
La moglie del mio meccanico fa la meccanica. Cioè, lei non sta in officina limitandosi a fare la segretaria del marito – rispondere al telefono, prendere appuntamenti, accogliere i clienti, effondere vivacità femminile e sorrisi in un ambiente impregnato di effluvi mascolini. No, no, lei dell’officina è titolare a pieno titolo e come tale si muove tra pezzi di ricambio e martinetti.
Qualche giorno fa sono andata a recuperare l’auto che avevo portato per una piccola riparazione. Tra i saluti e i convenevoli abbiamo scambiato le solite quattro parole – i figli, il tempo, il lavoro… Il lavoro, già, il lavoro è un problema. Si fa fatica a trovare dei ragazzi che abbiano voglia e buona volontà per mettersi a imparare il lavoro di officina – mi dice il meccanico. I “nostri” vengono, provano per un paio di mesi, e poi vanno via. E gli stranieri – puntualizza perentorio -, gli stranieri io non li voglio.
Eccoci, ci siamo, adesso mi tocca sorbire una delle solite tirate anti immigrati. Mentre mi preparo mentalmente a sfoderare una controargomentazione garbata ma ferma sul tema dell’inclusione, il meccanico, guardando la moglie, conclude la sua frase: gli stranieri non li voglio, perché non accettano di lavorare insieme a una donna e di prendere ordini da lei.
Resto spiazzata e non dico nulla. Salgo in macchina, mi avvio verso casa, e penso.
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Maschi. Senso di superiorità innato, incistato nel midollo culturale. Nonostante ottant’anni di voto alle donne, nonostante donne ministro e primo ministro, e insegnanti e mediche, e autiste e ferroviere, in tanti, troppi maschi, anche giovani, anche nati in Italia, cresciuti in Italia, in troppi maschi ancora perdura inscalfibile un atavico senso di superiorità nei confronti delle donne e lavorare agli ordini di una donna, avere una donna come capo, per tanti, troppi maschi ancora, è una cosa che non può stare né sulla terra né tanto meno in cielo.
Ma mentre le parole del mio meccanico e la sua espressione sconsolata (“non accettano di prendere ordini da lei”…) continuano a girarmi nella testa, davanti agli occhi mi si palesa chiaro un paradosso, e quasi quasi mi viene da ridere: da una parte un maschio (che probabilmente voterà Vannacci) che ha fatto così tanta strada da riuscire ad accreditare una donna come figura autorevole in un ambito lavorativo in cui, tradizionalmente, l’unico spazio riservato alla presenza femminile è quello dei calendari sexy appesi qua e là a pareti scure di olio di motore; dall’altra i nostri uomini di Chiesa che, da più di cinquant’anni ormai, riuniti in ameni conciliaboli, si dedicano con tanta buona volontà ad accurate disquisizioni sull’opportunità o meno di aprire alle donne, non si dice l’ordinazione, ma una qualche forma di diaconato, a condizione, naturalmente, che non sia in nessun modo sfiorata dalla pur minima parvenza di sacramentalità.
Tanto valeva che continuassero, come han fatto per secoli, a occuparsi della questione se le donne abbiano o non abbiano l’anima.





