XXX Per annum: La preghiera dell’umile

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Ogni volta che veniamo a messa, la domenica, non possiamo dimenticare tanti fratelli e sorelle i quali, pur conservando la fede nel Signore risorto, non sentono il bisogno di aderire all’invito della madre Chiesa che li chiama a santificare la domenica, giorno di speciale memoria della risurrezione di Gesù.

La liturgia della Parola tende a risvegliare in ciascuno di noi la piena consapevolezza di quello che siamo dinanzi a Dio; nello stesso tempo, ci induce a pregare come si addice a chi sa di essere peccatore e non pretende di avanzare nei confronti di Dio alcuna carta di credito.

 

1. La prima lettura è tratta dal libro del Siracide. Quando l’autore scrive, siamo ormai alla vigilia della venuta del vero Messia; non ci meravigliamo, perciò, se egli lancia un messaggio che si rivela molto vicino alla spiritualità del Nuovo Testamento.

Questa pagina, in perfetta consonanza con il messaggio della tradizione profetica, è tutta dedicata al recupero della vera religione, che non può consistere solo nella pratica di alcune osservanze della Legge. È questo il pericolo sempre ricorrente nella vita di chi vuole coltivare un rapporto personale con Dio. Con grande determinazione, l’autore mette in guardia dall’illusione di chi si crede religioso solo perché offre sacrifici rituali, quelli prescritti dalla Legge. Oggi, come ieri, questa è cosa rispettabile ma non sufficiente. Occorre tendere verso una religione più pura, più essenziale, capace di metterci in relazione diretta con Dio.

Dio, infatti, non ha bisogno delle nostre cose e non può gradire doni che vengono sottratti ai fratelli che versano nel bisogno. Ecco perché l’autore elenca questi fratelli e sorelle, che giustamente aspettano il nostro aiuto: essi sono le vedove e gli orfani, il povero e l’oppresso. È verso di loro che dobbiamo volgere lo sguardo; è nei loro confronti che dobbiamo aprire le mani con un gesto di aiuto fraterno. Questo corrisponde alla volontà di Dio.

Questo, non altro, è il modo di venerare Dio. Perciò l’autore dichiara: chi soccorre poveri e oppressi sarà accolto con benevolenza e «la sua preghiera arriva fino alle nubi». E ancora: «La preghiera del povero attraversa le nubi (…), non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto». Qui il concetto che interviene è nuovo: esso riguarda il sicuro intervento di Dio in difesa di coloro che sono oppressi dagli uomini, ma sono protetti da Dio. Nell’attesa fiduciosa di questo intervento il giusto soffre e prega.

2. Il salmo responsoriale ci presenta il vero volto del Dio d’Israele, che si mostra sempre sensibile alle necessità dei poveri. Infatti, il ritornello recita: «Il povero grida e il Signore lo ascolta».

È una certezza di fede, questa, per ogni autentico figlio e figlia d’Israele. Una certezza che affonda le sue radici nella fede dei padri e che, d’altro canto, rivela il vero volto e il cuore stesso di Dio. Un Dio che, fin dalla prima sua rivelazione, si è sempre presentato come un Dio pietoso e misericordioso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni (cf. Es 34,6).

Quello che meraviglia è che l’orante inizia il suo salmo con una benedizione: «Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode». Benedire il Signore, anche quando siamo esposti alle prove e all’oppressione, è segno di alta spiritualità.

La condizione che si esige è una sola: quella dell’umiltà, che rivela un animo aperto alle sorprese di Dio e sempre disposto ad accogliere quello che proviene dalle sue mani paterne e provvidenti. Infatti, «il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti». Essere umili nei confronti di Dio significa semplicemente essere veritieri con lui, riconoscendo che dipendiamo da lui in tutto e per tutto.

3. La seconda lettura ci rimanda di nuovo alla seconda lettera dell’apostolo Paolo al discepolo Timoteo. Paolo si trova ormai al termine della sua vita terrena e fa una verifica della sua intera esistenza, soprattutto del suo ministero apostolico. Vale la pena seguire i passaggi principali di questo suo commiato, una sorta di testamento che egli consegna a Timoteo, suo diletto discepolo.

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede»: senza inorgoglirsi, ma con l’animo colmo di riconoscenza verso il suo Signore, che lo aveva sorpreso sulla strada verso Damasco e gli si era rivelato nella sua gloria.

«Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno». Qui emerge fortemente la speranza che anima l’apostolo in questo momento della sua vita: una speranza che mette le ali al suo incontenibile desiderio di «stare sempre con il Signore» (cf. 1Ts 4,17).

«Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito (…); il Signore però mi è stato vicino». Paolo si lascia sfuggire quasi un lamento: non certo un’accusa, quanto piuttosto un’amara constatazione. Ma il suo pensiero corre subito al suo Signore, dal quale ha ricevuto non solo il coraggio di difendersi dalle false accuse, ma anche e soprattutto la forza perché per mezzo suo si compisse la proclamazione del messaggio.

«Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli». In questo modo l’apostolo si proietta verso il premio finale: dopo aver fondato molte chiese con la predicazione del Vangelo, che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,14), Paolo attende fiducioso di essere ammesso alla pace di quel “regno” promesso ai servitori fedeli e coraggiosi.

4. La pagina evangelica ci presenta un’altra parabola: quella che Gesù disse rivolgendosi a taluni che «avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Il contesto entro il quale Luca colloca la parabola, pertanto, è molto importante per interpretarla secondo le intenzioni del Maestro.

Entrano in scena subito due personaggi, tra loro diametralmente opposti. Il contrasto aiuta certamente a mettere a fuoco il messaggio veicolato dalla parabola stessa. Dapprima ecco il fariseo, che si qualifica subito per quello che è: sia con le parole che pronuncia sia per l’atteggiamento che assume. Gesù si rivela veramente come un grande artista nel creare questi due personaggi.

Tutto il discorso del fariseo è imperniato sulla sua persona: «O Dio, ti ringrazio… non sono come gli altri uomini… Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Egli non sente il bisogno di chiedere perdono al suo Dio. Sente di essere più in credito verso di lui che non in debito. Questa è anche la situazione spirituale di molti di noi, non è vero?

Il discorso del pubblicano, invece è tutto imperniato su Dio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Con una sola espressione egli manifesta il suo stato d’animo e, sia pure involontariamente, si erge a modello di preghiera.

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