XXXIII Per annum: Il tempo “penultimo”

di: Carlo Ghidelli

Andando verso il termine dell’anno liturgico, la Chiesa desidera proporre alla nostra attenzione alcune pagine bibliche che riguardano gli eventi che caratterizzeranno gli ultimi tempi, quando avrà luogo il ritorno del Signore in qualità di giudice universale.

Siamo perciò invitati a considerale con estrema attenzione non solo i tempi ultimi, ma anche i penultimi, quelli nei quali viviamo e siamo invitati a vivere in modo conforme alla fede che professiamo e alla speranza che nutriamo.

1. La prima lettura corrisponde ad una profezia di Malachia nella quale si alternano due messaggi: assolutamente negativo il primo, decisamente positivo il secondo.

Il primo riguarda «i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia»: costoro saranno come paglia bruciata dal fuoco. Sì, perché «sta per venire il giorno (del Signore), rovente come un forno». È chiaro che qui viene segnalato il fatto che, quando tornerà il Signore alla fine dei tempi, suo compito sarà anche quello di giudicare e il suo giudizio sarà improntato alla giustizia. Ciò dovrebbe suscitare in noi il santo timor di Dio. Questo non consiste certo nel nutrire paura nei confronti del Signore, quanto piuttosto nel vivere in modo conforme alla sua volontà dimostrando così che per noi la sua legge, che è sempre legge d’amore, è più importante di ogni altra cosa.

Il secondo messaggio è del tutto positivo: «Per voi che avete timore del mio nome sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia». Avere il timor di Dio significa apprezzare i doni che ci ha dato, in primis i suoi comandamenti e metterli in pratica con il nostro massimo impegno. «Sole di giustizia» è un titolo messianico: i raggi di questo sole sono benefici, perché da esso possono scendere solo grazie e doni.

2. Il salmo responsoriale corrisponde ad uno di quei salmi che vengono caratterizzati come inni. Intenzione della Chiesa è quella di accompagnare il messaggio escatologico con un inno di lode a colui che viene, nella diversità dei tempi, a porre fine alla storia.

 «Cantate inni al Signore con la cetra»; i vari strumenti musicali che vengono evocati vogliono significare che gli inni elevati a Dio devono essere, per quanto umanamente possibile, perfetti sotto ogni profilo. Suonati da varie persone, essi vogliono indicare anche la partecipazione corale di coloro che formano l’assemblea.

«Risuoni il mare… i fiumi battano le mani»: qui fa capolino quella che sembra una caratteristica di Israele relativamente al cosmo. Tutte le creature, anche quelle che noi chiamiamo inanimate, partecipano a pieno titolo a quel coro vocale e strumentale che sale dalla terra al cielo per l’onore e la gloria di Dio. Che il mare risuoni e che i fiumi battano le mani, per Israele, non sono semplici metafore ma indicano la concezione dinamica dell’universo.

«Davanti al Signore che viene a giudicare la terra»: anche «Colui che viene» può essere considerato come un titolo messianico e pertanto il profeta annuncia, almeno implicitamente, la venuta del Messia.

«Giudicherà il mondo con giustizia i popoli con rettitudine», ma noi, illuminati dalla luce evangelica, sappiamo che quella giustizia e quella rettitudine saranno mitigate dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio. Questa è la fede che nutriamo e questa è la speranza che sostiene il nostro cammino terreno.

3. La seconda lettura presenta alcuni passaggi che è bene mettere in evidenza. Sono tutti importanti e, più o meno direttamente, vengono a interpellare la nostra esperienza di vita cristiana. Di domenica in domenica la Chiesa, che è madre e maestra, attraverso la voce dell’apostolo, tiene viva la nostra attenzione e vigile il nostro cuore di figli e figlie di Dio.

Anzitutto Paolo si presenta come modello da imitare e lo fa in modo così dettagliato che possiamo interpretare questa pagina quasi come un autoritratto dell’apostolo. Sono molteplici ed estremamente toccanti i dettagli di questa descrizione e richiamano alla mente quel discorso, riferito da Luca in Atti 20, nel quale l’apostolo Paolo, rivolgendosi agli anziani della comunità di Efeso, descrive non solo ciò che ha fatto ma anche il modo con cui si è applicato al suo ministero.

In un secondo momento Paolo intende smantellare il comportamento di alcuni cristiani che sbagliano nel valutare la verità, pur innegabile, del ritorno del Signore. Per il fatto che essi attendono il ritorno del Signore nella gloria, costoro hanno deciso di astenersi da ogni lavoro, «vivendo una vita disordinata e sempre in agitazione». Errore banale e fuorviante che porta a conclusioni altrettanto sballate e inopportune.

Torna alla mente ciò che dicevano alcuni allo scadere del secondo millennio riferendosi al famoso “mille e non più mille”. Quella che Paolo rivolge loro non è una semplice esortazione ma un comando: «A questi tali… ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità». E noi sappiamo che, quando Paolo dà un ordine, egli parla in nome del Signore (cf. anche 1Cor 14,36-37).

4. La pagina evangelica di questa domenica riferisce un discorso di Gesù a coloro che stavano a contemplare il tempio di Gerusalemme e ne magnificavano la bellezza. A costoro Gesù raccomanda sostanzialmente una cosa: quello che conta non è la vana contemplazione sia pure di una delle sette meraviglie del mondo, quanto piuttosto riflettere seriamente su che cosa comporta effettivamente vivere nell’attesa della beata speranza. Questo è un punto essenziale non solo dell’insegnamento di Paolo, ma di Gesù stesso e perciò della rivelazione cristiana.

Ma i presenti incalzano per sapere da Gesù il quando e il come accadranno le ultime cose. E Gesù di nuovo si fa carico di disingannare costoro: «Badate di non lasciarvi ingannare». Ma dove sta l’inganno al quale allude Gesù? Certamente nella presenza e nella predicazione di alcuni falsi profeti che sono preoccupati di lanciare e sostenere opinioni personali piuttosto che attenersi agli insegnamenti della rivelazione.

Inoltre, Gesù invita a considerare una cosa: prima della fine verranno tempi nei quali i cristiani, a motivo della fede che nutrono con gioia e professano con coraggio, dovranno rendere testimonianza dinanzi ai tribunali dei pagani. Saranno tempi difficilissimi nei quali i credenti si sentiranno chiamati a imitare il loro capo e maestro fino al martirio.

Gesù avverte che è necessario considerare non solo le ultime cose ma anche le penultime, cioè tutte le vicende terrene che, in modo diverso per ciascuno di noi, si succederanno nella nostra vita. Per sostenere la prova e soprattutto per rimanere fedeli – afferma Gesù – è assolutamente necessaria la virtù della perseveranza: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». Qui Gesù non parla di una salvezza provvisoria e passeggera ma della salvezza eterna.

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