400 anni fa i primi schiavi in nord America

di: Antonio Dall'Osto (a cura)

Nell’agosto del 1619 una nave inglese gettò le ancore presso le coste della Virginia con a bordo 20 schiavi africani. Sono trascorsi da allora 400 anni e questa data è ricordata come l’inizio dell’epoca della schiavitù nel nord America.

Benché gli storici discutano sul giorno preciso dell’arrivo dei primi schiavi, sul lungomare della cittadina balneare della Virginia, Hampton, un tempo conosciuta come Point Comfort, si trova una targa commemorativa in cui si legge: «I primi africani documentati in Virginia giunsero qui nell’agosto 1619, sul White Lion, un corsaro inglese con sede in Olanda».

A onor del vero, bisogna rilevare che già molto prima, nel 1502, c’erano degli indigeni ridotti in schiavitù nelle colonie spagnole e portoghesi. I conquistadores spagnoli avevano infatti già portato degli schiavi africani nell’isola caraibica di Hispaniola (oggi condivisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana). Nel 1526 una spedizione spagnola ne aveva portati altri dall’Africa nell’attuale Carolina del sud, quindi quasi un secolo prima dell’arrivo dei primi schiavi in Virginia, attualmente ritenuta la data d’inizio della schiavitù in America.

Durante questo mese di agosto è stata programmata una serie di eventi per ricordare l’anniversario, tra cui cerimonie, conferenze, concerti, suono delle campane e il Butterfly-Release (rilascio di farfalle), rito beneaugurante legato alla forte simbologia che le farfalle esprimono: trasformazione, novità, naturalezza, e alle emozioni indimenticabili che il loro volo spettacolare suscita in chi le osserva. Il rilascio delle farfalle trova il suo momento ideale soprattutto durante eventi come inaugurazioni, cerimonie in genere, battesimi, compleanni, matrimoni.

Tutto questo avviene in un momento in cui negli Stati Uniti il razzismo e il nazionalismo, fomentato soprattutto dal governo di Donald Trump, stanno crescendo.

L’atteggiamento della Chiesa cattolica

Nel secolo 21° – sottolineava Christiane Laudage (KNA) il 20 agosto scorso – la Chiesa cattolica degli Stati Uniti ha intrapreso la lotta contro gli abusi sui bambini e sugli adolescenti. Altrettanto importante è oggi per i vescovi intraprendere la lotta contro il razzismo, senza dimenticare che in passato sacerdoti, vescovi e comunità religiose possedevano degli schiavi e furono anche coinvolti nel loro traffico.

Dopo l’arrivo, 400 anni or sono, dei primi schiavi nel nord America, questi furono acquistati e sfruttati anche dai cattolici. Ci furono dei genitori che donarono schiavi alle loro giovani figlie che poi li portarono con sé al monastero come “dote”. Anche Louis William DuBourg (1766-1833), vescovo di St. Louis, ne possedeva alcuni e forniva schiavi ai vincenziani del Missouri.

In questi ultimi anni le ricerche storiche hanno rivelato nuovi dettagli. Per esempio, il New York Times, nel 2016, scrisse che la celebre università dei gesuiti di Georgetown, nel 1838, dovette la sua sopravvivenza alla vendita di 272 schiavi – donne, uomini e bambini – organizzata da due gesuiti, e dal preside della scuola. Con il ricavo, corrispondente a oltre 3,3 milioni di dollari USA di oggi, furono estinti i debiti che l’università aveva accumulato. Nel frattempo, anche altre università di prestigio del paese, come Harvard o Princeton, hanno ammesso di avere posseduto degli schiavi e di avere avviato ricerche attraverso canali istituzionali.

Le generazioni che seguirono – prosegue Christiane Laudage – sono venute a conoscenza dell’esistenza di un debito e hanno chiesto un risarcimento. Nell’aprile di quest’anno, gli studenti della Georgetown hanno votato per introdurre una tassa addizionale. Il denaro è destinato alla creazione di un fondo come riparazione della vendita dei 272 schiavi. Lo scopo è di sostenere le comunità svantaggiate in cui vivono i discendenti degli schiavi venduti.

Ma quanto la schiavitù fosse profondamente radicata nella società lo dimostra anche il fatto che dieci dei primi dodici presidenti americani possedessero degli schiavi. Perfino James Monroe, che era particolarmente contrario alla schiavitù, ha posseduto durante la sua vita 250 schiavi.

Questa incoerenza si riscontrò anche tra i vescovi cattolici e nella loro reazione al “breve” In supremo apostolatus di Gregorio XVI del 3 dicembre 1839 ai partecipanti al IV Sinodo provinciale di Baltimora. Il papa definiva il commercio degli schiavi un crimine e minacciava le più severe punizioni a coloro che avessero continuato a praticarlo. Ma i vescovi degli Stati Uniti attribuirono il divieto non a se stessi, ma alla situazione degli altri paesi.

Un sogno ancora incompiuto

Un’ulteriore incoerenza: nel 1862 fu proclamata l’abolizione della schiavitù negli stati del Sud. Dopo la guerra civile che ne seguì fino al 1865, gli schiavi divennero uomini liberi. Ma per lungo tempo non furono riconosciuti anche nella Chiesa come persone con parità di diritti. Tant’è vero che solo 1920 fu creato un seminario per giovani di origini afroamericane.

Un cambiamento avvenne nella Chiesa degli Stati Uniti soltanto con il consolidarsi del movimento per i diritti civili, dopo il 1950. Solo nel 1958, la conferenza episcopale per la prima volta prese una chiara posizione condannando il razzismo. Nel 1979, seguì il documento episcopale I nostri fratelli e nostre sorelle e soltanto pochi mesi fa è stato emanato l’importante documento Open wide our hearts (Allarghiamo i nostri cuori).

Tuttavia, il numero dei vescovi di origine afro-americana fino ad oggi è ancora inferiore alle due cifre. Per questo è stato significativo che papa Francesco, il 4 aprile scorso – 51° anniversario dell’assassinio di Martin Luther King – abbia nominato arcivescovo di Washington DC Wilton Gregory, mettendo a capo dell’importante arcidiocesi della capitale, per la prima volta, un afroamericano. La sede era rimasta vacante dall’ottobre dello scorso anno dopo il ritiro del card. Donald Wuerl.

La schiavitù fu abolita ufficialmente il 31 gennaio 1865. Ma non si può dire che il veleno che ha inoculato nella cultura americana sia stato del tutto eliminato. Anzi, osservando ciò che sta accadendo in questi ultimi tempi si ha la netta impressione che il razzismo sia un fenomeno in crescita (non solo negli Stati Uniti), che continua a inquinare la pacifica convivenza tra le varie fasce della popolazione e ora si è rivolto anche contro gli ispanici.

Sono trascorsi poco più di 51 anni dall’assassinio di Martin Luther King jr (aprile 1968), ma i suoi vibranti messaggi continuano ad essere una voce nel deserto. Nel famoso discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963 aveva detto: «Io ho un sogno (I have a dream), che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!».

Questo sogno, purtroppo, non si è ancora avverato. C’è da augurarsi che la commemorazione di 400 anni della schiavitù negli Stati Uniti costituisca un’opportunità per riflettere più a fondo su questo lungo drammatico evento che rappresenta senza dubbio uno dei peccati più gravi della storia dell’umanità. Le sue ombre non si sono ancora del tutto dissipate e continuano a proiettarsi sulla nostra storia contemporanea. Per la Chiesa l’anniversario può essere l’occasione per recitare il suo mea culpa per quello che la riguarda.

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