Il Miracolo di Rut

di: Emanuele Curzel

mietitori

Rut è uno dei libro storici dell’Antico Testamento anche se – nella successione di tale serie – interrompe i grandi eventi narrandoci una apparentemente piccola vicenda familiare. Non di re e di profeti, non di vittorie e rovinose sconfitte, non di leggi e di infedeltà si tratta, infatti, ma di una donna straniera che è messa di fronte a una scelta: ammettere che la sua vita è terminata – non per sua colpa – nel fallimento e rassegnarsi a tornare, sconfitta, tra la propria gente, per cercare una via completamente diversa; oppure scegliere di sfidare il destino e prolungare nella sua esistenza un legame che la morte del marito sembrava avere reciso.

Rut è infatti la vedova straniera di un israelita. Non torna alla sua famiglia ma rimane con la suocera Noemi. Una serie di fortunate circostanze – ma nella storia sacra non bisognerebbe usare questa espressione – fanno sì che, mentre è impegnata nell’umile compito di spigolare per garantire a sé e alla suocera il sostentamento, conosca Booz, il proprietario delle terre. Noemi lo riconosce come suo parente, l’uomo che ha il diritto e il dovere di attuare la legge del levirato e reinserire Rut nella storia di una famiglia e di un popolo.

Spesso il libro di Rut viene letto come una storia di fedeltà alla legge di JHWH da parte di una donna “pagana”, magari per contrastare interpretazioni rigidamente etniche dell’appartenenza al popolo eletto (peraltro ben presenti all’interno dell’Antico Testamento, se pensiamo ad Esdra 9-10). Ma un altro e non secondario senso del libro lo si coglie nelle ultime righe, lì dove il lettore scopre che al termine di quell’improbabile serie di avvenimenti, in cui coraggio e casualità sembrano continuamente intrecciati, Rut dà alla luce Obed. «Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide» (Rut 4,17b).

Rut è dunque la bisnonna di Davide. Senza quel che è stato narrato nei quattro capitoli del libro – senza le scelte, senza le fatiche, senza i riconoscimenti e gli stratagemmi – nessun Davide sarebbe nato e nessun Davide avrebbe regnato su Israele. L’alleanza tra Dio e il suo popolo è passata anche attraverso di lei, che è dunque, inevitabilmente, anche tra gli antenati del Messia.

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In verità, ogni storia familiare contiene un qualche «libro di Rut». Il 24 novembre 1839 una contadina di Niederolang/Valdaora di Sotto, un paesino della val Pusteria in Sudtirolo, arrivò a Trento dopo aver percorso (a piedi?) 140 chilometri. Era incinta di sette mesi. Era venuta a Trento per partorire. Presso l’ex convento carmelitano delle Laste esisteva dal 1833 un ente statale chiamato «Triplice istituto»: serviva alle donne gravide che non volevano tenere i loro bambini, serviva ai bambini esposti che venivano dati in adozione ad altre famiglie, serviva alle ostetriche che lì imparavano il mestiere. Quella donna si chiamava Maria Obersteiner. Due mesi dopo, il 25 gennaio, diede alla luce un bambino cui fu dato il nome Giuseppe. L’8 febbraio Maria venne «dimessa» e tre giorni dopo il bambino fu affidato a una famiglia di Caldonazzo, in Valsugana.

Chi era quella donna, quale unione l’aveva portata a quella gravidanza, con quale animo aveva fatto quel lungo percorso per partorire e poi, qualche giorno dopo, abbandonare suo figlio? Ovviamente ciò non viene riferito nelle fonti amministrative del «Triplice istituto». Sappiamo però che Giuseppe Obersteiner – a differenza di tanti altri piccoli nati alle Laste nel corso del XIX secolo, frequentemente andati incontro a vite difficili e brevi – crebbe, si sposò ed ebbe due figlie, una delle quali divenne all’inizio del Novecento la moglie di Emanuele Curzel. Maria Obersteiner era la nonna del mio bisnonno. Se voi, nel XXI secolo, state leggendo queste righe, è anche perché quella donna ebbe quel figlio e scelse in quel modo di dargli un futuro.

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Watchmen è un graphic novel di Alan Moore di cui ho già parlato su Settimana News. Mi permetto di tornare a citarlo per fare riferimento a un episodio che, nell’ampio e complesso romanzo ucronico, coinvolge due personaggi: il Dottor Manhattan – l’uomo che in seguito a un incidente avvenuto in un laboratorio di ricerca ha acquisito una capacità smisurata di comprendere e modificare la realtà – e Laurie Juspeczyk – la donna che cerca di rimanergli accanto nonostante Manhattan ostenti indifferenza rispetto alle vicende umane, preferendo invece soffermarsi sulla contemplazione dei fenomeni fisici e chimici. Per realizzare il mostruoso complotto che costituisce l’asse portante della complessa trama di Watchmen è necessario che questo «superuomo» venga definitivamente indotto ad allontanarsi dagli umani (e perfino dalla Terra).

Tale allontanamento viene impedito, in modo del tutto inatteso, dalla scoperta del nome del padre di Laurie (o, meglio, dal fatto che Laurie riesca a prendere coscienza di una verità che è per lei straziante). È questo a fargli cambiare idea. Questo il dialogo tra Dottor Mahnattan e la donna, posto al termine del nono capitolo.

«– Ho cambiato idea.

– Ma… perché?

– Per i miracoli termodinamici. Eventi talmente improbabili da essere praticamente impossibili, come la trasmutazione spontanea dell’ossigeno in oro. Quanto vorrei osservarla. Ma in ogni accoppiamento tra esseri umani mille milioni di spermatozoi competono per un ovulo. Moltiplica queste probabilità per innumerevoli generazioni, considerando le probabilità che i tuoi antenati siano vissuti, si siano incontrati, abbiano generato precisamente questo figlio o quella figlia, fino a quando tua madre ama un uomo che ha ogni motivo per odiare e da quell’unione, dalle migliaia di milioni di bambini che competono per la fecondazione, nasci tu e tu soltanto. Distillare una forma tanto specifica dal caos dell’improbabilità è come trasformare l’aria in oro. È questa l’improbabilità suprema. Il miracolo termodinamico.

– Ma se la mia nascita, se già quella è un miracolo termodinamico, allora si può dire lo stesso di tutti al mondo!

– Sì. Tutti al mondo. Ma il mondo è talmente gremito di persone che questi miracoli diventano ordinari e noi li dimentichiamo. Guardiamo il mondo ininterrottamente e nella nostra percezione quello appare monotono. Ma da un altro punto di vista toglie ancora il fiato».

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La realtà che conosciamo, i quasi otto miliardi di persone che abitano il pianeta non sono otto miliardi di esseri qualunque. Anche se la nostra limitata percezione ce li fa sembrare appiattiti in una massa uniforme – quasi che basti scriverne il numero per definirli – sono in realtà otto miliardi di miracoli, di esseri generatisi per una serie di circostanze del tutto improbabili, moltiplicando le quali per le generazioni esistite finora si può solo essere colti dalla vertigine. Vertigine che aumenta se non ci limitiamo alla storia umana ma consideriamo che ogni singolo essere vivente è il portato di un percorso che nasce alle origini della creazione, un percorso nel quale il c/Caso ha contato molto più della necessità. E i miracoli improbabili proseguono in ogni nuova vita: esito delle scelte e delle casualità precedenti, premessa delle improbabilità successive.

Di fronte a tutto ciò si potrebbe sorridere (se non si dovesse inorridire) di fronte a chi spreca parole ed energie sparlando di identità, quasi che esistesse davvero un qualche “deposito” biologico o culturale stabile, permanente e immodificabile che saremmo chiamati a difendere. Ognuno, invece, che lo voglia o no, dà solo il suo piccolo, spesso inconsapevole ma indispensabile contributo all’avventura della vita, che prosegue in modi e forme che, prese nella loro singolarità sono altamente improbabili: eppure esistono.

Dovremmo rileggere il libro di Rut (anche le ultime righe), raccontare ai nostri figli imprevedibili storie di famiglia, informarci su ciò che la scienza ha scoperto mettendoci di fronte all’evidenza che in tutto questo, di crudamente deterministico, non c’è davvero nulla. Potremmo allora sentirci schiacciati: sono davvero io, qui e ora, a fare da anello di congiunzione tra il passato e il futuro; il principio non è dipeso da me ma la fine invece sì, dipenderà anche da me; le mie azioni sono inserite nel percorso dell’esistenza in modo irreversibile e determineranno il futuro senza che io possa fare nulla per sottrarmi alla responsabilità di fare delle scelte.

D’altronde – e ciò, in qualche modo, mi evita di rimanere soffocato da questa consapevolezza – non è detto che ciò che costruirà davvero il futuro coincida con ciò che oggi è oggetto del mio affanno. Giunto al termine della vita potrei essere costretto ad ammettere che molto maggiore importanza avrà avuto un altro gesto e un’altra scelta, compiuti nel kairos che giunge improvviso (Mt 25,37: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto…?»). Raccogliendo le spighe avanzate dopo la mietitura, accettando di essere madri, riconoscendo di essere figli.

Pubblicato su Il Margine, 7/2018

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