossequioso, religioso, tipico di colui che è estremamente piccolo di fronte ad una realtà che lo soverchia da ogni parte. Ne ha “timore/yirāh”, non “paura/paḥad”.

Mosè parla con YHWH e YHWH parla con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico (cf. Es 33,11). Mosè parla al Dio che sempre è presente per salvare, ma che talvolta sembra nascondersi nel momento della difficoltà dei suoi fedeli: «Veramente tu sei “un Dio che si nasconde/’ēl mistattēr”, Dio d’Israele salvatore», deve riconoscere il profeta Isaia (Is 45,15).

L’uomo non può vedere il volto di Dio e restare vivo (cf. Es 33,20). Per questo, quando Mosè chiederà a YHWH di mostragli la sua gloria, questi gli risponde che, da un anfratto della roccia, coperto dalla mano provvidente di YHWH, Mosè potrà vedere solamente le sue “spalle” (cf. Es 33,18-23). Le “spalle” di colui che è Gloria infuocata, “Colui-Che-È-Sempre-Davanti”. L’Oltre delle cose, l’Invisibile agli occhi umani, ma sperimentabile alla luce della fede.

Conosco le sofferenze e sono sceso

Questa volta non è l’autore biblico a dire qualcosa dell’essere di YHWH (cf. Es 2,23-25), ma è egli stesso a rivelare ciò che lo muove nel profondo. Egli ha visto la sofferenza del suo popolo e si è messo in moto. «Ho visto molto bene/rā’ōh rā’îtî» le sofferenze del mio popolo che si trova in Egitto e le sue grida/querele giuridiche a causa di coloro che lo opprimevano “ho ascoltato /šāma‘tî”; “conosco/yāda‘tî” le sue ferite per le botte subìte e “sono sceso per liberarlo/wā’ered lehaṣṣîilô” dalla mano degli egiziani «e per farlo salire/ûleha‘ălōtô” da quella terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra che stilla latte e miele» (Es 3,7-8a).

YHWH non sopportava oltre di conoscere senza agire. Non appartiene al suo “essere” conoscere e stare a guardare, dover accogliere le preghiere e il culto da parte di un popolo che è oppresso nell’ingiustizia, sottomesso a schiavitù e lontano dalla propria terra.

YHWH è vicino agli schiavi, ma è il Dio dei liberi, e certamente non degli schiavisti.

Missione

YHWH chiama Mosè per una missione ben precisa. Una vicenda che prende un bel po’ di tempo, fra inviti, invii e rifiuti. Il racconto della chiamata e della missione di Mosè si protrae da Es 3,1 a Es 4,17.

YHWH chiama Mosè e lo invia per ben tre volte: parti, e vai in Egitto a liberare il mio popolo (cf. Es 3,10.16-22; 4,12). E Mosè si sottrae per ben cinque volte alla chiamata, adducendo ogni volta una scusa diversa: «Chi sono io…?» (3,11); «Qual è il suo nome?», mi chiederanno (3,13); «Ecco non mi crederanno… Non ti è apparso il Signore» (4,1); «Io non sono uomo di parole/Non so parlare» (4,10).

Alla fine gli dirà quello che lo blocca nel profondo, che viene prima di tutte le altre obiezioni, l’inconfessabile. È la quinta e ultima “scusa”: «Per favore, manda chi vuoi mandare (ma non me)/šelaḥ-nā’ beyad-tišlaḥ!» (4,13).

Mosè dice per ultimo quello che lo spaventa per primo. Rifiuta la chiamata e la missione! Ma YHWH dona a Mosè il fratello Aronne come portavoce («sarà la tua bocca»), mentre per Mosè il compito è enorme, “divino”: «Tu sarai per lui come Dio/we’attāh tihyeh-llô lē’lōhîm» (CEI 2008: «e tu farai per lui le veci di Dio»). Il bastone per compiere dei segni che gli consegna sarà inoltre un’attrezzatura potente che lo aiuterà nella sua missione (4,17).

Alla fine Mosè cederà a YHWH, con una decisione netta, e l’avventura potrà iniziare: “Se ne andò/partì Mosè/wayyēlek Mōšeh” (Es 4,18), proprio come fece il suo antenato Abram dopo la sua chiamata a Charran, incamminandosi verso una terra ignota, che YHWH gli avrebbe solo fatto vedere a suo tempo: “Partì Abram (wayyēlek ’Abrām)” (Gen 12,4).

Il Nome, una promessa

Non saranno certamente Aronne e un bastone ad assicurare la riuscita della missione di Mosè. Alla sua seconda obiezione-rifiuto, in parte giustificata (3,13 “Qual è il suo nome?”), YHWH risponde rivelandogli il suo nome: “’Ehyeh ’ăšer ’ehyeh”.

A questo punto è necessaria una breve notazione grammaticale. Spesso tradotta con: “Io sono colui che sono” (sulla scorta della traduzione greca dei LXX, ’Egō eimi ho ōn, che interpreta la seconda parte della frase rendendola con un participio) l’espressione ebraica rappresenta la prima persona singolare al tempo verbale yiqtol del verbo “hāyāh/essere”, ripetuta due volte, intervallata dal pronome relativo ’ăšer. L’yiqtol esprime l’idea di un’azione non finita, aperta, in progresso, oppure ripetuta o gnomica, inclusa spesso la sfumatura tipica dei verbi servili o modali volere, potere, dovere. Il tempo yiqtol corrisponde più o meno al tempo futuro della lingua italiana. Varie volte, però, un verbo al tempo yiqtol può essere tradotto al tempo presente, specialmente quando esso è un verbo che esprime uno stato (“verbi stativi”).

In ebraico il verbo “hāyāh/essere”, a differenza del significato ontologico tipico della lingua greca, ha una connotazione dinamica: “esserci-per”. L’espressione di Es 3,14, per quanto riguarda i tempi verbali, può quindi essere tradotta in vari modi: “Sarò chi sarò/Sono chi sono/Sarò chi sono/Sarò chi vorrò essere…”.

YHWH rivela il suo nome a Mosè, ma non lo rivela in pienezza. Conoscere il nome di una cosa o di una persona equivale infatti a poter dominare su di essa, averla in pugno, al limite anche manipolarla (cf. i nomi dati da ’ādām agli animali, sui quali in seguito egli è chiamato a “dominare/rādāh”: Gen 2,19-20; 1,26).

YHWH rivela parzialmente il suo nome, la propria identità, volendo però riservare per sé la titolarità piena della sua persona, in modo da non poter essere dominato o manipolato da nessuno. Egli vuol conservare la sua piena libertà di espressione, di azione, di modalità operative legate al suo esserci-per. YHWH è un Dio-che-c’è-per: “Io sarò con te, e con chi vorrò, nel modo e nel tempo che vorrò; sarò quello che vorrò essere”.

YHWH, un nome di battaglia. Il nome di un Dio interventista, libero e sovrano. Il nome di YHWH è menzionato anche prima della rivelazione al roveto ardente, ma in questo momento YHWH si rivela con maggior ampiezza di contenuto riguardante la sua identità profonda.

YHWH esiste solo per esser-ciper, per essere in modalità operativa estroflessa di presenza, aiuto, assistenza, in vista del bene. Lo è in modo efficace, benefico ma libero da pressioni, manipolazioni, appropriazioni indebite.

Questo sarà il nome che Mosè dovrà usare per “presentare” colui che lo ha inviato a salvare il suo popolo. Egli rimane il Dio dei padri, eponimi dai nomi ben precisi, il Dio della famiglia e del clan, ma ora si impegna più attivamente nella storia e nella vicenda di un popolo intero, per liberarlo dalla schiavitù e per farlo entrare in una terra di libertà e di fecondità sorprendente.

Questo sarà il “nome/šēm” di YHWH per sempre e questo sarà “(il nome del) “mio ricordo attualizzante/zikrî” di generazione in generazione. Invocarlo non equivarrà a fare un puro esercizio mnemonico, a evocarne una presenza ormai trascorsa, non attualizzabile nel presente. Al contrario, invocare il nome di YHWH sarà il modo con il quale si rinnoverà nel credente la coscienza di una presenza “reale” e attuale del suo Dio liberatore.

Con la rivelazione del nome di YHWH – parziale e in modalità “protetta” –, il monoteismo fa un passo in avanti decisivo. Da un enoteismo passa attraverso la monolatria, per giungere al monoteismo “debole” e a uno “forte”, alla coscienza quindi dell’esistenza di un solo Dio, e all’inesistenza di altri dèi. Il cammino è fatto a ritroso: YHWH ha creato l’universo intero perché prima ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto e gli ha dato una vita di libertà nella terra della promessa. Dio ha creato tutto, perché in precedenza ha liberato il suo popolo.

YHWH: un nome, una promessa, una realtà, una presenza efficace di bene a favore dell’uomo.

Un Dio che esiste per il suo popolo e per ogni uomo che apre gli occhi alla luce del sole.

Sangue misto

A partire dal capitolo 12,35 l’evangelista Luca riporta una serie di ammonimenti rivolti da Gesù ai discepoli (cf. 12,22) e alle folle (12,54) riguardanti la necessità di essere servitori vigilanti e operativi nell’attesa del ritorno del padrone dalle sue nozze (12,35-47), interpretando correttamente i segni dei tempi (Lc 12,54-59).

Nel corso della predicazione – “in quel tempo/en autōi i kairōi”– alcuni riferiscono a Gesù il tragico epilogo di una repressione brutale attuata dal prefetto romano Pilato – al potere dal 26 al 36 d.C. – nei confronti di alcuni giudei provenienti dalla Galilea. Il prefetto li ha fatti uccidere nella zona templare interna, al di là del cortile dei sacerdoti, dedicata all’offerta dei sacrifici animali, mentre presentavano ai leviti addetti gli animali che si erano procurati perché venissero offerti in sacrificio (thysiōn autōn) a Dio.

Non vengono riferiti ulteriori particolari, ma la cosa può ben essere realistica (conoscendo il personaggio Pilato). Negli anni del suo governo, specialmente all’inizio, si era quasi divertito a provocare il popolo giudaico introducendo nel tempio dapprima i labari dell’esercito romano – considerato un gesto sacrilego – e, in un’altra occasione, gli “scudi dorati”. Non brillava per tatto e diplomazia. Il filosofo giudeo di Alessandria d’Egitto, Filone (13 a.C. ca – 54 d.C. ca) lo descrive così: «Uomo per natura inflessibile e, in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate». Lo storico giudeo Giuseppe Flavio (37 d.C. – dopo il 100 d.C.) scrive a sua volta che «egli amava provocare la nazione a lui affidata, ricorrendo ora a sgarbi, ora a dure repressioni».

Una coorte intera di soldati (circa 600 uomini) era stazionata stabilmente nella fortezza Antonia, la caserma che sovrastava in modo perfetto dall’angolo nord-ovest tutta la spianata della zona templare (hieron). In caso di necessità, dalla fortezza si poteva scendere molto velocemente per la scalinata e arrivare in breve tempo sulla spianata della zona templare (cortile dei gentili, cortile delle donne, cortile degli uomini, cortile dei sacerdoti, cortile con l’altare dei sacrifici) o nel “tempio/naos” vero e proprio.

Disordini e sommosse contro il potere politico e militare degli occupanti romani erano possibili in ogni momento, specialmente in occasione delle grandi feste (ḥāgîm) che richiedevano il pellegrinaggio a Gerusalemme (Pasqua, Settimane, Capanne). In quelle circostanze la città poteva lievitare da 50.000 abitanti a circa 200.000 presenze. Il clima poteva diventare in un attimo incandescente, dato che nel I sec. d.C. nel tempio si faceva memoria della pasqua di liberazione dall’Egitto, del dono della Torah sul Sinai/Oreb e del cammino fatto nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto.

Un esempio eccellente dell’intervento della truppa della fortezza Antonia – “salvifico”, in questo caso – si ebbe in occasione del tentato linciaggio popolare nei confronti di Paolo (cf. At 21,30-37). Al comandante della coorte/chiliarchos [lett. “comandante di mille uomini/chiliarco/tribuno] tēs speirēs [coorte, composta da 500-600 uomini, un decimo della “legione”]” fu riferito che tutta Gerusalemme era in agitazione. Immediatamente egli “corse giù/katedramen” [più che “si precipitò”, CEI 2008] con i soldati e mise in salvo Paolo facendolo portare a spalla su per le scale che conducevano alla fortezza-caserma. Col permesso del tribuno Paolo riuscì persino a parlare in sua difesa: «Egli acconsentì e Paolo, “in piedi sui gradini/estōs epi tōn anabathmōn”, fece cenno con la mano al popolo; si fece un grande silenzio…» (21,40).

Pilato aveva mescolato (emixen < meignymi) sangue di animali e sangue di uomini. Sacrifici di animali per intercedere perdono e vita, sangue di uomini per sacrifici di violenza umana, protervi, allo scopo di mantenere lo statu quo segnato da un’ingiustizia oppressiva.

Se non vi convertite…

Gesù prende lo spunto dal misfatto di violenza politica e ve ne aggiunge un altro, di cronaca nera: diciotto persone, “vittime innocenti” del caso, morte travolte dal crollo della torre della piscina di Siloe. “Colpevoli” solo di essersi trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. La nostra stessa terminologia tradisce un linguaggio “colpevolista”. Cosa avevano fatto di male, contro Dio e contro gli uomini? – pensiamo ancora noi oggi.

Anche Gesù domanda ai presenti se le persone colpite dalle due tragedie fossero più “peccatrici/hamartōloi” di fronte a Dio rispetto a tutti gli altri galilei o più “debitrici/peccatrici/colpevoli/opheilaitai” rispetto a tutti gli abitanti di Gerusalemme “per aver dovuto soffrire queste cose/hoti tauta poponthasin” (< paschō = soffrire/morire).

Probabilmente, le persone travolte dalla torre di Siloe erano gente normale, forse anche povera e bistrattata dalla vita. Feriti della storia, probabilmente “scarti” della società.

I galilei morti nel tempio potevano addirittura avere forse anche un qualche piccolo “merito” di fronte a Dio e al popolo di Israele per aver pregato e offerto piamente a YHWH il frutto del loro lavoro e per aver tentato di ribellarsi a un potere ingiusto, esasperati dalle continue vessazioni dell’occupante romano… Alla fin fine, Israele è il popolo appartenente a YHWH, sua “proprietà particolare/segullāh” e deve obbedire solo a YHWH…

Per il momento Gesù condivide – didatticamente – la mentalità della gente. Essa collega sofferenza e morte a una punizione più o meno giusta di Dio provocata dai peccati delle persone che la subiscono.

Gesù non è assolutamente d’accordo con questo collegamento stretto fra una sofferenza/malattia/morte e una colpa responsabile di questo esito. Lo dirà chiaramente in occasione del “segno” della guarigione del cieco nato, inviato da lui a bagnarsi proprio nella piscina di Siloe (cf. Gv 9,1-3). In quel caso egli dirà che la malattia congenita del cieco sussisteva «perché si manifestassero le opere di Dio in lui» (Gv 9,3).

Nei due casi di cronaca in questione, Gesù risponde che entrambi gli eventi dolorosi sono occasioni per pentirsi e per rivedere la propria vita alla luce della precarietà dei giorni dell’uomo. “Momenti opportuni/kairoi” per poter discernere il proprio “tempo/kairos” (cf. 12,42.56) e vedervi le occasioni gravide di proposte e di avvertimenti per “correggere il tiro” del proprio cammino, “cambiare mentalità” (13,3.5) e cercare l’essenziale, la vita, l’osservanza del “cammino” proposto da YHWH nella sua Torah/Istruzione.

Lascia!

Subito dopo, a livello letterario, Gesù propone ai suoi ascoltatori una parabola.

Nella vigna di un uomo un albero di fichi rimane ancora improduttivo dopo ben tre anni da quando ci si aspetta normalmente il raccolto. Da tre anni infatti il padrone viene a cercarvi il “frutto/karpon”, senza trovarne traccia. A quel punto egli comanda all’operaio responsabile della vigna – comprendente probabilmente ulivi, fichi, viti, melograni – di tagliarlo (ekkopson, come bisogna tagliare l’albero che non fa frutti buoni [cf. Lc 3,9], la mano destra o il piede che “scandalizza” [cf. Mt 5,30; 18,8]), perché non continui a “distruggere/annullare/sfruttare/rendere inutile/katargei” la terra, dove altri alberi possono forse portare un frutto ancora più abbondante…

Il padrone è un esperto, ragiona correttamente, ha pianificato oculatamente i costi, i tempi di investimento, la resa prevista per rientrare con i debiti e aver dei guadagni significativi per continuare nella propria impresa. I rami secchi vanno tagliati, gli assets che non sono nel core del business dell’azienda vanno ceduti al più presto…

Anche l’operaio è un esperto. Scende tutti i giorni nella vigna, ha visto quell’albero messo male e intuisce – conoscendo bene il padrone – che esso comincia ad essere un investimento improduttivo e ad avere ormai i giorni contati. Quando però – secco, “giusto”, tecnicamente inappuntabile e senza diritto di replica – arriva il comando del suo “padrone/signore/Signore/kyrios” di tagliare l’albero, si appella a lui, chiedendo tempo, dando “perdono” ancora per un anno: “lascialo/perdonalo/aphes autēn”. Gli promette di fare della manutenzione straordinaria, dei lavori che normalmente non si fanno mai per un albero di fichi: gli zapperà intorno e lo concimerà. Prospetta una finestra aperta al suo signore. Può darsi che con degli stimoli eccezionali, l’albero risponda portando frutto, con una resipiscenza che alla buon’ora gli salva la vita…

Come sempre, la parabola è una storia fittizia che possiede una sua logica interna, ferrea, che include una domanda – implicita o esplicita – alla quale l’ascoltatore/il lettore è invitato a rispondere (e non può non farlo e non può che farlo in un’unica direzione), per poi applicare alla propria vita la risposta formulata con le proprie labbra. E non si tratta di raccontini. La storia fittizia rimanda al regno dei cieli, al regno di Dio, al Figlio dell’uomo, al destino della propria vita, alla possibilità o meno che essa si realizzi come vita “piena”, felice secondo Dio, ricca di frutti che rendono soddisfatti…

Non sappiamo se il padrone/signore abbia acconsentito alla supplica del suo operaio. E se, in caso positivo, l’albero abbia reagito dandosi finalmente una mossa…

Certo è che, dopo tre anni di attività pubblica, Gesù zappa con la sua croce il terreno dell’umanità e la concima con il suo sangue di Crocifisso, vero uomo e vero Dio…

A noi interessa, come alberi di fichi improduttivi e neghittosi, di implorare pazienza e perdono al Signore della nostra vita. Dal complesso della “narrazione” che Gesù Cristo ci fa di Dio, suo e nostro Padre, siamo sicuri che lui “perdonerà/lascerà ancora del tempo”. “Aphes/perdona”, supplica Gesù nella preghiera del Padre nostro che egli insegna ai suoi discepoli che, vedendolo pregare, gli chiedono di insegnare loro a fare lo stesso (cf. Lc 11,4).

Nel complesso del suo messaggio Gesù ci rende certi che Dio è pronto a darci tempo perché possiamo essere felici, cambiare mentalità e strade sbagliate, correggere i bersagli mancati e tornare indietro dai sentieri interrotti.

La possibilità ci è data, la pazienza di Dio è grande come il suo cuore, il respiro della sua anima.

Grande la compassione di Dio.

Non ne dobbiamo abusare (cf. Sir 5,1-8).

Il suo nome è “YHWH/Padre, salvezza sempre pronta per noi in Gesù mediante lo Spirito”.

Il tempo va interpretato, “sfruttato” nelle sue occasioni di vita.

La terra, la vita, non va resa sterile e infruttuosa per la nostra neghittosità.

“Cambiate mentalità”, cercate la libertà, cercate la vita.

Il mio nome è ’ehyeh ’ăšer ’ehyeh.

Nome facile, lungo come il mio amore:

“Io-ci-sarò-sempre-con-chi-io-vorrò-e-con-chi-vorrà-che-io-ci-sia-per-lui”.

«La terra è piena di cielo, e ogni roveto arde di Dio:

ma soltanto colui che vede si toglie i calzari;

gli altri si siedono intorno e colgono mirtilli» (E. Barret Browning).

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