Pentecoste: Il Soffio

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Come lingue di fuoco

La vicenda personale di Gesù, culminante nel compatto e ricchissimo mistero pasquale, giunge alla sua pienezza di realizzazione con il dono dello Spirito Santo, lo Spirito del Figlio di Dio.

La Pentecoste (“cinquantesimo”, sottinteso “giorno”) è strettamente unita nel suo contenuto misterico alla pasqua di Gesù, passaggio d’amore da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1ss). Esso comprende: passione, morte, sepoltura (con “andata/cammino” [non “discesa”; poreutheis, participio aoristo da “poreuomai/andare”, uno dei verbi impiegati da Luca nel racconto dell’Ascensione, cf. At 1,10!] nello spirito a portare l’annuncio anche alle “anime/pneumasin” prigioniere/in prigione [cf. 1Pt 3,19]), ascensione, sessione alla destra del Padre, invio dello Spirito Santo.

Il dono dello Spirito è il frutto maturo della Pasqua, il traguardo a cui mirava Gesù per un rinnovamento totale della vita degli uomini. Il Vangelo di Giovanni ricorda il soffio dello Spirito da parte di Gesù la sera stessa della Pasqua, mentre l’autore degli Atti (lo stesso del Vangelo di Luca, e quindi Luca per la maggioranza degli autori) segue una visione più “distribuita” del mistero, secondo uno schema temporale che segue lo svolgimento della storia della salvezza.

Lo Spirito Santo non può mai essere colto a se stante, ma solo in stretto collegamento con il Padre e con il Figlio, e trova il suo momento di comunicazione agli uomini nella pienezza del mistero della pasqua di Gesù.

Soffiò

Con la pasqua di Gesù inizia la settimana nuova, il rinnovamento dell’uomo e del mondo intero.

Il primo giorno della settimana, il Giorno del Signore, la domenica, il dies Domini/dominicus, è vinta l’ombra della sera, che attanaglia ulteriormente nella paura gli Undici riuniti nel Cenacolo (con altri discepoli), pieni di paura di dover fare la stessa fine del loro maestro. Il pastore è stato colpito, ora toccherà al gregge che, in tal modo, andrà disperso… (cf. Mt 26,31; Mc 14,27; Gv 16,23; cf. Zc 13,7). Le porte sbarrate non costituiscono più alcun impedimento: il nemico non potrà entrare, la missione uscirà nella pace.

L’iniziativa è di Gesù, semplicemente di Gesù. Ma egli è il Risorto, il pastore grande delle pecore ricondotto dal Padre dal regno dei morti ai campi aperti dei viventi che solo lodano il Signore (cf. Eb 13,20). Negli inferi, infatti chi potrà lodare l’Altissimo? (cf. Sir 17,10.27). «Non i morti lodano il Signore né quelli che scendono nel silenzio» (Sal 115,17).

E Gesù viene, con sua iniziativa di grazia e si pone vivo, ben diritto, in mezzo ai suoi discepoli. «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri (lett.: “ha fatto prigioniera la prigionia”), ha distribuito doni agli uomini» (Ef 4,8).

Gesù risorto viene dai suoi ricco di doni pasquali che vincono la morte, la paura di morire, il timore di uscire ad annunciare la vita vera.

I doni pasquali del Risorto

Il primo dono pasquale è quello della pace. Non la pace degli uomini, equilibrio fragilissimo di campi di forze (armate), ma quella paradossale di Cristo. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27).

Gesù dona la pace in modo nuovo, perché essa nasce dal dono generoso di sé, totale, gratuito, immeritato dagli uomini. La pace di Gesù è la serenità interiore di colui che condivide i movimenti del cuore di Gesù, sa da chi viene, per chi vive, chi lo attende. Il discepolo di Gesù avverte la forza di pregare, di perdonare, di custodire i fratelli.

La pace è fondata dalla certezza che il Risorto porta con sé nella sua gloria i segni della sua dolorosissima com-passione per gli uomini. L’operatività (“le mani”) e la sorgente della volontà decisionale e affettiva (“il fianco”) sono segnati e trapassati per sempre dalla violenza umana redenta da un amore che la svelenisce in radice.

Dalle ferite/feritoie celesti traluce – ecco il secondo dono – la gioia divina: «E i discepoli gioirono nel vedere il Signore». Gioia esaltante ma non superficiale, da esaltati.

È la gioia intima del cuore che vede la morte confitta dall’amore e dalla vita, gioia che vede “risolto” il nodo che angoscia l’umanità che tenta di nasconderlo con tutti i mezzi a sua disposizione.

Il terzo dono pasquale è ancor più paradossale. La pace non è inerzia e conservazione dello statu quo. Per Gesù non esiste il quaeta non movere. La terza grande grazia di Gesù ai suoi è quella della missione, radicata in quella che parte dalla fonte sorgiva del Padre (“apo-stellō /inviare-da-un punto-di-partenza”), che si espande nell’incarnazione del Verbo nella sua tenda fra gli uomini (cf. Gv 1,14), Verbo che invia (pempō) i suoi discepoli, e trova l’approdo vivificante nel dono dello Spirito, esperienza esaltante di chi vive il vangelo accolto nella fede che “si dinamicizza mediante la carità” (cf. Gal 5,6).

La missione fa parte integrante dell’essere della Chiesa, non un dovere successivo a una presunta completezza di forza (morale, politica, economica,) che possa far intravedere una qualche probabilità di successo mondano. La missione estroflette, fa superare le proprie paure o il blocco per la coscienza dei propri limiti, nell’annuncio del vangelo, «potenza di Dio per la salvezza di chiunque» (Rm 1,16).

La missione però non può partire come una campagna di marketing ben studiata a tavolino, disegnata sul profilo dei desideri (soprattutto quelli creati artificiosamente) e dell’immaginario del target a cui ci si rivolge. Occorre ricreare l’uomo, non vendere un prodotto o un’ideologia religiosa, ammantata di riti, preghiere e devozioni varie.

Gesù risorto dona ai suoi il quarto dono pasquale. Egli «soffiò/insufflò/enēfysen” (sui suoi) e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”».

Viene creato l’uomo nuovo, l’uomo pasquale. “In principio” «il Signore Dio (YHWH ‘Elohîm) plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò (wayyipa/enēfysen) nelle sue narici un alito di vita (nišmat ayyîm/pnoēn zōēs) e l’uomo divenne un essere vivente (nepeš ayyah/psychēn zōsan)».

L’alito di vita psichica iniziale diventa ora nella pienezza della sera di pasqua lo stesso Spirito Santo, lo Spirito del Figlio di Dio risorto dai morti per una vita permanente nell’amore. Grande l’uomo creato, più grande ancora l’uomo redento.

Egli è pronto per ricevere il quinto dono pasquale del Risorto: il perdono dei peccati e la capacitas, il potere salvifico di perdonare ai fratelli che liberamente si aprano al perdono divino.

I discepoli del Risorto sono ora ben equipaggiati per la loro vita e la loro testimonianza. Una vita nuova è possibile, una comunità di uomini veramente liberi è a portata di mano. Lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre e del Figlio, renderà coloro che lo desiderano figli nel Figlio, fratelli del Risorto (cf. Mt 28,10).

Come lingue di fuoco

A metà del suo Vangelo, Luca ci riporta la decisione di Gesù: «Mentre stavano compiendosi (en tōi symplērousthai) i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51).

I suoi giorni sono “portati a pienezza/compimento” non solo nella sua ascensione al cielo, ma nel dono dello Spirito Santo «mentre stava compiendosi (en tōi symplērousthai) il giorno della Pentecoste» (At 2,1). Non sta solo finendo una giornata, ma sta compiendosi la ricchezza del mistero pasquale.

L’autore di Atti, Luca per i più, “distribuisce” secondo uno schema temporale di storia di salvezza quello che in realtà è un mistero compatto, che si compie in pienezza il giorno stesso di Pasqua. Ma il suo orientamento teologico, che non intende essere una cronaca giornalistica dei fatti, centra un importante contenuto della festa di Pentecoste.

Al tempo di Gesù in quel giorno il mondo ebraico celebrava nella gioia “il dono della Torah/mattan Tôrāh”.

A sette settimane dalla Pasqua celebrava in onore di YHWH la solennità “delle Settimane” (Šabu’ôt, cf. Dt 16,10), in origine una semplice festa agricola cananea in occasione della raccolta del grano e dei cereali (cf. Es 13,23,16; 34,22: «la festa delle Settimane, la festa cioè delle primizie della mietitura del frumento»), dapprima ereditata e poi storicizzata in senso salvifico come ricordo del dono della Torah.

Ma la Pentecoste del 30 d.C. si trasformò per i discepoli di Gesù nella piena realizzazione di ciò che veniva celebrato nel mondo ebraico. Non più la festa per il grandissimo dono della rivelazione della volontà di Dio nella sua “Torah/istruzione”, ma la realizzazione di ciò che veniva intravisto come nuova alleanza dai profeti Geremia ed Ezechiele.

Fossero tutti profeti!

Afferma Geremia (Ger 31,31.33-34): «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova… Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò (lett. ebr. “[we]nātattî/donerò”) la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».

Per Geremia, la “Torah/istruzione” “donata” all’intimo dell’uomo e scritta sul cuore, centro decisionale della persona, renderà spontanea l’osservanza della volontà di vita di Dio esposta nella Torah, composta di istruzioni, leggi, profezie, storie, poesie, salmi, proverbi… Favorirà il diventare popolo appartenente a YHWH, in una reciproca fedeltà.

Alcuni anni dopo, il profeta Ezechiele parlerà invece dello “Spirito” di YHWH posto nel cuore: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (Ez 36,26-27).

Lo Spirito, vento “infuocato”, che discende e si pone sui discepoli di Gesù nel cenacolo (non solo sugli Undici, evidentemente) realizza in pienezza la profezia. Egli viene “dal cielo” (At 2,2), da quel mondo di Dio in cui Gesù è “salito” e dal quale è stato promesso che sarebbe tornato allo stesso modo (“verso il cielo”, ripetuto quattro volte in At 1,10-11!).

Lo Spirito rende i discepoli una vera comunità di figli di Dio, in comunione profonda fra loro, e li ricolma dei carismi da mettere a servizio dei fratelli.

At 2,1-11 sottolinea particolarmente l’aspetto profetico del dono dello Spirito. Egli rende capaci i discepoli di annunciare le grandi opere di Dio parlando in lingue diverse (non è la glossolalia, espressione linguistica incomprensibile senza un traduttore, cf. 1Cor 14), in modo tale che ogni popolo possa sentire il vangelo nella propria lingua e nella propria cultura.

Gli ebrei residenti a Gerusalemme, sia per nascita sia per scelta magari dopo un’intera vita vissuta nella diaspora, insieme al mondo “pagano” rappresentato dalle culture romane, arabe e greche possono udire il felice annuncio di un Dio che li ama fino a donare il proprio Figlio in riscatto del male e per una vita filiale che rinnovi la faccia della terra. La Legge può custodire la vita, non può certo crearla e donarla.

Lo Spirito “infuocato” dona una vita appassionata, una profezia “democratizzata” che era anche il sogno di Mosè: «Allora il Signore scese nella nube e gli parlò: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito… Mosè gli [= a Giosuè] disse: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”».

Pentecoste, festa di fuoco e di profezia. Un gruppo di discepoli che diventa comunità, appassionata e contagiosa di vita, colma di doni che vuole partecipare agli uomini.

Lo Spirito è il segreto della vita ecclesiale, il “fissatore” che stampa nel cuore la vita dei figli di Dio, spinge su vie nuove di evangelizzazione, sostiene scelte coraggiose e controcorrente per un’umanità più degna di sé, più unita e fraterna.

Antibabilonia o, forse meglio, pienezza della prima “benedizione” su Babilonia che disperse la lingua omologante imposta dal capitalismo e dalla finanza ciechi e oppressivi, la Pentecoste benedice col suo dono anche la Chiesa di oggi, rendendola fermento “infuocato”, fresco, rispettoso delle diversità unite sinfonicamente. Primavera della Chiesa, profezia di vangelo vissuto.

Vieni, Spirito Santo,
manda a noi dal Cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli,
che solo in Te confidano,
i sette santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona eterna gioia. Amen.

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