Laica quotidianità: spirituale e teologica

di: Giordano Cavallari (a cura)

Enzo Riccò, docente di religione a Mantova dal 1983, ha collaborato con la rivista Scuola e Didattica dal 1990 al 1996. È stato uno degli autori del libro Religione Cattolica (La Scuola, 1997).

Enzo, sul retro di copertina del tuo libro – Ho avuto paura, suggestioni evangeliche per aprirsi alla speranza, Àncora editrice 2019 – l’editore cattolico ti presenta come docente di religione, da ventisette anni insegnante allo Scientifico di Mantova. C’è in questa obiettività pure un po’ di difficoltà a presentare un laico che ha scritto un libro solitamente “da preti”?

In effetti inoltrarsi nel suolo della teologia e della spiritualità in particolare, per un laico, non è semplice. Il mio libro però non ha il vanto di essere un libro di teologia, né di spiritualità nel senso accademico del termine. È una riflessione su un elemento comune e diffuso dell’esperienza umana: la paura. La paura, come il dolore, è un alimento che fa parte della mensa della vita.

Intervista a Enzo RiccòLa mia analisi prende spunto da alcuni personaggi del Vangelo che hanno manifestato questo sentimento, tenta un’attualizzazione e, sempre facendo riferimento al testo biblico, prova a interrogarsi sul come può essere affrontato. Questo il senso del sottotitolo: Suggestioni evangeliche per aprirsi alla speranza. Non offro però soluzioni immediate, né miracolose. L’angoscia resta un problema umano nemico della fede.

Dopo aver scritto di didattica, aver collaborato per testi di religione nella scuola e, aggiungo io, dopo molto impegno di carattere pastorale nella tua Chiesa di Mantova, come ti è venuto di scrivere un libro di questo tipo? Di quale genere lo definisci e per quali lettori è pensato?

È un libro scritto per chi vuole riflettere sulla vita. Ogni opera creativa, a mio parere, parla esplicitamente o implicitamente dell’autore. Ho voluto affrontare il tema della paura perché, per esperienze familiari, l’ho respirata e, per intuizione emotiva, la percepisco e l’ho percepita negli altri. La paura è il primo sentimento citato nei Vangeli ed è riferita nel primo dialogo tra Adamo e Dio.

Sembra quasi che la Bibbia ci dica che conosce bene questo limite. Ma la cosa straordinaria, che ha mosso un po’ anche la mia riflessione, è che sempre, quando Dio o un suo inviato parla all’uomo, la prima cosa che dice è: «Non temere». Io dico anche nel libro che mi piace pensare che l’intera Bibbia si snodi attorno a tre frasi che si intrecciano:  il «dove sei?». Dove si trova l’uomo rispetto a Dio in questa porzione di giorni che gli è data da vivere. «Ho avuto paura» detto da Adamo, cioè il sentirsi nudi e inermi di fronte al mondo. E, infine, l’incoraggiamento e il sostegno di fronte al peso dell’esistenza: «non temere».

A me è parso un libro di lettura della vita reale attraverso alcune figure evangeliche: quindi un libro per tutti, più o meno cristiani e credenti. Per questo l’ho molto apprezzato. Hai voluto forse dire che la paura è molto presente nella nostra vita oggi? Come genitore, come educatore e come persona che sta nella Chiesa, avverti molta paura nell’intimo delle persone?

Ho messo come incipit del libro una frase di Bernanos che risponde a quest’ultima domanda: «Ogni vita umana è sotto il segno del desiderio e della paura; a meno che sia sotto il segno dell’amore». I desideri e le paure muovono gli uomini più di quanto possiamo immaginare. Sono delle leve personali, interiori, ma anche di massa, che possono avere una forza distruttiva e autodistruttiva.

Paure e desideri sono poi subdoli perché si nascondono spesso in risposte surrogate e atteggiamenti non espliciti. Nel libro, attraverso personaggi e situazioni, affronto sette paure. Giuda: il timore del fallimento; il giovane ricco: la paura di perdere sicurezze; il fratello del figlio prodigo: il timore di non essere amati; Pilato: la paura di perdere consenso e potere; Erodiade: la paura del giudizio; il vuoto attorno a Gesù durante la passione: la paura del futuro; la folla durante la crocifissione: la paura della morte e del morire.

In alcuni capitoli attraversi diversi ambienti umani con la chiave della paura, ma evidentemente nel verso del superamento e della speranza: l’ambiente familiare, quello educativo (della scuola), quello ecclesiale delle parrocchie. Per ciascuno di questi ambienti puoi riprendere qualche breve passo del libro, dalla paura verso la speranza?

Per ciascuna paura che ho analizzato il mio intento è stato, oltre che intuirne le origini, quello di vedere come trovava manifestazione nella vita di oggi. Negli ambienti che ovviamente conosco per frequentazione: la scuola e l’educazione in genere, il mondo giovanile, le esperienze familiari, la vita nella comunità ecclesiale, la formazione associativa. In modo riassuntivo, per tutti, posso dire che la caduta della speranza, generata dalla paura, porta a tre pericoli sui quali meditare.

Il primo è la difficoltà a educare. Infatti si costruisce unicamente sulla speranza di un cammino e sull’attesa di una evoluzione come cambiamento. La seconda è la difficoltà a creare legami. Il timore del futuro frena la disponibilità a creare dei legami cha abbiano l’impegno della continuità e il profumo dell’indissolubilità. Il terzo è la difficoltà a proporre dei modelli vocazionali, sia religiosi che laici. L’incertezza, la fragilità affettiva e una debole capacità di accettare le frustrazioni sono nemiche di una convinta e durevole scelta di vita.

Non trovi che ci sia qualcosa di evangelico, che dice della speranza in sé, in tutte le esperienze umane fatte di paura che hai incontrato?

La paura fa parte della condizione umana. Non dobbiamo vergognarcene. L’essere uomini comporta il fatto di provare emozioni e sentimenti: grandezza e limite dell’essere mossi non solo da istinti. L’uomo si pone una domanda di senso e cerca di dare una risposta orientativa.

Intervista a Enzo Riccò

È soggetto però a stimoli interiori che influenzano il pensiero e l’azione. Questa sensibilità trascina con sé quelle che io chiamo sorelle indesiderate: l’ansia, l’insicurezza, la paura. È una condizione di necessità e di debolezza, ma trova nei vangeli un orientamento di speranza: quello dell’affidamento a un Dio che ha provato, come vero uomo, la stessa condizione.

Più di una volta ho trovato riferimenti a don Primo Mazzolari. Evidentemente ne hai particolare conoscenza e stima. Cosa c’è in particolare nei suoi scritti che è venuto incontro ai tuoi temi? Puoi citare qualche libro di don Primo?

Io dico, con una battuta, che ho i miei «maestri di carta». Mons. Martini, Grün e soprattutto, don Primo. Persone che non posso incontrare perché morte o lontane, ma che mi parlano attraverso i loro libri. Apro un testo di Mazzolari, magari scritto più di cinquant’anni fa, e lui parla a me in questo momento, alla mia vita. Questo è il dono della profezia.

Riuscire ad essere attuali, innovativi e straordinariamente illuminanti attraverso il tempo. Questo è possibile solo se una persona è «ispirata». E intendo nel senso teologico del termine, non nel senso letterario. Mazzolari poi ha anche il dono della bellezza espressiva. Provate a leggere Tempo di credere, un libro scritto nel 1940. Una meditazione sui discepoli di Emmaus. Un testo di una straordinaria attualità. È stato censurato e ritirato, a pochi mesi dalla pubblicazione, non dall’autorità ecclesiastica, ma dal regime fascista, perché pericoloso. Questo per chi pensa che scrivere di spiritualità sia essere disincarnati dalla realtà.

Alla fine, nella conclusione aperta, dici esplicitamente che la paura, benché debba e possa essere superata, è molto umana ed è «pane della vita». Forse, aggiungo io, c’è più fede o fiducia elementare nella vita nel restare con paura piuttosto di fuggire con determinazione. Scriverai un altro libretto “laico” per dire meglio questo o altro?

La fuga e la negazione del problema sono le prime risposte alla paura. Del resto, per mostrarsi deboli e bisognosi di aiuto, serve vera umiltà. Non quella vantata da un pietismo di figura che è una forma mascherata di orgoglio. La paura accompagna tutti gli uomini e le donne citate dalla Bibbia. Anche lo stesso Cristo provò angoscia.

Dunque non chi fugge, chi esalta la sua fermezza o trova risposte surrogate, è un campione di fede, ma chi resta con fiducia e speranza nella vita, anche in situazioni di nebbiosa insicurezza. In riferimento alla prossima scrittura, sto cercando di riflettere su un tema che volutamente non ho trattato nel libro: la paura del “diverso”, dell’altro, di quello che identifichiamo come nemico. Mi sembra si stia delineando una cultura, purtroppo anche nella Chiesa, che definirei della contrapposizione, dove, anziché cercare punti di contatto o legami, si sottolineano le differenze alimentando un timore collettivo che parla più alla pancia della gente che al loro cuore.

Intervista a Enzo Riccò

Ci si unisce per essere contro e si è contro per sentirsi uniti. Ancora una volta mi sono lasciato, per così dire, sedurre da uno scritto di Mazzolari.  In realtà è una relazione che tenne a Padova nel 1950, sul tema dei forti contrasti di quel tempo. Commentando il famoso brano dei Fioretti di Francesco, don Primo dice che bisogna andare «incontro» al lupo. Pensiamoci: «incontro al lupo». Come sempre parole di fresca profezia.

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Un commento

  1. Giampaolo Centofanti 1 ottobre 2019

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