Giuda il traditore

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Hanno fatto bene le EDB a pubblicare in un volumetto a sé stante un paragrafo seppellito in un bel volume dedicato da R. Vignolo ai personaggi del Quarto Vangelo (Glossa, Milano 2002, 2ª ed.) e ora ritoccato e in parte semplificato da citazioni in greco.

Giuda traditoreMaestro di esegesi storico-critica ma soprattutto di approccio narrativo ai testi evangelici, il docente della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale offre al lettore una splendida lettura esegetico-narrativo-teologica della tragica figura di Giuda l’Iscariota.

Nel primo capitolo del suo saggio (“La tradizione del Quarto Vangelo su Giuda Iscariota e le sue peculiarità”, pp. 7-24),Vignolo avverte sul fatto che Giuda non va né demonizzato, ma neppure interpretato gnosticamente o avvolto in un’esaltazione ingenua quale miccia che, col suo gesto, voleva far detonare la manifestazione messianica di Gesù (dando poco peso alla storicità dei testi, come hanno fatto alcuni autori italiani che vanno per la maggiore per le loro “inchieste” storiche sui vangeli…). Vignolo raccomanda di stare ai testi e di non fare eisegesi né di proporre ricostruzioni fantasiose sulla sua figura, sulle sue intenzioni e sulla sua fine, che vanno al di là di ciò che Giovanni dice (o che non vuole dire).

Giovanni avvolge la figura di Giuda con voluta reticenza per quanto riguarda la sua fine, perché lo sguardo sulla sua persona è gettato dal punto di vista non del suo peccato (prospettiva amartiologica) ma da quello di Gesù che accoglie liberamente e con amore il “dono” del calice fattogli dal Padre, costituito dalla sua passione (coscienza cristologica) (cf. Gv 18,11).

Giuda è al centro di tre gruppi (pp. 25-30): i “giudei” avversari acerrimi di Gesù, i discepoli che si ritirano al momento della crisi galilaica (Gv 6,66.67-70) e i Dodici, gruppo al quale appartiene ma dal quale si ritira in qualità di “traditore/consegnatore” di Gesù.

Sulla figura di Giuda l’evangelista esercita “Un accumulo di transfert” (pp. 31-48). Giovanni proietta su Giuda «la quintessenza di ogni funzione negativa e antagonista alla rivelazione» (p. 44). Ciò che nei sinottici è detto del tradimento di Pietro, vien trasferito su Giuda. Egli è il “figlio della perdizione”, non nel senso che egli è predestinazionisticamente condannato alla perdizione, ma – interpretando il sintagma come un sottogruppo specifico del “genitivo ebraico” – come un uomo totalmente qualificato dal mistero del male, dal diavolo che lo divide da Gesù. Sembra realizzare la figura dell’anticristo delineata in 2Ts 2,3-4.

Giuda è la figura apicale di un mondo anticristico, antiagapico, anticonviviale, antimessianico. La figura tipica del mondo che rifiuta Gesù. L’autore onnisciente del Vangelo di Giovanni ricorda il suo essere ladro e bugiardo (nel momento dell’unzione col nardo prezioso a Betania, Gv 12,1-11, cf. v. 6).

È però innegabile che egli elabori «un’accurata e sistematica sovradeterminazione negativa del nostro personaggio, da vagliarsi non tanto e soprattutto sotto un profilo storiografico, ma piuttosto paradigmatico» (p. 48).

Vignolo propone la traduzione di due versetti giovannei che è bene recepire (specialmente la seconda).

Gv 13,2 non andrebbe tradotto con «Avendo già il diavolo messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo…», ma, alla luce dell’uso AT del sintagma ballomai eis kardian/as inteso in senso riflessivo e in base ad una scelta alternativa di lezioni testuali – «Avendo già il diavolo in cuor suo deliberato che Giuda di Simone Iscariota lo tradisse…». Il diavolo delibera nel proprio cuore. Comunque resta un seduttore di Giuda.

Un altro passo è molto importante per non interpretare la sacra Scrittura come predestinazionistica in malum, il che non è possibile. Il progetto di Dio è sempre salvifico, mai in malum. 

Anticipando correttamente una frase parentetica, l’espressione di Gesù nella Grande pregheria (o Preghiera sacerdotale o Preghiera dell’Ora) Gv 17,12 non va tradotta secondo Vignolo con «Nessuno è andato perduto – tranne il figlio della perdizione – perché si adempisse la Scrittura», ma con «Nessuno di loro è andato, perché si compisse la Scrittura – tranne il figlio della perdizione». (Sulla stessa linea interpretativa, Vignolo suggerisce di adottare la traduzione di Gv 19,28 proposta da I. de La Potterie, eliminando la virgola: «Dopo questo, sapendo che ormai tutto era compiuto affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”». Gesù sa di aver compiuto tutto per adempiere la Scrittura. «Ho sete» non pare essere un’espressione che adempie in modo totalizzante l’intera Scrittura). La Scrittura attesta un piano salvifico di Dio che abbraccia tutti gli uomini. Qualcuno, nella sua libertà rispettata dal Padre, se ne può liberamente sottrarre – a livello storico – per volontà e colpa propria. Sul suo destino ultimo deciderà il Padre, non gli uomini.

La concezione esclusiva del Vangelo di Giovanni circa Giuda è quella di una consapevolezza cristologica (p. 22). Gesù conosce fin dall’inizio del suo ministero l’esistenza di un traditore fra i Dodici da lui scelti. Giovanni non vede le cose dal punto di vista di Giuda, ma solo da quello di Gesù. Nella nota 10 a p. 17 Vignolo ricorda come non ci sia «nessuna parola del traditore a Gesù, né alla cena […] né all’arresto […] ma nemmeno nessun “guai!” di Gesù al suo indirizzo […]. Sempre all’arresto di Gesù, il Vangelo di Giovanni omette il bacio di Giuda […], come pure la previa presa di contatto di Giuda con i capi in ordine a consegnar loro Gesù […]». Giovanni non accenna minimante ai particolari della fine di Giuda, descritta invece con tragici particolari da Mt 27,3-10 e da At 1,18-19.

Nel Vangelo di Giovanni si delinea chiaramente un campo di “Libertà a confronto” (pp. 49-60).

Gesù accetta liberamente e per amore il dono della passione che il Padre gli porge come un calice da bere (cioè una sorte finale dolorosa): [A Pietro nel Getsemani] «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato (edoto), non dovrò berlo?» (Gv 18,11). Giuda, in piena libertà – sedotta però dal mistero del maligno Divisore –, per motivi a noi sconosciuti tradisce e consegna Gesù: «Quello che vuoi fallo presto […]. Egli preso il boccone, subito uscì, ed era notte» (Gv 13,27.30). In lui c’era la notte, dopo il rifiuto della luce della rivelazione irradiata da Gesù.

«Chi mi ha consegnato a te [= Pilato] ha un peccato più grande», afferma Gesù riferendosi a Giuda (Gv 19,11). Ma Giuda, a sua volta, è abbracciato insieme a tutti gli uomini da un amore e da una volontà salvifica ancora più grande. Nella solenne cena di addio, Gesù lo onora di due gesti: quella della lavanda dei piedi – comune agli altri undici (cf. Gv 13,5) – e il dono del boccone riservato all’ospite d’onore (cf. Gv 13,25-29). Con quel boccone di Gesù in corpo, segno dell’amore salvifico totale di Gesù per lui, Giuda esce nella notte (13,30).

Giuda il traditoreIl Vangelo di Giovanni spinge a riflettere teologicamente su “La fine di Giuda” (pp. 61-74).

L’evangelista non fa cronaca ma teologia (a partire dalla storia, Augias!). Se Giuda “ha un peccato più grande”, il dono salvifico di Gesù è ancora più grande. Gesù dona la vita per salvare tutti gli uomini, nessuno escluso. Giuda è un “fuoriuscito” a questo disegno, ma solo al livello della storia.

Dal punto di vista del Padre, del Figlio l’Inviato e dello Spirito Santo che li lega nell’unica volontà di salvezza, noi dobbiamo pensare che anche Giuda è abbracciato dal mistero dell’amore salvifico divino e universale, guardato anche lui con occhi d’amore dal Crocifisso che, elevato da terra, attira tutti a sé (cf. Gv 12,32).

Una citazione per un bilancio conclusivo. «Rappresentante dei non credenti intolleranti della parola di Gesù, dei suoi nemici programmatici (i giudei), dello stesso diavolo (come lui bugiardo e omicida), anticipazione escatologica dell’Anticristo, “doppio” perfettamente antitetico alle figure discepolari di Maria di Betania e del discepolo amato, Giuda Iscariota permane – secondo Giovanni – come termine cristologico estremo dell’amore fino alla fine (13,1) e del limite invalicabile del comandamento dell’amore (13,34; 15,12), da cui non è stato istruito, pur restandone come nessuno originariamente incluso – dal momento che il “come io vi ho amato” lo coopta in quanto destinatario singolarissimo dell’amore eis telos (13,1)» (p. 73).

Figura tragica del rifiuto della luce, ma non per questo condannata ineluttabilmente (fin dall’inizio, e secondo le Scritture!) alla notte eterna.

C’è un amore «più grande».

N.B. a p. 16, rr 4-5 della nota, si ricordi che l’opera di R. Alan Culpepper è ora disponibile in traduzione italiana: Anatomia del Quarto Vangelo. Studio di critica narrativa (“Biblica” 9), Glossa, Milano 2016.

Roberto Vignolo, Giuda il traditore (Le ispiere s.n.), EDB, Bologna 2020, pp. 80, € 9,00, ISBN 978-88-10-56918-4.

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