IV Quaresima: Si commosse e lo baciò

di: Roberto Mela

Al giro di boa del cammino quaresimale, la Chiesa proclama, nella prima lettura, la prima Pasqua celebrata nelle steppe di Gerico dal popolo di Israele liberato dalla schiavitù in Egitto. Nella terra della promessa si festeggia il compimento delle promesse di libertà e di nutrimento “locale” nella terra che stilla latte e miele. La lettura anticipa la gioia della Pasqua che già la Chiesa intravede al temine del cammino quaresimale.

Nel frattempo, essa celebra il protagonismo della commozione e della gioia di Dio Padre, che sigilla col suo bacio la riconciliazione con il figlio che ritorna a casa, più o meno pentito nel profondo. Non c’è verità di Pasqua senza la celebrazione dell’amore misericordioso del Padre che riconcilia a sé i suoi figli in Cristo Gesù.

Il libro di Giosuè

I biblisti si sono da sempre divisi fra il considerare il libro di Giosuè quale conclusione della grande narrazione che da Genesi arriva fino a Giosuè, vedendo in esso il compimento della promessa fatta ad Abramo in Gen 12. Un Esateuco – sei libri –, che abbraccia il Pentateuco. Altri hanno visto la narrazione della storia di Israele partire da Gs e giungere fino a 2Re, fortemente segnata dalla teologia deuteronomistica che vede nella descrizione del cammino storico di Israele un giudizio continuo circa la sua fedeltà o infedeltà alla volontà di YHWH.

Quasi tutti i re del popolo di Israele sono risultati ribelli e infedeli a YHWH. A causa della disobbedienza, i due regni di Israele e di Giuda furono sconfitti e la loro popolazione dispersa (rispettivamente nel 722 a.C. e nel 586 a.C.). L’esilio è l’esito tragico di questa ostinata disobbedienza.

Se si considera un blocco letterario unico Dt–2Re, si avrebbe un Tetrateuco (quattro libri da Gen a Nm) seguito da un blocco di narrazione storica intriso di teologia deuteronomistica. In conclusione, si potrebbe considerare Dt collegato a ciò che precede (sigillando in tal modo il Pentateuco) ma condizionante in modo forte la narrazione storica che segue.

La teologia di Gs è imperniata su alcune linee fondamentali: la terra è un dono di Dio (cf. il testo fondamentale di Gs 21,43-45) ed è necessaria la fedeltà al patto; tutta la terra di Israele è ripartita tra tutti i membri del popolo, in quanto tutti sono beneficiari delle benedizioni divine; la conquista della terra è vista nella dinamica che scorre tra storia e fede. Nella storia e nella teologia deuteronomistica ci sono testi che ingiungono un comportamento da tenere in occasione della conquista del paese (Dt 7,1-6; 20,10-20) e altri che ne illustrano l’attuazione concreta (Gs 5,13–12,24).

Il testo di Gs ha come fonti di Gs 2–12 il Libro del Giusto o le tradizioni del santuario di Ghilgal/Galgala, mentre le liste della seconda parte, Gs 13–21, hanno come probabile origine diversi documenti di natura ammnistrativa, di data indefinita.

Una rivisitazione “leggera” di tipo sacerdotale ha concorso alla configurazione attuale del testo, che va ascritto a un autore, e non ad un semplice redattore, che lavorò probabilmente nel VI o V sec. a.C. (epoca esilica e postesilica).

Un prezioso aiuto per l’accostamento al libro di Giosuè può essere il commentario di F. Della Vecchia (Cinisello B. [MI] 2010). Secondo lo studioso, la struttura del libro può essere così delineata: 1,1-18 Insediamento di Giosuè; 2,1–12,24 Resoconti della conquista; 13,1–21,45 Divisione del paese; 22,1-34 Le tribù al di là del Giordano; 23,1–24,33 Discorsi di addio e morte di Giosuè.

Circoncisione e Pasqua a Ghilgal

Dopo il racconto incentrato sulla prostituta Rahab che salva le spie di Israele introdottesi nel paese a ispezionare la terra e che fa una bella professione di fede nel Dio di Israele (Gs 2,1-24), si narra il passaggio del Giordano (3,1–5,1) attutato in forma di processione cultuale. L’entrata nel paese è dono di Dio e si attua per sola sua grazia, da celebrare e a cui inneggiare. L’opera è di Dio e non frutto della potenza umana. Tutto quello che si troverà nella terra dovrà essere ridonato a YHWH, consacrato solo a lui, legittimo proprietario (il famoso istituto dello ḥerem, da ben comprendere).

Giunto nella terra della promessa, tutto il popolo viene circonciso a Galgala in segno di totale appartenenza a YHWH. Gli israeliti circoncisi che erano usciti dall’Egitto ed erano vissuti nella disobbedienza a YHWH erano morti poco a poco nel deserto. Chi era nato durante la peregrinazione nel deserto e non aveva visto tutta la teoria dei prodigi di YHWH per liberare il suo popolo non era stato circonciso. Forse per l’urgenza del viaggio, che non poteva essere rallentato dall’inevitabile indisposizione fisica che seguiva la circoncisione.

Il popolo che entra nella terra della promessa deve essere un “nuovo” popolo, un popolo “nuovo”, rinnovato nell’appartenenza a YHWH e nella volontà decisa di essere fedele ai suoi comandi. Nella terra “nuova” il popolo potrà finalmente godere dei doni “nuovi”, locali, “naturali” che la terra produce.

Terra “nuova”, prodotti “nuovi”

La celebrazione della Pasqua richiede previamente la circoncisione del popolo. Dopo di essa può venir celebrata solennemente la prima Pasqua da parte di un popolo libero giunto alla fruizione delle promesse di YHWH suo Dio: terra nuova, prodotti della terra nuova, fine dell’azione provvidenziale “straordinaria/celeste” di sopravvivenza (la “manna”, cioè la secrezione della tamarix mannifera, probabilmente, ma comunque sempre un “cibo provvidenziale dal cielo”, come “rugiada”).

Finisce la sopravvivenza stentata, inizia la vita normale nella terra della promessa, alimentata dai frutti buoni della terra locale, nutrienti e forieri di vita “piena”.

I fatti sono ambientati a Ghilgal/Galgala (“rimozione”, con derivazione dalla radice verbale gll “rimuovere” secondo l’etimologia popolare riportata nel v. 9: «oggi ho rimosso da voi l’obbrobrio d’Egitto»).

Haggilgāl potrebbe rimandare al “cerchio (di pietre)” composto con le dodici pietre prelevate dal Giordano, una per ogni tribù (cf. Gs 4,19-23), a ricordo del passaggio del Giordano all’asciutto, prodigio che ripete quello del passaggio del Mar Rosso.

Esisteva probabilmente una Galghala vicino a Gerico (cf. Gs 5,10), ma di essa se ne sono perse le tracce. Non va confusa con altre due identificazioni di Galgala: una vicina a Sichem (Dt 11,30); l’altra, il luogo di ritrovo dei discepoli di Elia e di Eliseo, probabilmente Jilijliya, situata nella zona montuosa di Efraim, 12 km a nord di Betel (2Re 2,1; 4,38).

La rottura col “prima” è completa. Il deserto è stato percorso, il Giordano è stato attraversato all’asciutto come il Mar Rosso, la circoncisione ha creato un popolo “nuovo”, la Pasqua ha celebrato la liberazione, i frutti generosi della terra sono nutrimento della “normalità” della vita.

La terra è però quella di Canaan. Israele vi entra, ma ci sono già altri popoli che vi abitano. La promessa teologica del possesso ereditario della terra dovrà fare i conti con le dinamiche storiche della sua attuazione. Problema insoluto ancor oggi, nel 2019…

Parabola “teologica”, please

Poco resta da dire di nuovo sulla bellissima parabola raccontata da Gesù (Lc 15,11-32) per difendere e illustrare le motivazioni della sua prassi di generosa e scandalosa” “accoglienza/prosdechetai” e convivialità nei confronti di pubblicani e peccatori che suscita le “mormorazioni/diegoggyzon” dei farisei e degli scribi (cf. Lc 15,1-3). La difesa della propria prassi diventa difesa e illustrazione della prassi del Padre suo che lo ha inviato a proclamare la venuta del regno di Dio.

Come nelle altre parabole, la storia fittizia riprende scene, persone e vicende della vita reale ben conosciute da Gesù e dai suoi ascoltatori. Persone e vicende umane, difettose e limitate, sono sfruttate da lui per comporre una storia verosimile, strutturata secondo una logica ferrea e ben precisa, che culmina con una domanda – esplicita o implicita, ma ineludibile –, alla quale l’ascoltatore (o il lettore) dovrà rispondere personalmente con un giudizio espresso con le proprie labbra – uno e uno solo possibile (se non si vuol cadere nell’irrazionalità) –, che poi deve applicare alla propria vita.

La storia fittizia raccontata (racconto intradiegetico) rimanda, specialmente grazie ai suoi tratti paradossali, al referente esterno al racconto (referente extradiegetico) di cui Gesù intende parlare in realtà: il Padre, il regno di Dio, il Figlio dell’uomo, il giudizio finale… Referenti di natura religiosa, teologica.

La storia fittizia compie il passaggio fra l’“interno” e l’“esterno” tramite la presenza di un punto di contatto tra i due mondi, quello diegetico del racconto e quello extradiegetico di riferimento: un tertium comparationis, che va correttamente individuato e interpretato.

Le storie di Gesù potranno quindi essere legittimamente lette e interpretate anche con taglio letterario, sociologico, antropologico-culturale, psicologico, psicanalitico, pedagogico ecc. (cf. il libro dello storico Fulvio De Giorgi, Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, recensito su Avvenire del 9/3/2019, che riporta le interpretazioni per lo più pedagogiche di Dolto, Nussbaum e Recalcati).

Resta fermo il fatto che la lettura principe, intesa da Gesù e dagli autori dei Vangeli, non potrà essere che quella teologica. Gesù parla di sé, del Padre, del Regno… e non intende certo illustrare primariamente le dinamiche psicologiche, psicanalitiche e pedagogiche dell’animo umano, anche se le parabole potranno concorrere a fornire ottimi insegnamenti e riflessioni sulla vicenda dell’essere umano.

Tramite la loro storia fittizia, e anche nonostante il carattere limitato e difettoso dei suoi personaggi (anche quelli principali, che dovrebbero illustrare normalmente la figura di Gesù/del Padre, del regno di Dio…!), le parabole vogliono alludere a e illustrare narrativamente una realtà teologica indescrivibile umanamente, situata ben al di là e al di sopra di ogni categoria umana di comprensione. I personaggi delle parabole, anche i migliori, costituiscono sempre delle pallide immagini di ciò a cui Gesù vuole alludere. Ad esempio, si dovrà porre attenzione interpretativa al fatto che Dio Padre non è immediatamente e pienamente illustrato dai personaggi umani delle parabole, neppure dai migliori e dai meno difettosi.

Il Padre prodigo e i due figli

È evidente che possiamo indicare solo alcune brevi annotazioni interpretative della ricchissima parabola di Gesù (Lc 15,11-32, strettamente rapportata a 15,1-3, che ne è la motivazione scatenante).

Essa è riportata solo dall’evangelista Luca, lo scriba mansuetudinis Christi, a conclusione di un capitolo interamente dedicato a parabole che illustrano il prodigio strabiliante e gioioso della riconciliazione e del perdono offerto da Dio Padre, impostate ognuna sul motivo letterario del “perduto ritrovato.”

Protagonista principale della storia fittizia, che compare in tutti e tre gli atti in cui è strutturata (vv. 11-20a.20b-24.25.32), è il padre. È la parabola del padre che ha due figli, ed è prodigo nel suo amore a fondo perduto verso ciascuno di loro.

Il più giovane dei figli getta in faccia brutalmente (“dos/dammi!”, immediatamente, imperativo aoristo) al padre la richiesta della concessione anticipata della parte ereditaria dei “beni/sostanza/essenza/ousia” che gli spetta. “Non ho tempo per aspettare che tu muoia”, sembra che pensi…

Oggi si può concedere un anticipo di eredità per aiutare i figli quando ne hanno bisogno, e non quando sono già sistemati… Al figlio minore spettavano i due noni o i due terzi dell’eredità. Prevista o meno che fosse questa fattispecie giuridica dalla legislazione in materia di testamenti vigente al tempo di Gesù, il padre acconsente alla richiesta e divide fra i due figli “la (sua) vita/ton bion”. La vita del padre è spezzata, la “sostanza” buttata lì (epiballon), senza probabilmente che il figlio se ne renda conto. Tant’è, la frenesia di andare via è alle stelle.

L’inferno: porci “senza le ali”

Il figlio minore inizia l’avventura della vita fatta con le proprie gambe, pensata veramente libera solo con la lontananza dal padre, una vita senza il padre, con le radici libere, esposte al vento. Nessuna memoria di casa, nessuna memoria buona. Nessuna dipendenza, tutta libertà-da. Ma libertà-per che cosa? Ebbrezza del puro poter-essere. Io sono mio.

Senza salutare nessuno, il figlio parte per un paese lontano, lontano dalla propria cultura, lingua, religione. Senza una struttura umana e spirituale solida è un attimo perdersi nel mondo “pagano”, in cui il Dio di Israele, Dio salvatore e amante degli uomini, non è conosciuto, amato e seguito. Il figlio minore si liquefa in una vita dissoluta (asōtōs = insalvabile, in situazione disperata, da scialacquatore, da depravato, senza speranza di salvezza, moralmente: in modo dissoluto). Una vita da “vitellone”, in mezzo ai “porci con le ali”, come rinfaccerà il fratello maggiore discutendo con tono alterato col padre.

Un giovane senza arte né parte, un “giovin signore” che riduce al niente le risorse non guadagnate ma soltanto arraffate senza fatica. Ci si mette anche la carestia. Il giovane cerca un lavoro pur che sia. Voleva liberarsi del padre, e ora si trova “incollato/ekollethē” a un pagano, sottomesso e afono (“musulmano” direbbe Levi, parlando degli uomini del suo campo di concentramento). Si ritrova salariato a badare i porci, “senza le ali” stavolta. Impuro fra le bestie impure per un ebreo. Deve essersi fatto schifo, anche se non praticava più la religione dei padri. Fosse anche solo per un riflesso condizionato di ribrezzo.

L’inferno è raggiunto. L’ultimo girone ha la puzza dei porci. Fame, disgusto di sé, autostima sotto i tacchi, paura della propria ombra. Neanche il coraggio di rubare due ghiande ai maiali (e sì che a quel tempo non c’erano telecamere di sorveglianza). L’ombra di se stesso. Il giovane dalle belle speranze, ma immaturo e invertebrato, è steso a terra, appoggiato a un albero. Annichilito.

Anima e stelle

La fame lo morde. La pancia vuota lo risveglia. Riemerge la nostalgia di una casa dove anche i salariati sono trattati bene e hanno da mangiare a volontà. La fame spinge il refrattario. Lo smuove il calcolo del cibo che può riavere. Alla faccia della vergogna che dovrà subire. In ogni caso, è alla casa paterna che pensa, al padre. Potrebbe riempirsi la pancia di ghiande e fuggire, cambiare aria, cercare un altro paese; ma è dal padre che ritorna. La calamita è là, e là lo attira.

La frase religiosa di pentimento è pronta: Riconosce un “peccato” contro il padre terreno e contro “il cielo”, YHWH della sua infanzia e del suo popolo. Il ravvedimento sembra però molto superficiale. Poco più che una manciata di zucchero a velo nel vuoto pneumatico. Il giovane era uscito a cercare lavoro (“uscito/poreutheis”, v. 15), ma ora “rientra in se stesso/eis heauton de elthōn”. Dovrebbe cercare e trovare se stesso, la propria verità, la verità del suo desiderio. Ma non cerca la figliolanza, cerca il pane dei salariati. Però sono i salariati della casa del padre suo.

Animo di schiavo, schiavo della fame. Animo da servo, forse lo stesso che aveva quando era partito. Animo di schiavo forse aveva, con animo di servo certo ritorna. L’esperienza all’estero l’ha solo peggiorato. L’Erasmus migliora chi ha una struttura interiore solida. Vagabondare senza meta invece non guarisce il male dell’anima. Raccolta di figurine, pura collezione di persone, esperienze, luoghi incollati uno dietro l’altro. Album nella scheda fotografica. “Animum debes mutare non caelum” (= L’animo devi mutare, non il cielo) diceva Seneca a un amico che credeva di liberarsi degli affanni viaggiando. Non col cambiare luogo potrai riuscirvi – dice più avanti il filosofo – ma col mutarti in un altro uomo (Epistole a Lucilio, XXVIII.1, CIV.8.).

Il concetto era già stato espresso nell’esametro di Orazio: “Caelum non animum mutant qui trans mare currunt” (= Il cielo, non l’animo mutano quelli che corrono attraverso il mare) (Epistole, I.xi.27 a Bullazio).

Un po’ diversa era la concezione dei greci: «Cambiare aria non fa diventare assennati, né toglie la stupidità» sentenzia uno dei Sette Savi (Biante presso Tosi, 108).

Efficace anche un proverbio tedesco: “Reisen wechselt das Gestirn, aber weder Kopf noch Hirn” (= Viaggiare cambia le stelle, ma né la testa né il cervello).

Si commosse e lo baciò

“Se ne partì per un paese lontano/apedēmēsen eis chōran makran”, “sperperò la propria essenza/dieskorpisen tēn autou ousian”, “spese tutte le sue cose a fondo perduto/dapanēsantos de autou panta”. Di suo non gli resta più nulla. Solo il morso della fame e l’istinto di sopravvivenza. E un baluginio interessato di religione, zucchero a velo per coprire la spazzatura. Non si sa mai, potrebbe sempre servire. Il maiale è un animale prezioso; del porco non si butta via niente, neanche le unghie. Mentre della sua vita non interessa niente a nessuno.

Toccato il fondo, si può solo darsi una spinta e risalire a galla, sopravvivere, forse anche risorgere (anastas, v. 20). Il giovane potrebbe cercare un altro paese, un altro padrone, degli animali meno puzzolenti. Ma è verso il padre suo che alla fin fine si incammina. Si ricorda che è l’unica cosa sua che gli era rimasta, l’unica persona sua che gli avrebbe potuto dare sicuramente una mano, un pezzo di pane.

La calamita lo attira là, e non altrove. Le radici di una dipendenza vitale, di dono ricevuto e non sempre ricambiato. Tante parole aveva sentito da lui, a cui spesso aveva solo risposto bofonchiando da adolescente insofferente. Ma sente che da lì parte una vita, un amore profondo, al di là forse di varie rudezze e atteggiamenti padronali tipici dei padroni di casa mediorientali del tempo.

Il padre scruta ogni sera l’orizzonte in attesa del figlio. E l’attesa è premiata. Senza badare alle forze declinanti e all’onore messo in ridicolo, un giorno lo vede arrivare mentre è ancora da lontano. Gli occhi non l’hanno tradito, per fortuna. E neppure il cuore, che non aveva smesso di battere verso “un paese straniero, lontano”.

Il padre “si commuove/esplagchnisthē” (v. 20), con viscere di misericordia e di compassione che solo una madre possiede (gr. plagchna/ebr. raḥămîm < plur. di reḥem, ventre materno). Egli è insieme padre e madre (cf. Os 11,1ss.

Le viscere di misericordia sono la molla principale dei suoi movimenti, la ragione profonda di tutti gli atti che compie in frenetica successione nei confronti di suo figlio: si commuove e, dopo essergli corso incontro, gli “cade sul collo/lo abbraccia”, lo bacia e non gli lascia finire la frasetta “onnicomprensiva” di pentimento preparata dal figlio per sperare di poter essere riammesso in casa.

Non si ode alcun rimprovero, né dolce né aspro. Solo un abbraccio silenzioso, paterno e materno insieme. La voce è strozzata in gola, parlano solo i baci e le carezze.

Per-dono e festa

Quando si riprende un po’, il padre comanda ai servi di portare immediatamente la veste migliore e di farla indossare al figlio, di mettergli al dito l’anello con il sigillo – attestato della sua identità padronale e della sua posizione di dominio – e, infine, di dargli i calzari per i suoi piedi di uomo libero (e non salariato o schiavo!). Tutto di corsa, senza neanche lasciare che si lavasse dalla sporcizia del viaggio e dalla puzza di maiale che gli era penetrata nella pelle…! «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (B. Pascal).

È il per-dono, l’accoglienza gratuita che getta dietro le spalle le colpe oggettive ridà fiato e pace. Così fa YHWH, e così fa il padre: «Ecco, la mia amarezza si è trasformata in pace! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati» (cf. Is 38,17). Un per-dono che offre una seconda possibilità di vita a chi si è “perduto”, senza schiacciarlo contro il muro, identificando la sua persona con le parole e con gli atti sbagliati che gli hanno già rovinato la vita. Il padre si ricorda di ciò che il profeta Michea diceva di YHWH, e se ne rende interprete con la sua vita: «Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati» (Mi 7,19).

Dopo l’accoglienza, la festa. Immediatamente deve essere macellato il vitello tenuto all’ingrasso per la festa pasquale e per i doveri dell’ospitalità. Uccidete, mangiamo, facciamo festa. Il motivo è quello del perduto-ritrovato, portato all’ennesima potenza: «Questo mio figlio era “morto/nekros”, e ora “è ritornato in vita/anezēsen”, “era totalmente e definitivamente perduto/ēn apolōlōs” ed “è stato ritrovato/eurethē (da me e da YHWH)”».

Non è importante per il padre che il figlio sia ritornato da lui, a casa, ma che sia tornato alla vita. Nessun amor proprio ferito da rinfacciare, nessuna recriminazione da avanzare sulla “sostanza/ousia” sperperata. Nessun onore offeso da ripagare, nessuna “macchia” da lavare, nessuna umiliazione da dimostrare. Solo un “cadere sul collo” e un baciare afono, senza neanche guardarsi negli occhi.

Un padre dai tratti paradossali, per essere un mediorientale…

E cominciano a “far festa/euphrainesthai”. Festa del ritrovamento, festa della risurrezione. Dalla perdita escatologica (apollymi) alla vita piena col padre/Padre. La persona ritrovata val ben più di una legge infranta. Il per-dono previene e abbraccia i timidi tentativi di scusa avanzati col volto basso.

Tempesta perfetta

Il figlio maggiore è a lavorare nei campi. Forse molto lontano, tant’è che non sa nulla della festa per il fratello tornato, imbandita forse davvero in un lampo di pomeriggio. Un servo lo informa della festa organizzata dal padre e del suo motivo: «Tuo fratello è tornato» e suo padre ha ucciso il vitello ingrassato perché «lo ha riavuto sano (e salvo)/hygianonta».

Il figlio maggiore «si arrabbia violentemente/orgisthē» (v. 28). Reazione opposta a quella del padre, che si era commosso (esplagchnisthē, v. 20). Il figlio maggiore non è più maturo nel cuore, ha solo più anni che gli pesano sulle spalle. Non vuol “entrare/eiselthein”, e allora è il padre a voler uscire/exelthōn” a esortarlo a lungo con pazienza invitante (parekalei).

Sulla porta, la cataratta si apre con violenza. La tempesta scarica i suoi fulmini carichi di elettricità.

Il figlio maggiore erutta la sua rabbia di schiavo repressa troppo a lungo. Ho sempre “servito da schiavo/douleuō” – rinfaccia al padre senza neanche salutarlo e chiamarlo per nome – e non ho mai “trasgredito/parelthon” alcun tuo “comandamento/entolēn”.

Nessun appellativo per il padre, nessuna menzione del fratello, disconosciuto e derubricato a “questo figlio tuo”. Il fratello poi, è completamente identificato con gli errori commessi. Metterlo ai ferri, bisognava, buttar via le chiavi e aspettare che marcisse al buio…

Dimissioni complete dalla figliolanza e dalla fraternità.

Deleted. Off.

Quel che è mio è tuo… Bisognava far festa!

Il figlio maggiore ha sempre vissuto in casa, ma da schiavo, represso e silente, depresso. Non ha avuto mai la libertà interiore di chiedere al padre un capretto per far festa con gli amici. Ma che festa sarebbe stata in definitiva, non vissuta in comunione col cuore del padre e con la complicità del fratello? Una festa da “porci con le ali”, forse. Solo fatta in casa, invece che in un paese lontano.

È possibile che, come un tipico padrone di casa mediorientale, il padre fosse un tipo severo, ma forse la fantasia del figlio depresso ne aveva ingigantito i contorni. È possibile che il padre non si fosse mai accorto di nulla e non avesse cercato un dialogo? Non c’è una madre in questa casa? “Educazione fallita”? (cf. il libro di De Giorgi).

Con il personaggio intradiegetico del fratello maggiore Gesù allude al personaggio extradiegetico dei farisei e degli scribi che “mormorano” contro di lui (15,2 diegoggyzon). Non occorre cercare la madre di casa, o pensare a un padre troppo severo, limitato e difettoso. Lui è una pallida immagine di YHWH… Ma è l’idea di YHWH che riempie l’universo mentale dei farisei e degli scribi ad essere falsa, oltre al fatto che l’immagine di legalisti tendenzialmente perfetti e ligi alla Legge e alle norme a essere misera, falsa e depressiva…

Il padre non aggredisce il figlio maggiore, difendendo (per la seconda volta in poche ore!) le sue ragioni di padre mediorientale. Un padrone di casa mediorientale è per forza di cose un po’ un misto di autorevolezza, autoritarismo, con piccoli cedimenti di permissivismo verso i figli maschi…

Il padre ricorda al figlio la piena comunanza di disponibilità sui beni della casa, la legge della comunione, la bellezza della vita filiale, la gioia della vita fraterna e famigliare. “Ma far festa e gioire d’altronde bisognava!/euphrainesthai de kai charēnai”, si difende il padre.

La festa e la gioia sono la sua unica scusa… Un padre mediorientale dai tratti paradossali…

La festa e la gioia sono necessari, dice con dolcezza il padre, a motivo di questo “tuo fratello” morto e tornato in vita, pensato perduto per sempre e invece ritrovato (da me suo padre [e da sua madre?], da YHWH e da tutta la famiglia, servi compresi).

Sarà entrato il figlio maggiore alla festa organizzata per lo scavezzacollo tornato a casa obtorto collo? Avrà preso coscienza del suo animo di figlio-schiavo agli arresti domiciliari, incapace di comprendere il cuore del padre, non libero interiormente di disporre dei beni della casa neppure per fare un po’ di baldoria con gli amici (in comunione col padre e il fratello, e non senza di loro…)?

Alcuni interpreti moderni hanno notato la mancanza della madre in quella famiglia, e quindi l’assenza di tenerezza, di cura, di custodia, di complicità Ma il mondo del Medioriente del tempo di Gesù non lasciava tanto spazio alla donna. E poi non è un punto importante che Gesù voleva sottolineare.

Il padrone di casa, il padre, ha già mostrato molti tratti paradossali, sufficienti a rimandare alla figura del padre/YHWH, di cui lui è solo una pallida immagine. Ha già mostrato tratti paterni e materni più che sufficienti a far percepire agli ascoltatori il cuore pieno di perdono e di amore misericordioso del padre-madre/YHWH (cf. Os 11,1ss).

E poi la madre ci sarà sempre, la Chiesa. Una madre nel cui seno piangere, una madre che ha confezionato i vestiti più belli e profumati, oltre ai manicaretti più deliziosi e speziati…

E tu?

La domanda finale, non è quella di elaborare il finale della storia, magari vedendo i due fratelli crocifissi in croce con Gesù o in cammino con lui come due suoi fedeli discepoli incontrati a Emmaus… Non si tratta di una parabola dell’educazione, con la tragica assenza di una madre… Divagazioni interpretative legittime, ma che non sembrano centrare la sostanza, la pointe della parabola di Gesù.

La domanda vera, ineludibile, della parabola riguarda la disponibilità del lettore a riconoscersi nei due fratelli, sia nel minore che nel maggiore, ma soprattutto nella risposta al fatto di ammettere che YHWH sia un Dio di amore e di per-dono, grande nell’amore anche verso il più “perduto” dei suoi figli (cf. Es 34,5-9). Nessuna ombra di autoritarismo in lui, o di assenza di amore materno che custodisce nella tenerezza e nella complicità. La parabola non illustra il dramma della pedagogia degli adolescenti, ma lo splendido affresco di quello che può alludere il meglio possibile al cuore misericordioso di YHWH/il Padre, che ha cura di tutti i suoi figli. Egli li precorre nel perdono, ancora prima che proferiscano alcunché. La casa è aperta, la dignità ridata, la festa pronta.

La parabola non ci istruisce su cosa fare davanti alle intemperanze “insopportabili” degli adolescenti, ma sul dramma degli uomini che credono di poter vivere felici senza Dio e lontani da Dio.

E se siamo a casa, adulti e vaccinati, siamo disponibili alla festa e alla gioia dell’amore a fondo perduto imbanditi da Dio nostro Padre/YHWH?

Tramite la parabola del padre prodigo d’amore verso i suoi due figli, parabola imperniata sul motivo del “perduto-ritrovato”, Gesù illustra e difende il cuore accogliente e misericordioso suo e quello del Padre. (Lo Spirito Santo tace, è impegnato a baciare).

Così è fatto Gesù, così è il Regno, così è il Padre…

Accetti questo Dio? Oppure pensi: “Prima a noi, che siamo sempre stati in casa (da schiavi)?”. Mai un viaggetto…

Puoi stendere la tua mano verso l’inferno dei porci o verso il cuore di YHWH/il Padre.

Verso la libertà illusoria o verso il Padre grande nell’amore e nel perdono.

Verso la morte o verso la vita.

«Scegli dunque la vita!» (Dt 30,19b).

Facciamo festa e gioiamo!

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