Emerite sconnessioni

di: Piotr Zygulski

benedetto xvi

«Il celibato dei preti è indispensabile», avrebbe scritto un cardinale assieme al papa emerito (R. Sarah – Benedetto XVI, Dal profondo del cuore, Fayard); bisognerebbe leggere per intero un testo ancora largamente inedito per capire questa provocazione. A meno che non ci troviamo di fronte a una schizofrenia, non oso immaginare che, soprattutto quello che dei due fu vescovo di Roma, possa sostenerla in senso proprio, cioè per essere preti sia indispensabile non essere sposati. Non regge né a livello biblico, né teologico, né canonico. Entrambi dovrebbero ben conoscere sia la realtà dei presbiteri cattolici sposati di rito orientale, sia quella dei presbiteri cattolici sposati in quanto ex anglicani rientrati nella chiesa di Roma in virtù del motu proprio Anglicanorum Coetibus promulgato dall’allora Benedetto XVI, successore di quel Pietro che fu sposato.

«Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa […] Troppo facile affermare che tutto ciò sarebbe solo la conseguenza di un disprezzo per la corporeità e la sessualità». Altrettanto personalmente direi che nessuno dice il contrario; il celibato dei preti nasceva per esigenze pratiche e pure economiche, tra le quali evitare l’ereditarietà del patrimonio, nondimeno si assumeva a modello la ricchezza spirituale del celibato nelle fraternità monastiche.

«Dalla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, che implica uno stato permanente di servizio a Dio, sorse spontaneamente l’impossibilità di un legame coniugale […] Si può dire che l’astinenza sessuale funzionale si è trasformata in astinenza ontologica»… oltre a confondere qui astinenza con la promessa di non sposarsi (celibato), questa dell’«astinenza ontologica» pare una curiosa fantasticheria. Poi però si apre uno sprazzo: «Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nei posti lontanissimi, penso alle isole del Pacifico, ma è qualcosa da pensare quando c’è necessità pastorale. Il pastore deve pensare ai fedeli».

Quindi per necessità pastorale «nei posti lontanissimi» (rispetto a cosa, rispetto a Roma? Quali sono i criteri di lontananza/vicinanza, se la Chiesa è universale?) sarebbe nondimeno possibile avere preti sposati, secondo il papa emerito. E allora c’è bisogno di fare tanto chiasso?

Le vocazioni si confermano, non si eludono

La Chiesa sinodalmente nei mesi scorsi ha aperto la possibilità all’autorità legittima dei vescovi di ordinare presbiteri uomini sposati che attualmente sono diaconi; deduco quindi che vada letta correttamente come un’indispensabilità escatologica e profetica: è indispensabile che nella Chiesa ci siano anche preti celibi, che mostrano uno stato di vita differente dagli sposati, proprio per preservare l’ecologia, la biodiversità, la multiformità delle esperienze ministeriali. Dovremmo preoccuparci se tutti i preti fossero sposati; sono d’accordissimo. Ma è cosa ben lontana, direi, dallo scenario attuale, nel quale non si è data neppure la possibilità ai preti di sposarsi, ma ai diaconi di ricevere l’ordine del presbiterato.

«Non sembra possibile raggiungere entrambe le vocazioni contemporaneamente», pare abbia invece scritto letteralmente. Cioè quindi chi oggi è un presbitero cattolico sposato non riuscirebbe a vivere entrambe le vocazioni? Il primo vescovo di Roma non vi sarebbe riuscito? È un riscontro ex post su alcune esperienze di vita fallimentari e/o una considerazione “ontologica”? E allora perché, anziché imporre il celibato a tutti presbiteri cattolici, l’allora pontefice ha mantenuto la possibilità di ordinare sposati nei riti orientali e in chi arrivava dal presbiterato/episcopato anglicano? Sono il “male minore” rispetto al vederli preti in una chiesa che ha nel suo clero anche donne e omosessuali praticanti dichiarati? Li considera di serie B, ministri solo funzionali e non “ontologicamente” preti? Sempre che si possa continuare a sostenere una teologia clericale della “diversità ontologica” del prete, quando un tempo si diceva “ontologica” per affermare semplicemente che non è di tipo gerarchico, di statura o di dignità.

Una valutazione compiuta sarà possibile solo dopo aver letto il testo completo. Talora le anticipazioni sembrano costruite come trappole utili alla polemica, mentre l’insieme delle riflessioni potrebbe alla fine rivelarsi non così lontano da alcune conclusioni del documento finale del sinodo dell’Amazzonia.

Allo stato attuale parlerei di sconnessione. E non solo dal cammino ecclesiale universale, ma proprio a livello teologico e argomentativo. Faccio fatica a credere che un teologo del calibro di Ratzinger, autore della Spe Salvi e della Caritas in Veritate, possa oggi aver detto simili cose; più plausibile che il “circolo magico” gli nasconda qualcosa e lo manipoli. È ingenuità o semplicità evangelica? La sua attuale condizione purtroppo non gli permetterà una risposta adeguata. Spero solamente sia altrettanto sconnesso dai giochi sporchi della frangia anti-Francesco. In questo caso, decisamente a suo onore.

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7 Commenti

  1. Piotr Zygulski 14 gennaio 2020
    • Angela 14 gennaio 2020
  2. Marco Ravalico 13 gennaio 2020
    • Piotr Zygulski 14 gennaio 2020
      • Marco Ravalico 15 gennaio 2020
  3. Vito Romaniello 13 gennaio 2020
  4. Fabio Dipalma 13 gennaio 2020

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