La Cina e il cattolicesimo futuro

di: Lorenzo Prezzi

papa cina

Modesto e decisivo: così si potrebbe definire l’accordo sulle nomine episcopali sottoscritto il 22 settembre a Pechino fra il sottosegretario per i rapporti della Santa Sede con gli stati, mons. A. Camilleri, e il viceministro degli affari esteri cinesi, Wang Chao. Sembrava imminente da mesi. Nel marzo scorso Settimananews riprendeva alcune voci diplomatiche: «È un buon accordo? Direi di no», «Un accordo necessario, ma non al meglio».

Non c’è alcun trionfalismo. Rimangono forti limitazioni alla libertà delle comunità cristiane. La verifica che verrà fatto ogni due anni dice ad un tempo grande fatica e determinazione. E tuttavia «decisivo» perché disciplina un punto centrale della vita ecclesiale e perché è il primo di molti altri passi possibili. L’importanza del gesto è sottolineata dalla lettera che papa Francesco che scritto ai cattolici cinesi e del mondo il 26 settembre.

Francesco Scisi l’ha definito storico sia per la Cina (nel suo rapporto tra politica e religione) sia per il dialogo fra Oriente e Occidente (per l’incontro delle due memorie maggiori: tre mila anni di impero cinese e due mila della presenza cristiana).

I piccoli passi

Esito di un lungo lavoro diplomatico che rimonta agli anni Settanta, al momento della prime aperture politiche di Deng Xiaoping. Nonostante gli intoppi e i blocchi (le ordinazioni episcopali illegittime nel 1981, la decisione restrittiva del Congresso del partito del 1982, il cosiddetto documento 19, la consacrazione di vescovi non riconosciuti nel 2000 e, ancora, nel 2010, i mille intoppi amministrativi e le vessazioni sulle comunità illegittime) i piccoli passi hanno continuato: si riaprono alcuni seminari negli anni Ottanta, nel 1981 Giovanni Paolo II saluta la Cina da Manila, si moltiplicano i contatti di preti e vescovi occidentali con quelli cinesi, molti vescovi «patriottici» chiedono a Roma il riconoscimento del loro servizio, il concerto a Roma nel 2008 della dell’orchestra filarmonica di Pechino fino all’intervista al papa su Asia Times nel febbraio del 2016. Nel maggio del 2007 papa Benedetto aveva scritto una importante lettera ai cattolici di Cina, chiudendo la stagione delle “catacombe”, invitando all’unità delle comunità e al dialogo con le autorità.

Il testo dell’accordo non è noto, ma le notizie che sono apparse nei mesi e anni precedenti permettono di intuire alcune conclusioni. Si prevederebbe la formulazione della terna dei candidati da parte dei vescovi e delle comunità locali, dove la presenza dell’Associazione patriottica è molto forte, anche se non dappertutto e comunque non priva di condizionamenti reali da parte delle comunità cristiane, anche «illegali». Il peso della politica è piuttosto evidente. Tuttavia la voce ultima è del papa che, nel caso di irricevibilità dei nomi, può rifiutare per una nuova terna.

Nell’insieme del corpo episcopale (un centinaio, divisi a metà fra «illegali» e «patriottici») l’accordo provvisorio significa il possibile e progressivo riconoscimento statale dei «clandestini» e il riconoscimento papale dei sette vescovi non ancora in comunione con Roma. Fra questo anche un paio che avevano trovato finora una forte resistenza in Vaticano per motivi molto seri. Due vescovi clandestini lascerebbero il passo a due «patriottici», pur rimanendo vescovi per incarichi di rilievo in diocesi. Si è decisa la formazione di una nuova diocesi, Chengde, per mons. Guo Jincai.

L’«interferenza» accettata

Il dato clamoroso è l’unità dell’episcopato, pur segnato da infinite ferite. Non succedeva dal 1958, anno delle prime ordinazioni illegittime. Ancora più rilevante se si guarda al futuro. Sono una quarantina le diocesi ancora scoperte e le eventuali nomine non condivise segnerebbero davvero uno scisma reale, finora evitato per la testimonianza eroica dei «clandestini», ma anche per una disponibilità di quasi tutti i vescovi «patriottici».

All’orizzonte c’è anche il ridisegno delle diocesi, il rinnovamento delle istituzioni di formazione sia per i seminaristi sia per i laici, un quadro più riconosciuto alla vita religiosa femminile e maschile, sia nella sua forma monastica che attiva. Compiti complessi che dovranno essere conquistati centimetro per centimetro, per uno spazio di libertà che si spera possa diventare sempre maggiore. Per questo era urgente arrivare a concludere un primo e provvisorio accordo.

Oltre all’unità dell’episcopato il secondo grande risultato è l’accettazione da parte del potere cinese dell’«interferenza» della Santa Sede. Non era mai successo. Il governo di Pechino controlla le cinque religioni riconosciute (buddhismo, taoismo, islam, protestantesimo, cattolicesimo) attraverso le associazioni patriottiche (con la triplice autonomia: autogoverno, automantenimento, autodiffusione). Tutte sono di fatto chiese e religioni nazionali, non così il cattolicesimo. Esso trova nell’accordo una prima ed evidente singolarità. Se a questo si aggiunge lo sfondo storico, l’incontro fra i ceppi più antichi della memoria occidentale (Roma) e orientale (Perchino), si possono comprendere alcune delle valutazioni più entusiastiche.

Non mancano certo le critiche. Una parte di «clandestini» non può dimenticare le sofferenze patite e la limpida testimonianza offerta. Un parte dei «patriottici» e dell’Associazione tollererà a fatica il riconosciuto peso di Roma. Fuori della Cina è nota l’opposizione del card. G. Zen, ex vescovo di Hong Kong, d’intesa con alcune fonti informative (come Asia News) e una parte rilevante della destra cattolica americana. La critica al regime comunista e la richiesta di libertà piena sarebbero condivisibili se non implodessero nell’immediata indicazione martiriale per i cattolici in Cina e nell’inavvertenza del pericolo scismatico della doppia gerarchia.

L’accordo sottoscritto non ha alcuna valenza politica, né di riconoscimento diplomatico, né di interesse di potere. È un gesto di governo pastorale in vista del futuro della comunità cattolica cinese. Come ha scritto papa Francesco: «Proprio al fine di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in Cina e di ricostruire la piena e visibile unità della Chiesa, era fondamentale affrontare in primo luogo la questione delle nomine episcopali». Il fenomeno della clandestinità, pur nobile, «non rientra nella normalità della vita della Chiesa». «Davanti al Signore e con serenità di giudizio, in continuità con l’orientamento dei miei immediati predecessori, ho deciso di concedere la riconciliazione ai rimanenti sette vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio e, avendo rimosso ogni relativa sanzione canonica, di riammetterli nella piena comunione ecclesiale». «In questo spirito e con le decisioni prese, possiamo dare inizio a un percorso inedito, che speriamo aiuterà a sanare le ferite del passato, a ristabilire la piena comunione di tutti i cattolici cinesi e ad aprire una fase di più fraterna collaborazione».

Protagonisti e interpreti

L’esplicita assunzione di responsabilità del papa impedirà il moltiplicarsi delle «spiegazioni» e «interpretazioni» che si sono verificate all’indomani della lettera di Benedetto XVI. Nell’intervista al ritorno del viaggio nei paesi baltici, il 26 settembre scorso, il papa ha in maniera inabituale citato ed elogiato i protagonisti del lungo e non concluso percorso.

«Questo è un processo di anni, un dialogo tra la Commissione vaticana e la Commissione cinese, per sistemare la nomina dei vescovi. L’équipe vaticana ha lavorato tanto. Vorrei fare alcuni nomi: mons. Celli, che con pazienza è andato, ha dialogato, è tornato … anni, anni! Poi, mons. Rota Graziosi, un umile curiale di 72 anni che voleva fare il prete in parrocchia ma è rimasto in curia per aiutare questo processo. E poi il segretario di stato, il cardinale Parolin, che è un uomo molto devoto, ma ha una speciale devozione alla lente: tutti i documenti li studia punto, virgola, accenti … E questo dà a me una sicurezza molto grande. E questa équipe, con queste qualità, è andata avanti», secondo «i tempi di Dio, che assomigliano al tempo cinese: lentamente».

Spesso gli oppositori al dialogo con il governo di Pechino, d’intesa con la parte più sprovveduta degli episcopati dell’Est Europa, hanno accusato i protagonisti di volere prolungare per la Cina la scelta, a loro avviso deleteria, dell’Ostpolitik vaticana degli anni ‘60-’80. Ignorando che, proprio quella scelta, aveva ampliato l’orizzonte del processo di Helsinki, ponendo le premesse per un cambio di regimi senza le prevedibili e gravissime violenze.

Ma per la Cina essa è semplicemente inapplicabile. Perché nell’impero d’oriente non esiste un consenso popolare ampio (i cattolici sono 15 milioni su un miliardo e 400 milioni di abitanti), né un radicamento storico profondo (a parte la presenza nestoriana dei primi secoli e l’evangelizzazione di Matteo Ricci, tutto si concentra dopo l’Ottocento). Non c’è neppure la condivisione culturale del valore dei diritti umani, sia singoli che collettivi. Non ci sono i sostegni delle «potenze occidentali» e i loro contributi economici.

È un’altra storia. Il potere debole e simbolico della Chiesa ha trovato una qualche udienza in uno dei «poteri forti» che si candidano all’egemonia mondiale. È il miracolo del Vangelo, che si spera fecondo.

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Un commento

  1. Nino 1 ottobre 2018

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