Riforma della Chiesa /3: sviluppo

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Una delle informazioni sul Concilio Vaticano II che si acquisiscono nei primi anni di studio della teologia è che esso ha promosso l’aggiornamento della Chiesa, per usare la terminologia di Giovanni XXIII, attraverso il ritorno alle fonti.

Tale recupero della Scrittura, dei Padri, dei testi liturgici antichi e di innumerevoli autori del passato era stato praticato da alcuni pionieri della teologia europea a partire dagli anni ’30, ma questo approccio era stato oggetto di molte critiche perché sembrava mettere in discussione la stabilità della dottrina ecclesiale.

Il padre Congar è stato tra i protagonisti di questa riscoperta dell’importanza delle fonti, come emerge spesso nella sua opera Vera e falsa riforma nella Chiesa. Insomma, non è possibile accusarlo in alcun modo di essere un teologo compiacente nei confronti delle istanze culturali del momento e poco attento alla verità della fede.

Può stupire, quindi, il fatto che nell’opera citata egli scriva: «I nostri contemporanei conoscono un nuovo campo di scandalo: quello che può dare la Chiesa nei confronti del movimento della storia nella quale il mondo degli uomini è inserito. Più che dei peccati dei suoi membri, ci si scandalizzerà delle sue incomprensioni, delle sue grettezze, dei suoi ritardi – ancora una volta analizzo dei fatti, non faccio degli apprezzamenti. Al senso del divenire, visto come apertura dell’intelligenza a tutta una dimensione delle cose, corrisponde oggi una nuova categoria morale, quella della mancanza storica, del peccato nei confronti della verità che le cose posseggono secondo la loro dimensione di divenire. […] Sotto l’influsso di queste idee, vi è oggi uno spostamento nei criteri di valutazione degli atti. Si tiene in conto il risultato, mentre l’intenzione, la rettitudine interiore e soggettiva passano in second’ordine». (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Jaca Book, Milano 1972, 58).

Dunque – secondo il nostro autore – la conversione personale non basta per attivare la capacità di evangelizzazione delle comunità cristiane. Anzi, non sono tanto i peccati dei cattolici ad attirarsi il giudizio negativo delle persone lontane, quanto piuttosto il fatto di non cogliere quella verità che emerge nei cambiamenti sociali e culturali, al punto da restare arroccati in modi di pensare e di agire caratteristici di un mondo che ormai non esiste più.

Il convinto radicamento di Congar nella Tradizione non lo spinge a giudicare come irrilevanti le dinamiche storiche in cui la Chiesa vive, ma a riconoscerne il valore teologico, forse proprio per il fatto che le fonti stesse esigono di fare i conti con quelle dinamiche. Purtroppo, vi sono alcuni segnali che attestano che questa attenzione non è sempre presente.

Per fare un esempio molto banale, molti decenni fa, quando la popolazione italiana era sostanzialmente cattolica, suonare le campane la domenica mattina ad un orario antecedente a quello della prima Messa poteva avere un senso, anche perché allora difficilmente le persone potevano permettersi di restare a letto a lungo.

Nell’attuale società multireligiosa, che da tempo non è più cattolica e in cui è normale non essere neppure religiosi, svegliare ogni domenica mattina tutte le persone che vivono nei pressi del campanile per informarle della prossima celebrazione non ha molto senso, anche per il fatto che molti approfittano dei giorni festivi per riposare un po’ di più.

Qualcuno potrà apprezzare il suono delle campane anche alle prime luci dell’alba, soprattutto se soffre di insonnia, ma occorre chiedersi per quale ragione infliggere questa penitenza all’udito della restante parte della popolazione che si trova vicino alla chiesa e che potrebbe e vorrebbe riposare tranquillamente. I tempi sono cambiati, ma l’uso delle campane è il medesimo.

Ovviamente, i veri problemi delle comunità cristiane sono di ben altro tipo rispetto al modo di servirsi delle campane. Congar però ci insegna che non basta studiare le fonti per fare la riforma della Chiesa, ma occorre prendere sul serio le istanze che i cambiamenti sociali e culturali pongono, pur con il necessario discernimento, perché anch’esse sono portatrici di verità.

Questa attenzione è richiesta non solo ai pastori, ma a tutti i membri delle comunità cristiane. A volte, durante i tentativi di ristrutturazione delle diocesi e delle parrocchie, alcune persone esigono di poter replicare le stesse pratiche religiose che li hanno accompagnati sin dalla loro giovinezza, e solamente in quegli stessi luoghi e edifici che li hanno visti crescere.

Il fatto che la carenza di presbiteri e di risorse economiche non renda possibile questa opzione è letto come un problema esclusivamente del vescovo e dei suoi collaboratori.

Anche questo è un modo di praticare quell’incomprensione, grettezza e ritardo di cui ha scritto Congar.

Insomma, prima di concludere che le istanze poste dalla realtà non vengono da Dio e che quindi possono essere ignorate per concentrarsi sul solo studio delle fonti e sulla fedeltà alla prassi tradizionale, è bene lasciarsi stimolare da qualcuno che – come il padre Congar – quelle fonti le ha studiate davvero, e proprio in esse ha trovato la ragione per occuparsi con passione dello spessore teologico delle vicende umane.

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 29 novembre 2022

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