2. L’autorità dello schiavo

di: Massimo Nardello

Massimo NardelloDon Massimo Nardello è un presbitero dell’Arcidiocesi di Modena – Nonantola. È docente stabile straordinario presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia (dal 1991), docente a tempo pieno presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia (dal 1992) e docente incaricato annuale presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna in Bologna (dal 2004). È membro del Consiglio di presidenza dell’Associazione Teologica Italiana. È stato senior fellow presso il Martin Marty Center della Divinity School dell’Università di Chicago per l’anno accademico 2016-2017. Il suo campo di ricerca riguarda prevalentemente l’ecclesiologia e la teologia del processo. Cura la rubrica «Viaggio nel vocabolario di papa Francesco» per il settimanale diocesano di Modena Nostro tempo.

Tra le caratteristiche più marcate del pontificato di Papa Francesco che creano perplessità in alcuni settori del mondo cattolico vi è il suo stile umile e semplice. Nella scelta dei paramenti e nella struttura delle sue liturgie, nella scelta dell’abitazione, nel suo modo di porsi nei confronti delle folle egli sembra assumere uno stile eccessivamente dimesso che a qualcuno non pare idoneo a rappresentare il prestigio dell’istituzione che rappresenta.

A mio giudizio, la ragione di questo suo comportamento può essere compresa a partire dalle parole che Gesù rivolge agli Apostoli nel contesto dell’ultima cena: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.” (Lc 22, 25-27).

Purtroppo noi cristiani abbiamo edulcorato la categoria del servizio riducendola al semplice rendersi utile per altre persone, non cercando il proprio interesse. In realtà, nel NT e in generale nel mondo antico la nozione di servizio era associata alla figura dello schiavo, un uomo o una donna che svolgeva i lavori più umili senza alcun diritto, senza nessun riconoscimento e senza poter avanzare alcuna pretesa. Dunque le parole di Gesù rivolte ai Dodici, e quindi a coloro che hanno un ruolo di autorità nella Chiesa, sono paradossali. Egli chiede loro di esercitare un potere con lo stile dello schiavo, che di potere non ne ha affatto, anzi che è solamente soggetto a quello del suo padrone. Questa richiesta comporta di mettere insieme due stili, quello dell’autorità e quello del servo, che di per sé sono contrapposti ed inconciliabili. La ragione è che Gesù ha vissuto in questo modo la missione ricevuta dal Padre a nostro vantaggio.

Evidentemente, come per ogni pagina del Vangelo, la capacità di capire questo insegnamento del Signore e di metterlo in pratica è un puro dono della sua grazia. Forse, però, ogni credente rivestito di una qualche responsabilità nella Chiesa, per aiutarsi a corrispondere a questa richiesta, deve cercare di aiutarsi a comporre l’autorità che gli è affidata con lo stile dello schiavo. Ora, una vita umile ed essenziale e un modo semplice di porsi nei confronti delle altre persone, come è quello di papa Francesco, rappresenta un supporto formidabile per un pastore finalizzato ad esercitare la sua autorità con lo stile di Gesù, e un segnale importante per la sua comunità, che ha diritto di riconoscere nel suo modo di porsi quello di Gesù.

Ovviamente tutto questo è solo un supporto. La capacità di vivere la logica del servizio va verificata in alcuni atteggiamenti ben precisi, in assenza dei quali qualsiasi essenzialità non significherebbe più nulla. Ne vorrei suggerire due.

Un primo stile è quello del restare al proprio posto, anche in comunità cristiane che si sentono distanti dalla propria sensibilità spirituale o addirittura lontane dalla logica evangelica. In effetti, sembra prendere sempre più piede oggi, anche tra i ministri ordinati, la convinzione secondo cui quando si sperimenta l’incoerenza del contesto ecclesiale in cui si vive con il Vangelo si ha il diritto e il dovere di prenderne le distanze, di svalutarlo sdegnosamente, e di dar vita a percorsi alternativi in cui, almeno nelle intenzioni, si prende sul serio l’identità cristiana. A quel punto si mantengono rapporti formali con il contesto più istituzionale, ma in fondo si vive il proprio percorso al di fuori di esso. È questo lo stile che porta a dire: “o mi fate lavorare in un contesto veramente evangelico in cui possa servire fruttuosamente e a modo mio, oppure vado via”.

A quel punto è proprio meglio andare via. Se Gesù chiama i suoi ministri ad esercitare il loro compito con lo stile degli schiavi, cioè con quello che ha vissuto lui, questo toglie di mezzo qualsiasi possibilità di accampare diritti di lavorare in un contesto ottimale. Questo non vuol dire, ovviamente, ignorare la propria umanità, ovvero i propri doni e propensioni, né non prendere sul serio quei gridi di dolore che talora silenziosamente emergono dal profondo del cuore. Da questo punto di vista, la condizione degli schiavi non va affatto replicata, perché lo stesso Gesù non lo ha fatto. L’umano che ci costituisce va sempre preso molto sul serio.

Non per questo, però, si può assumere il servizio ecclesiale a condizione di svolgerlo in contesti ottimali che collimino perfettamente con le proprie attese. Il Signore è rimasto con i suoi discepoli anche quando non capivano nulla delle sue parole, senza dire al Padre che non avrebbe potuto lavorare in quelle condizioni, e che dunque si sarebbe creato un altro gruppo migliore di quello che lui gli aveva dato…

Un secondo stile che affligge coloro che guardano con disprezzo i contesti ecclesiali da cui sono lontani per la loro sensibilità, soprattutto quando raggiungono un qualche potere, è quello dell’asfaltare il dissenso. È caratteristico di chi pensa di avere capito la logica evangelica, magari perché fattosi discepolo di maestri prestigiosi ed esclusivi, e ritiene che la Chiesa vada plasmata a forza secondo il suo modo di vedere: con il potere, se lo ha, o con la resistenza passiva se si trova tra coloro che dovrebbero obbedire. L’uniformità, la fatica della ricerca della comunione e la sinodalità vengono tolte di mezzo in nome di un esercizio dell’autorità che non ha più nulla a che vedere con la logica del servizio. Se in tempi brevi questo stile può portare ad apparenti benefici, perché dà l’impressione di costituire comunità o gruppi compatti – peraltro, anche nel comune disprezzo per “gli altri” –, alla lunga ha solo effetti gravemente distruttivi.

Vivere l’autorità come servizio, dunque, non significa solamente avere uno stile umile e dimesso. Vuole anche dire saper stare al proprio posto quando sembra che il proprio ministero non sia fruttuoso, o laddove il contesto ecclesiale in cui si opera non pare realmente evangelico. Comporta parimenti di rinunciare ad “asfaltare” il dissenso per accettare, con la pazienza illimitata di uno schiavo, che il cammino della Chiesa sia molto più lento e complesso di quello che si vorrebbe.

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