Dignità della donna

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dignità donna

© Francesca Cavalli

Ha colpito tutti, nella prima omelia di papa Francesco in questo nuovo anno 2020, – incentrata sul tema della dignità della donna –, la forza e la concretezza con cui il pontefice ne ha parlato. Assai meno frequente è stata un’analisi più attenta e approfondita di ciò che distingue questo messaggio dai tanti, apparentemente simili, che oggi si incontrano quotidianamente sui mezzi di comunicazione, e lo salva dalla retorica.

La maternità di Maria non riguarda solo il cielo, ma la terra

Una prima differenza sta nello spessore teologico che ha caratterizzato la riflessione del papa. Il 1 gennaio per la Chiesa è la solennità di Maria Madre di Dio. Ma questo mistero, nel discorso di Francesco, non rimane un teorema celeste, perché ha un preciso riscontro terrestre: «Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna. Da lei [Maria], donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna». La figura della Madonna diventa, in questa prospettiva, una chiave di interpretazione per la nostra storia, che deve puntare sulla dimensione femminile per recuperare la sua valenza umana.

In un tempo come il nostro, poco abituato a guardare i particolari nell’orizzonte del loro senso ultimo, sono parole difficili da capire. Ma esse riscattano la questione femminile dalla banale logica di una rivendicazione para-sindacale e danno ad essa uno sfondo che le rende il suo pieno significato.

Perché nella generazione del Cristo, Verbo di Dio, da una povera ragazza ebrea, si è realizzato il compimento della storia non solo dell’uomo, ma anche del cosmo. E alla luce di questo assume tutto il suo significato che la nascita di Eva sia stata l’ultimo atto della grande vicenda narrata nella Genesi: «La donna» – ha fatto notare il papa, «giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Infatti racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto».

Le ricadute concrete della visione teologica

Non si tratta di un’evasione dalla realtà effettiva di ogni giorno, ma di una sua rilettura, carica di conseguenze, che la valorizza pienamente: «È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. E solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa “vedere dentro”».

È un appello al rispetto della dignità della vita e alla interiorità che la rende pienamente umana, oggi sa così spesso dimenticata. Ma è anche un riferimento inequivocabile a una realtà sociale che ha sostituito il primato della produzione («produrre cose») a quello della cura dell’esistente («prendere a cuore le cose che ci sono»). Il problema ecologico nasce precisamente da questo equivoco drammatico.

Un femminismo che mette in discussione il sistema

E qui emerge la seconda differenza del femminismo di papa Francesco da quello oggi “di moda”. Esso non si limita a rivendicare i diritti delle donne, ma implica una forte critica a tutto l’assetto culturale ed economico della società e individua in questo assetto la radice della violazione di questi diritti.

Certo, nella sua omelia il pontefice denunzia con grande energia la violenza nei confronti delle donne, partendo dallo sfondo teologico che ne evidenzia la tragicità, ma al tempo stesso riferendosi ai concreti fenomeni sociali in cui essa si manifesta: «Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna».

Si noti, però, che la denunzia del papa non riguarda solo gli stupri e i femminicidi, di cui giustamente molto si parla, ma anche la prostituzione e l’aborto – che la nostra società spesso considera invece una espressione della libertà delle donne –, evidenziando il pesantissimo condizionamento sociale che rende in realtà queste “scelte” assai meno libere di quanto di pretenda.

Già qui comincia ad affiorare un importante spostamento del focus, dalle prevaricazioni maschili – che ci sono – a quelle che vengono da una cultura e da un contesto socio-culturale diffusi e spesso sostenuti e alimentati anche da chi condanna le prime.

L’importanza del corpo

In questo attacco al “sistema” Francesco ha dedicato una particolare attenzione agli abusi che colpiscono il corpo femminile. Per farlo è partito, ancora una volta, dalla prospettiva teologica, che, centrata com’è sulla “maternità” di Maria, è intrisa di rifermenti alla corporeità concreta: il corpo femminile «va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!». «Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità».

E quale sia il livello di umanità della società consumistica in cui viviamo immersi lo abbiamo sotto gli occhi: «Quante volte», ha detto il papa, «il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare». Il corpo della donna, ha sottolineato, «va liberato dal consumismo».

Il femminismo, in questa prospettiva, viene riscattato dal rischio di rimanere la rivendicazione, da parte delle donne, di condividere a pieno titolo i vantaggi della condizione degli uomini, così com’è nella logica del neocapitalismo imperante, e diventa un femminismo che implica una critica radicale a questa logica, evidenziando che proprio in essa stanno le radici del disagio femminile – come, in altre modalità, di quello maschile.

“Prima le donne”, non “prima gli italiani”

Ne consegue, fra l’altro, che questo discorso non può essere circoscritto ai diritti “delle italiane”, ma riguarda ogni donna: «Ci sono madri che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».

Qui la polemica non è contro i maschi, ma contro tutte le persone – donne comprese – che «hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».

E l’amore – papa Francesco l’ha più volte ribadito di fronte a chi continua a distorcere il suo messaggio – non è cieco e indiscriminato “buonismo”, ma responsabilità. Di questa responsabilità la “cultura dei diritti”, in cui spesso il femminismo corrente confluisce, rischia di farci perdere il senso, identificandosi con una prospettiva individualista che esalta i diritti senza i doveri – verso le persone, verso la giustizia, verso il bene comune.

Così inteso, però, il femminismo finisce per muoversi all’interno di un falso ordine precostituito, invece di contestarlo alla radice. Una cultura dell’amore non si limita ad auspicare che le donne diventino libere come oggi lo sono già gli uomini, ma propone un modello diverso di libertà che sia anche reciproca responsabilità.

Francesco contro il maschilismo della Chiesa

Si potrà obiettare che, mentre la Chiesa predica bene, di fatto razzola molto male, restando spesso, nella sua mentalità e nei suoi stili interni, fortemente maschilista. Non è necessario essere laicisti per considerare questa critica più che fondata. Lo testimonia il fatto che proprio papa Francesco l’ha condivisa, cercando – con esiti alterni – di vincere le innumerevoli resistenze che si oppongono a una reale trasformazione.

Nel marzo 2018, in una lettera, ha scritto: «Mi preoccupa il persistere nelle società di una certa mentalità maschilista, mi preoccupa che nella stessa Chiesa il servizio a cui ciascuno è chiamato, per le donne, si trasformi a volte in servitù».

In particolare il papa ha avuto il coraggio di affrontare il tema delicatissimo del ruolo delle suore, a volte adibite a compiti di mera manovalanza all’interno di case di ritiri o di centri di spiritualità, oppure negli episcopi, al servizio di vescovi e cardinali.

Con l’immediatezza che lo caratterizza, nel maggio 2016, parlando all’Unione Internazionale Superiore Generali, ha chiesto loro di avere il coraggio di dire “no” quando viene chiesta «una cosa che è più di servitù che di servizio». «Quando si vuole che una consacrata faccia un lavoro di servitù» – aveva insistito con forza – «si svaluta la vita e la dignità di quella donna. La sua vocazione è il servizio: servizio alla Chiesa, ovunque sia. Ma non servitù!».

Non è un punto d’arrivo, certo, ma è una dimostrazione della coerenza e della serietà con cui questo pontefice si rivolge oggi al mondo per avvertire che il cristianesimo, malgrado tutti i tentativi di imprigionarlo negli schemi della conservazione, è rivoluzionario.

Giuseppe Savagnone è direttore dell’Ufficio per la pastorale della cultura dell’arcidiocesi di Palermo. Pubblicato nella rubrica «I chiaroscuri» (su www.tuttavia.eu), il 3 gennaio 2020.

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