Presto “beati” i 7 monaci di Tibhirine

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Il 26 gennaio scorso, papa Francesco, ricevendo in udienza il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i decreti di beatificazione in cui viene riconosciuto il martirio dei servi di Dio Pietro Claverie, OP, vescovo di Orano, e di 18 compagni, religiosi e religiose, uccisi in Algeria dal 1994 al 1996, “in odio alla fede”, tra cui anche i sette monaci di Tibhirine.

Nei medesimi decreti vengono riconosciute le virtù eroiche della serva di Dio Maria Maddalena Delbrêl (1904–1964) e il martirio di Veronica Antal, laica dell’ordine francescano secolare, uccisa anch’essa in odio alla fede il 24 agosto 1958 ad Hălăuceşti, e di altri cinque servi/e di Dio.

I sette trappisti francesi del monastero Notre Dame de l’Atlas, nel nord dell’Algeria, erano stati rapiti – come avevano riferito i media del tempo – durante la guerra civile alla fine di marzo del 1996. Erano stati decapitati e le loro teste furono trovate alla fine di maggio dello stesso anno. L’assassinio fu attribuito a un gruppo di terroristi, ma alcune fonti hanno indicato come autori la polizia segreta algerina.

La loro vicenda ebbe un’ampia risonanza in tutto il mondo e suscitò una rinnovata emozione nel 2010 con l’uscita del film di Xavier Beauvois, “Des hommes de Dieu” (in Italia “Uomini di Dio”).

Mons. Claverie invece era stato ucciso, assieme al suo autista musulmano, settanta giorni dopo l’assassinio dei monaci in un attentato mentre rientrava in auto, la sera, alla sua residenza.

In un’intervista, a firma di Anna Pozzi, al postulatore p. Thomas Georgeon, trappista, pubblicata su Mondo e Missione, il 1° gennaio scorso, è stato chiesto che cosa avevano in comune questi 19 martiri, religiosi e religiose, dell’Algeria: «Molte cose», ha risposto: «Ognuno di loro è stato un testimone autentico dell’amore di Cristo, del dialogo, dell’apertura agli altri, dell’amicizia e della fedeltà al popolo algerino. Con un’immensa fede in Cristo e nel suo Vangelo, per cui non hanno dato la vita per un’idea, per una causa, ma per Lui. Con un profondo amore per la terra dove il Signore li aveva inviati, l’Algeria. Con un’attenzione e una delicatezza evangelica verso quel popolo, specialmente nei confronti dei piccoli e degli umili, così come dei giovani. Con il rispetto della fede dell’altro e il desiderio di capire l’islam. Con un grande senso di appartenenza alla Chiesa algerina che ha visto la sua presenza completamente trasformata dopo l’indipendenza del Paese: è diventata una Chiesa “ospite”, piccola, umile, serva e amorevole. E questo, ciascuno dei 19 martiri, come tanti altri membri della Chiesa che sono ancora vivi, l’ha vissuto profondamente. La loro vita e la loro morte sono come un’icona dell’identità della Chiesa d’Algeria. Hanno incarnato fino alla fine la sua vocazione a essere sacramento della carità di Cristo per tutto il suo popolo».

Alla domanda che cosa essi continuano a dire al tempo di oggi, p. Thomas ha risposto: «Il messaggio di questi 19 religiosi e religiose è chiaro: occorre approfondire il significato di questa presenza di Chiesa e dimostrare che una coesistenza fraterna e rispettosa è possibile tra le religioni. Nel mondo musulmano, è il Vangelo della pace che viene annunciato e testimoniato, senza che questo necessariamente abbia una presa sull’altro, che può rimanere sordo e cieco di fronte a tale testimonianza. Mi sembra che nel mondo d’oggi essi ci insegnino cosa significano perseveranza e fedeltà. E, in una prospettiva di dialogo interreligioso, ci mostrano la via dell’umiltà. Chi vuole entrare in dialogo deve avere sia il “gusto” dell’altro, sia un grande rispetto per la sua fede. Il priore del monastero di Tibhirine, Christian de Chergé ha scritto: “La fede dell’altro è un dono di Dio, misterioso certamente. Quindi richiede rispetto”».

«È un martirio – ha sottolineato il padre, nel mezzo di un oceano di violenza che ha travolto l’Algeria negli anni Novanta. Un martirio “con” e non “contro”. È impossibile pensare solo ai “nostri” martiri, ignorando le decine di migliaia di algerini vittime del decennio nero, perché anche loro hanno dato la vita per il loro Paese e per la loro fede. Dunque, rendere omaggio ai 19 martiri cristiani significa anche rendere omaggio alla memoria di tutti coloro che hanno dato la vita in Algeria in quegli anni bui».

È possibile che papa Francesco si rechi in Algeria per la cerimonia di beatificazione?

Secondo p. Thomas, «papa Francesco è molto attento a questa causa perché ha ben capito la posta in gioco e crede che la testimonianza dei nostri 19 fratelli e sorelle sia un meraviglioso invito al dialogo con l’islam, un dialogo del “vivere insieme” nel rispetto dell’alterità e della fede dell’altro. Il desiderio dei vescovi algerini è che la beatificazione possa essere celebrata in Algeria, a Orano, diocesi di cui mons. Claverie era il pastore. Il papa andrà in Algeria? Tutto è possibile, ma nulla è deciso. Come capo di Stato, anche il pontefice si reca in un Paese solo su invito delle autorità locali. Immagino anche che ci sia da fare una valutazione sull’opportunità di questo viaggio. Certamente, questo sarebbe sia un grande incoraggiamento per la Chiesa algerina sia, oso crederlo e sperarlo, un forte gesto verso gli algerini che sono, come molti altri, sensibili alla personalità e alle parole di papa Francesco».

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