XIX Per annum: La ricchezza è il Regno

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Ogni volta che decidiamo di santificare la domenica con la partecipazione alla santa eucaristia, noi dimostriamo di avere una fede viva, che non accetta di procedere stancamente per le strade del mondo, ma vuole correre sulla via dei comandamenti di Dio, condividendo con tutti la gioia della comunione fraterna.

Ma dobbiamo anche ricordare che, per una completa partecipazione al mistero celebrato, noi dobbiamo non solo assistere a ciò che accade sull’altare ma anche e soprattutto vivere ciò di cui facciamo memoria. Non solo la nostra vita deve essere una risposta ai misteri celebrati, ma essa stessa deve diventare offerta gradita a Dio.

1. Dal libro della Sapienza è tratta la prima lettura di questa liturgia della Parola. Questo libro è stato composto da un giudeo della città di Alessandria d’Egitto nel primo secolo a.C., un giudeo che desidera mettersi in contatto e in dialogo con i circoli intellettuali di cultura greca di quella città. È un tentativo, del tutto encomiabile, quello di mettere a confronto la religione ebraica con la cultura greca. Questo si chiama, oggi soprattutto, evangelizzare le culture o inculturare il Vangelo.

L’autore cerca di rileggere i grandi avvenimenti della storia della salvezza, di cui abbiamo memoria nei libri storici del Primo Testamento. Quando arriva a rievocare la grande epopea dell’Esodo, egli interpreta quel grande evento in termini di liberazione: «… desti loro una colonna di fuoco, come guida di un viaggio sconosciuto e sole inoffensivo per un glorioso migrare in terra straniera» (Es 18,3).

Quando arriva al clou del suo racconto, l’autore delinea uno stato ideale di vita comunitaria, nella quale si riflette quella sapienza che il liberatore, cioè il Signore, si prefiggeva: «I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito  le sacre lodi dei padri». È assai agevole intravedere in queste espressioni la risposta del popolo eletto – l’insieme dei liberati – al dono della liberazione del quale sono stati gratificati dal loro Dio. La loro risposta si riassume nella concordia fraterna e nella lode a Dio.

2. Il salmo responsoriale è un inno nel quale si canta la divina provvidenza che si è manifestata a favore del popolo eletto (in questo il salmo si aggancia alla prima lettura), ma che si espande poi su tutte le creature in una prospettiva universalistica.

Il ritornello enuncia una beatitudine alla quale siamo molto sensibili: «Beato il popolo scelto dal Signore». Lui ci appartiene come il nostro Dio e noi gli apparteniamo come suo popolo: questa reciproca appartenenza riassume e definisce quel rapporto interpersonale che è l’essenza della vera religione.

La sua azione verso di noi viene descritta in questi termini: «Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame». Anche Dio, perciò, ha un occhio speciale: nel senso che egli non può non sovvenire alle necessità delle sue creature.

La nostra reazione verso di lui, invece, si esprime in questi termini: «L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo». Dal riconoscimento di ciò che Dio è per noi – aiuto e scudo di difesa – nasce la nostra attesa filiale, intrisa di grandi desideri e di totale fiducia.

3. La seconda lettura ci è offerta dalla lettera agli Ebrei. Essa non è propriamente una lettera ma una riflessione di stampo teologico sulla mediazione sacerdotale che Gesù esercita a nostro favore dal cielo nel quale vive accanto al Padre.

Siamo al capitolo undicesimo, dove l’autore presenta una sintesi della storia della salvezza interpretata come una continua risposta di fede, professata da alcuni personaggi che sfilano dinanzi a noi come campioni nella fede.

«Per fede, Abramo… Per fede, anche Sara…». Il fatto che la riflessione teologica dell’autore si concentri sostanzialmente su questi due personaggi significa che essi possono essere considerati come modelli per coloro che intendono vivere la loro fede non solo come un dono ma anche come un impegno.

Abramo è modello di obbedienza perché ha accolto con prontezza la divina chiamata. Egli, infatti, «obbedì, partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava».

Ma Abramo è modello anche e soprattutto perché ha accettato la prova di Dio che gli chiedeva: il sacrificio del figlio Isacco. In questa circostanza egli era sostenuto dalla persuasione «che Dio è capace di far risorgere anche dai morti». Una fede veramente eccezionale, se l’autore della lettera agli Ebrei le attribuisce la capacità di includere l’ipotesi della risurrezione.

A questo punto, possiamo intendere meglio ciò che si legge all’inizio di questo testo: «Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede». Qui la fede non è considerata dal punto di vista del suo oggetto (che cosa o in chi credere), quanto piuttosto dal punto di vista del fine verso il quale tendere. La fede diventa una forza misteriosa ma reale che proietta la vita del cristiano verso il futuro: il futuro di Dio!

4. La pagina del Vangelo ci è offerta da Luca. Essa ha per tema il distacco dai beni terreni: un tema molto caro al terzo evangelista che, dal Vangelo agli Atti degli apostoli, dimostra di essere sensibile a tutto ciò che riguarda i beni terreni e il loro utilizzo.

Bellissimo l’inizio di questa pagina: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno»: è chiaro, dunque, che il distacco dai beni terreni, per Luca, è del tutto relativo al Regno. Non avrebbe alcun senso privarsi dei beni su questa terra se non in vista di un bene superiore che attendiamo e speriamo di ricevere nella terra promessa.

Poi Luca entra direttamente nel tema: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina». Con questo parole Gesù indica a chiare lettere la via da seguire per poter entrare nel Regno, cioè per appropriarci di quel “tesoro” per il quale vale la pena vendere tutto per comprare il campo nel quale esso si trova (cf. Mt 13,44); oppure – per entrare nella prospettiva di Luca – per comprare il tesoro verso il quale tende il cuore dell’uomo.

Quella sorta di parabola che Luca ci offre raccomanda la necessità di mantenersi in un atteggiamento di attesa per poter accogliere il padrone quando torna dalle nozze. Un atteggiamento, questo, che il cristiano deve assumere non una volta sola nella vita, ma sempre,

Anche quello che Gesù dice a Pietro sotto forma di parabola ci orienta verso lo stesso pensiero: quello che conta nella vita del cristiano è vivere nell’attesa del ritorno del Signore, attendere con fiducia sorretti dalla virtù della speranza. Ma anche vivendo distaccati dai beni terreni e destinandoli ai poveri, seguendo alla lettera l’insegnamento di Gesù.

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