XXVII Per annum: La pazienza della fede

di: Carlo Ghidelli

Ogni volta che ci orientiamo verso la chiesa per celebrare i santi misteri, noi dimostriamo di voler alimentare la nostra fede nella preghiera e con la preghiera comunitaria. È lì che il mistero celebrato può entrare nella nostra vita personale ed ecclesiale con tutta la sua potenza salvifica.

Ecco un’esortazione tolta dalle Catechesi di san Giovanni Crisostomo: «Carissimo, non passare troppo facilmente sopra a questo mistero. Ho ancora un altro significato mistico da spiegarti. Ho detto che quell’acqua e quel sangue sono simbolo del battesimo e dell’eucaristia. Ora la Chiesa è nata da questi due sacramenti».

 

1. La prima lettura viene dal libro del profeta Abacuc. Israele è stato sconfitto dal nemico a causa dei suoi peccati, ma il nemico imperversa ingiustamente. Con grande coraggio e con non minore fede il profeta apre un dibattito con il suo Dio: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti?».

La situazione è veramente desolante: oltre al danno provocato dai nemici, ecco anche l’abbandono del proprio Dio: «Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?». L’interrogativo rivolto al Signore è motivato da una constatazione oggettiva: «Ho davanti a me rovina e violenza e ci sono liti e si muovono contese». Le difficoltà non sono solo esterne al popolo, ma sono anche interne alla vita della comunità.

Che fare in tale situazione? Quale rimedio adottare? È il Signore che parla e sentenzia: «Scrivi la visione!». Sono due i suggerimenti che egli offre: pazienza e fede.

Pazienza anzitutto: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà». La pazienza può sembrare la virtù meno necessaria, mentre spesso si rivela necessaria e determinante.

Oltre la pazienza, la fede, perché chi non si lascia deviare dagli idoli accetta volentieri il verdetto di Dio: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede». Paolo, nella lettera ai cristiani di Roma, riprenderà quest’ultima affermazione e ne farà un pilastro della sua teologia.

2. Il salmo responsoriale si presenta come un grande e solenne invito ad entrare nel tempio per cantare le lodi del Signore: «Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza».

Dal salmo emerge una cosa di primaria importanza: noi siamo invitati a lodare Dio in ragione di quello che egli è: «È lui il nostro Dio». Ma anche in ragione di quello che egli è per noi: «E noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce». Non potremmo esprimere meglio la storia della salvezza testimoniata nel Primo Testamento.

Segue un pressante invito all’ascolto: «Se ascoltaste oggi la sua voce!». È la logica conseguenza del precedente invito. Al tempio, infatti, si va anzitutto per ascoltare la voce di Dio, per conoscere la sua volontà onde dare un orientamento corretto alla propria vita.

Il Signore Dio ci vuole come interlocutori del suo piano di salvezza e come collaboratori della sua azione salvifica.

3. La seconda lettura viene dalla seconda lettera dell’apostolo Paolo al discepolo Timoteo: un brano che lascia trasparire come l’apostolo sia preoccupato di stabilire persone responsabili nelle varie Chiese da lui fondate. Una preoccupazione più che legittima, se pensiamo che Paolo è ormai arrivato quasi in porto: egli sente la morte ormai vicina e questo pensiero lo responsabilizza sempre di più.

Sono tre i pensieri che Paolo sviluppa: anzitutto il ricordo dell’“imposizione delle mani”. Qui abbiamo notizia di come, all’inizio della storia della Chiesa, si trasmetteva il ministero del servizio alla comunità. Di ministro in ministro, come di padre in figlio, veniva trasmesso e assicurato alla comunità dei credenti un servizio speciale che si concretizzava nella predicazione del Vangelo, nella celebrazione eucaristica e nel governo. Esattamente quello che accade anche oggi per una tradizione ininterrotta che caratterizza la Chiesa cattolica.

In secondo luogo, l’invito a non vergognarsi né del Vangelo né di lui, che sta soffrendo le pene del carcere. Questo fatto, lungi dallo spegnere in Paolo il coraggio della testimonianza, lo rende ancor più ardito: «Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza». Vanno debitamente soppesate queste tre virtù perché in esse Paolo riconosce ciò che è necessario ad un pastore, responsabile di comunità, per reggere debitamente la comunità affidata alle sue cure pastorali.

Infine, la raccomandazione: «Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato». Questo “bene prezioso” non va pensato colme qualcosa di statico e di consolidato una volta per sempre, bensì come un dono da apprezzare, da assimilare e da trasmettere.

4. La pagina evangelica ci è offerta dall’evangelista Luca, con quella famosa richiesta dei discepoli al Maestro: «Accresci in noi la fede!». Nasce subito la domanda: ma la fede, quella vera, è passibile di mutamenti, sia nella crescita sia nella diminuzione? Non sarebbe come impoverirla e ridurla a qualcosa di troppo umano?

Gesù scioglie subito le nostre perplessità: pur accogliendo la richiesta degli apostoli, egli lascia intuire che la fede non è ponderabile, non la si può misurare e soppesare. La fede è dono di Dio e, come tale, è capace di operare cose straordinarie, assolutamente non riducibili né riconducibili alle sole forze umane.

Non è forse vero che, troppo spesso, pensiamo la fede come un’opera nostra, come qualcosa che ci appartiene, perché la viviamo e la esprimiamo con le nostre categorie e con le nostre scelte personali?

Nella seconda parte della pagina evangelica, Gesù vuole mettere in chiaro una cosa; la fede, quella vera, porta tutti, ma specialmente coloro che sono stati scelti da lui per un ministero di speciale servizio alla Chiesa, a farsi servi degli altri. «Servi» (il testo greco legge douloi, cioè schiavi).

Risulta evidente, pertanto, la spiritualità che Gesù delinea dinanzi ai suoi più diretti collaboratori e futuri evangelizzatori. Una spiritualità che assume i caratteri della più totale dedizione alla causa del Vangelo, con l’implicita abnegazione di se stessi. Lo schiavo, infatti, sente di dover solo servire e di non poter rivendicare nulla per se stesso.

Non è assente in questa “lezione” di Gesù anche un invito all’umiltà: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili». A che varrebbe, infatti, anche il servizio più generoso, se non fosse accompagnato e corredato da un atteggiamento umile, per il quale chi lo presta sa di non poter avanzare alcun diritto?

 

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