Pierbattista Pizzaballa: Cosa farò da patriarca

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intervista

Dal 24 ottobre 2020, Pierbattista Pizzaballa è il nuovo patriarca dei latini di Gerusalemme. La nomina è avvenuta dopo essere stato per quattro anni, dal 24 giugno 2016, amministratore apostolico del patriarcato latino e arcivescovo di Gerusalemme. Succede a Fouad Twal che aveva terminato il suo mandato nel 2015, per raggiunti limiti di età.

Patriarca dei latini di Gerusalemme

In qualità di amministratore apostolico, aveva ereditato un pesante debito, che cercò di estinguere, riuscendo solo a ridurlo del 60% con la vendita di alcuni terreni. Tra le altre cose, c’era da estinguere anche il grave debito relativo all’università americana di Madaba, in Giordania, voluta da Twal.

Il distretto ecclesiastico del suo patriarcato comprende Israele e i territori palestinesi, la Giordania e Cipro. Secondo i dati del Vaticano, i cattolici latini sono 321.500, distribuiti in 71 parrocchie.

Nel suo incarico, Pizzaballa è coadiuvato da un vice, chiamato vicario patriarcale, nel nord di Israele (Hanna Kildani), in Giordania (William Schomali), a Cipro (Jerzy Kraj), a Gerusalemme e Palestina (attualmente vacante), e da un vicario con sede a Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica (Rafic Nahra).

Pochi giorni prima della nomina a patriarca, parlando ai Cavalieri del Santo Sepolcro a Roma, ha descritto così il modo con cui egli vede attualmente la situazione ecclesiastica e politica in Medio Oriente. L’intera regione – ha affermato – è in stato di sconvolgimento, riferendosi in particolare alla situazione in Libano e Siria e alle interferenze del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il problema attualmente sta nel ritrovare fiducia e sicurezza, ma «finché non ci sarà una soluzione chiara e dignitosa alla questione palestinese, per il popolo palestinese non ci sarà stabilità in Medio Oriente». Purtroppo questo problema «da tempo non fa più parte dell’agenda internazionale».

A suo parere, la soluzione dei due stati è in definitiva l’unica prospettiva possibile. In considerazione dell’attuale situazione politica, tuttavia, questo rimane un obiettivo a lungo termine, poiché non c’è dialogo e nessuna fiducia tra israeliani e palestinesi. Ma il recupero della fiducia da entrambe le parti non è possibile dall’oggi al domani. Occorre un dialogo che non sia però solo fatto di parole, ma promosso sul territorio. Altrimenti, è solo uno slogan.

Il testo dell’intervista

Il 28 novembre scorso il patriarca Pizzaballa è stato intervistato per conto dell’agenzia cattolica tedesca KNA da Andrea Krogmann sulla situazione in Terra Santa, in particolare sul mutato equilibrio politico in Medio Oriente, l’impatto che ciò può avere sulla Chiesa e sulle conseguenze che potrebbero derivare dalla elezione del nuovo presidente americano, Joe Biden, e su altri problemi di attualità.

Riportiamo qui si seguito l’intervista.

– In autunno lei ha annunciato la fine del suo mandato come guida ad interim del Patriarcato di Gerusalemme. Le è dispiaciuto questo cambiamento?

La gente qui ha degli atteggiamenti diversi, e naturalmente io li ricevo solo filtrati. In generale, si può dire che si è rammaricata del possibile cambiamento. Indipendentemente dalla mia persona e da ciò che si possa pensare di me, ciò avrebbe significato un’interferenza nella stabilità.

– Adesso lei è ufficialmente patriarca. È stato difficile accettare questa nomina da parte di coloro che sono stati colpiti da dolorosi tagli finanziari durante il suo mandato di amministratore apostolico?

 Ci possono essere alcuni che non sono molto contenti di me. Tuttavia, è chiaro per chi ragiona che bisogna tener fede alle decisioni – una volta che sono state prese – e accettare le loro conseguenze.

 – Con lei, ancora una volta è uno straniero a diventare patriarca. La Chiesa locale non è abbastanza matura per scegliere propri responsabili?

Sarebbe troppo superficiale pensarlo. La Chiesa in Terra Santa oggi non è più quella di 40 anni fa. L’identità locale è dovuta al fatto che l’elemento arabo è evidente – indipendentemente dalla persona del vescovo. Inoltre, io vivo qui da 30 anni.

Non sono nativo di qui, ma nemmeno uno sconosciuto. Dopo tutto, la Chiesa di Gerusalemme ha una dimensione universale che fa parte della sua identità. Un vescovo non arabo non è un problema in questo contesto. Ovviamente ci sono dei critici, ma bisogna anche notare che si tratta di persone per lo più non religiose.

– Nell’era di Trump si è avuto un riavvicinamento diplomatico tra Israele e gli Stati Arabi. Joe Biden gli sta succedendo come presidente degli Stati Uniti. Quali sono le sue aspettative?

 La situazione non riguarderà direttamente la Chiesa. Quello che si può dire in questo momento è che l’equilibrio in Medio Oriente cambia. È troppo presto per giudicare come. Joe Biden non è ancora in carica. La narrativa, tuttavia, sembra già essere diversa.

– Forse la situazione cambiata non toccherà direttamente la Chiesa. Tuttavia, potrebbe avere ripercussioni sui palestinesi.

Il recente riavvicinamento tra Israele e Stati Arabi ha dimostrato che i palestinesi sono ancora più isolati. Non è un fatto nuovo, è solo diventato più evidente.

– Non vede alcun nuovo impulso per una soluzione del conflitto in Medio Oriente?

Il nostro problema principale qui è la mancanza di fiducia. Gli israeliani e i palestinesi non si fidano gli uni degli altri, e i palestinesi in qualche modo non si fidano della comunità internazionale. Per il recupero della fiducia, le parole sono importanti, ma i gesti lo sono ancora di più. Al momento non lo vedo.

 – Come amministratore, lei si è fatto promotore di interventi dolorosi nella diocesi. Sarebbe disposto a fare altrettanto per regolarizzare il rapporto irrisolto tra Israele e il Vaticano?

I sacrifici hanno senso se avvengono in un contesto che li giustifica. In materia di relazioni israelo-vaticane, da 30 anni i rapporti non hanno avuto successo. È necessaria una via d’uscita dal limbo giuridico in cui ci troviamo, ma sembra difficile da trovare.

Una parola sul 2020.

È stato un anno estremamente doloroso segnato dalla pandemia Covid-19. Il turismo e i pellegrinaggi, che fanno parte della nostra identità ecclesiale, si sono fermati. Le conseguenze economiche sono drammatiche. Migliaia di famiglie, soprattutto nella regione di Betlemme, sono senza introiti. Anche le nostre scuole, che sono tra i nostri elementi più forti qui, sono state duramente colpite.

Come Chiesa, siamo feriti perché non abbiamo potuto celebrare né la Quaresima né la Pasqua come eravamo soliti fare. Sono state ridotte anche varie altre celebrazioni e attività. La cosa più dolorosa è l’incertezza che rende impossibile qualsiasi progetto.

– Non c’è niente di positivo da segnalare?

Mi ha colpito positivamente la creatività di tanti preti. Con molta immaginazione cercano i modi per raggiungere i credenti e non lasciarli soli in questa situazione. Mi fa piacere la sete della gente, soprattutto dei giovani, di sentirsi comunità, nella liturgia in particolare, ma anche in altri momenti. Cosa che, con questa intensità, non ho avvertito in Europa.

La Pasqua è stata fortemente influenzata dal coronavirus. Come sarà il Natale?

Rischiamo di non poterlo celebrare normalmente. C’è ancora il caos, le cose cambiano ogni giorno. Finora sembra chiaro che tutte le celebrazioni avranno luogo, ma in forma ridotta. Cosa significhi ciò è ancora presto per saperlo.

– Per concludere, uno sguardo al 2021.

Con la mia nomina a patriarca, il tempo ad interim nella diocesi è terminato. Dobbiamo iniziare con l’organizzazione della vita pastorale. In primo luogo sarà importante essere qui, ascoltare e capire.

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