Chiesa russa e rivoluzione del 1917

di: Antonio Dall'Osto

In occasione del centenario della rivoluzione russa dell’ottobre 1917, i media hanno dato ampio spazio a questo avvenimento che ha segnato la storia mondiale del secolo XX.

Il metropolita Ilarion Alfejev

Ma che cosa ne pensa la chiesa russa? Ha parlato di questo il metropolita Ilarion (Alfejev), responsabile degli affari esteri del Patriarcato di Mosca, in un’intervista alla TV “Rossija 24”), il 13 novembre scorso. «La Chiesa – ha detto – ha espresso il suo giudizio quando, nell’anno 2000, ha canonizzato più di 1.000 nuovi martiri e altri 17 nel corso degli ultimi 17 anni». Erano semplici fedeli, monaci e monache, preti e vescovi che sono stati uccisi dalla polizia segreta sovietica. Si è trattato di uno dei più tragici eventi della storia russa. È stata una storia che oggi viene giudicata sotto diversi punti di vista «sia per quanto si riferisce agli avvenimenti rivoluzionari, sia anche in relazione agli sviluppi successivi»

La Chiesa tuttavia – ha sottolineato Ilarion – ha detto chiaramente chi furono le vittime e chi i loro autori. Quando il potere degli uomini si volge volutamente e apertamente contro Dio, significa che esso non viene da Dio e che gli uomini che lo servono non compiono la volontà di Dio.

Ilarion ha ricordato anche che la Russia, prima dei rivolgimenti rivoluzionari, disponeva di un grande potenziale di sviluppo e aveva intrapreso un “cammino di riforme”. Ha citato in particolare la straordinaria trasformazione economica del Paese anteriormente alla prima guerra mondiale nel segno delle riforme promosse dai politici Sergej J. Witte e Pjott A. Stolypin.

Il metropolita ha affermato anche che molte misure, attribuite poi al conto-avere di Lenin, erano già state programmate nei loro dettagli, come, per esempio, l’elettrificazione del Paese. E ha aggiunto che, se la Russia si fosse sviluppate “in maniera “evoluzionaria”, e non “rivoluzionaria” avrebbe conseguito molti maggiori traguardi.

In linea di massima – ha sottolineato – i problemi dello sviluppo economico e sociale devono essere attuati attraverso cambiamenti riformatori e non con le rivoluzioni. Anche oggi ci si deve chiedere che senso ha «mettere in crisi l’autorità, favorendo gente che, con l’aiuto del denaro straniero, compie rivoluzioni per giungere al potere; gente che promette a tutti la felicità, ma che in realtà opprime i popoli, come hanno fatto i bolscevichi».

Alexander Scipkov

Pochi giorni dopo l’intervista di Ilarion, in maniera diversa si è pronunciato il vicepresidente del settore per i rapporti con la Chiesa, la società e i mezzi di comunicazione sociale, Alexander Scipkov. In una conferenza presso la biblioteca di letteratura straniera a Mosca, ha affermato che l’Unione Sovietica ha attuato le promesse dei loro fondatori di realizzare la giustizia sociale. Prima della fine dell’era sovietica era stato costruito uno “stato sociale” anche se «non perfetto ma distorto». Scipkov ha citato, tra l’altro, l’istruzione gratuita, l’accesso anch’esso gratuito all’assistenza sanitaria e la giustizia sociale. Attraverso un “duro lavoro”, anche se con versamento di sangue, sofferenze, povertà e fame si era riusciti a costruire uno Stato sociale.

Il paradosso è che è collassato subito dopo essere stato realizzato. Come primo fattore del crollo Scipkov ha indicato «la negazione sistematica, durata decenni, della tradizione quale componente importante dell’identità russa».

Riguardo al controverso problema della sepoltura di Lenin, Scipkov ha affermato che l’attuale situazione riguardante la salma imbalsamata nel mausoleo della Piazza Rossa, dal punto di vista “umano, cristiano e politico”, è un fatto negativo. Si è detto favorevole alla sepoltura della salma, anche se, a suo parere, è opportuno prevedere una moratoria da cinque a dieci anni per non dover aprire nuove tombe.

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