Satana e la “doppiezza” di Viganò

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tradizionalisti

Sorprendente lo scontro dialettico fra Roberto De Mattei e mons. Carlo Maria Viganò, esponenti di spicco del conservatorismo cattolico.

Il fumo di Satana scompiglia le truppe del tradizionalismo cattolico? L’immagine, proposta in un celebre discorso di Paolo VI il 29 giugno 1972 per denunciare lo smarrimento provocato in ambito ecclesiale da alcune interpretazioni del concilio, è diventata successivamente lo stendardo dell’ultra-montanismo di casa.

Oggi, uno dei suoi esponenti più noti, Roberto De Mattei (Fondazione Lepanto, Roma), lo riconosce operante nel caos delle isole del fondamentalismo “romano”, l’un contro l’altra armate.

Il punto critico sarebbero la pandemia (o meglio i vaccini) e il complottismo del QAnon (o meglio il trumpismo cattolico americano) fra il 2020 e il 2021. I protagonisti: lo stesso De Mattei e l’algido mons. Carlo Maria Viganò, ex segretario del Governatorato, ex nunzio a Washington, ex moralizzatore della curia.

Viganò e il suo doppio

In una nota del 21 giugno su Corrispondenza romana, De Mattei racconta positivamente l’avvicinamento del monsignore alla resistenza dei cattolici conservatori e l’importanza della sua testimonianza nel 2018 in cui denunciò la corruzione ecclesiale e la responsabilità diretta di papa Francesco.

«Temendo per la sua incolumità, ma anche per mantenere un atteggiamento di riserbo, mons. Viganò si ritirò in un luogo segreto dove tuttora risiede», arricchendo il suo contributo con un paio di interventi, fra cui una lunga intervista al Washington Post, molto legati alle sue competenze.

Ma, nel 2020, in connessione con la pandemia appare un “nuovo” Viganò. Un profluvio di discorsi e di interventi il cui vertice emblematico è stato l’appello al “Nuovo ordine mondiale” dell’8 maggio 2020.

Sposando le tesi complottiste, antivax e apocalittiche del QAon, un movimento social di supporto ai fondigli più ambigui del trumpismo, culminati nell’occupazione del parlamento americano durante la battaglia elettorale (vinta da Biden), mons. Viganò si trasforma – a detta di De Mattei – in un retore ampolloso che sdottora su temi a lui ignoti «fino a spingersi a considerazioni di geo-politica e filosofia della storia, estranee al suo modo di pensare e di esprimersi». Una deriva che gli consente di appropriarsi delle battaglie tradizionaliste sulla liturgia e contro il concilio Vaticano II, saccheggiando un orto non suo. Egli opera la sovrapposizione fra escatologia cristiana e palingenesi del complottismo.

Il riscontro e l’elogio presidenziale (Trump) ad una sua lettera di aperto sostegno durante lo scontro elettorale lo trasforma nel corifeo della destra cattolica americana. Da qui la domanda: ma chi è veramente il “secondo” Viganò?

Per De Mattei è colui che gli scrive gli interventi e i discorsi (il ghost writer), un tale Cesare Baronio o forse Fabio Zari o forse Pietro Siffi degli Ordelaffi, conte di Sassorosso. I tre sarebbero la stessa persona, cioè Pietro Siffi. Un giovane personaggio che entra ed esce dalla Fraternità San Pio X e dall’istituto Cristo re sommo sacerdote di Griciliano (Firenze), che pubblica libri con la prefazione del card. Dario Castrillon Hoios, che fonda un atelier di arte religiosa e che si propone come curatore di cerimonie e interior design. Il veleno è nei dettagli dell’articolo.

Durante la sua permanenza a Parigi, pubblica un «imbarazzante libro sotto pseudonimo», la sua ascendenza araldica non risulta tra la nobiltà italiana, fino al sospetto di omosessualità in ragione del rifiuto da parte dei seminari e di uno stile un po’ effeminato.

L’interessato, in un precedente scritto promette fracassi per questi «borghesi evirati senza competenze né aspettative» e annuncia lo scoprimento di altarini imbarazzanti.

L’intransigenza e i suoi specchi

Il 22 giugno arriva la risposta di Viganò che esprime il suo stupore per l’attacco subìto e parla di «una maturazione di convinzioni delle quali rivendico con fierezza la piena paternità». Se vi è un “doppio” da cercare, è dalla parte di De Mattei e dei suoi pseudonimi perché lui non è manipolato da nessuno.

Si dispiace della giravolta del professore a suo riguardo, peraltro anticipata da scritti «che sembrano composti da un grigio funzionario di regime obbediente alla narrazione mainstream». Per concludere: quantum mutatus ab illo!

Il precedente più prossimo mi sembra essere la frattura fra il card. Raymond Leo Burke, uno dei quattro cardinali firmatari della critica all’Amoris laetitia, e Steve Bannon, ex consigliere di Trump, grande sostenitore delle forze sovraniste in Europa e in Italia, arrestato per la distorsione di un milione di dollari da un fondo destinato al muro verso il Messico (poi liberato per diretto intervento di Trump). Oggetto del contendere: il coinvolgimento di Burke in un progettato film sull’omosessualità in curia vaticana. Il prelato annuncia il 24 giugno 2019 la sua rinuncia alla presidenza dell’Istituto Dignitatis Humanae voluto da Bannon.

La marginalità dei due episodi ha a che vedere con la sconfitta del tradizionalismo, avvenuta nel 2004 quando la Fraternità sacerdotale di San Pio X rifiuta l’accomodamento (considerato da molti rinunciatario) proposto da Benedetto XVI. Un assenso avrebbe significato l’intestazione della soluzione dell’unico sisma post-conciliare all’interpretazione continuista del concilio proposta con forza da papa Ratzinger. Da allora il mondo intransigente è uscito dalla centralità rivestita per alcuni lustri.

Gli episodi recenti appartengono alla litigiosità di questi ambienti ecclesiali, unificati dal rifiuto del Vaticano II e dalla critica a papa Francesco. E forse anche da chi può intestarsi la resistenza al progressismo e da chi può proporsi come riferimento per i fondamentalisti cattolici americani e le loro finanze.

Non credo casuale che il testo di De Mattei sia apparso anche in inglese. Tutti convinti dall’attesa di una (improbabile) conversione di Francesco «che avrebbe accanto a sé Benedetto XVI e tutti i fedeli rimasti cattolici del mondo, che sono tantissimi» (Antonio Socci).

Ai lettori più disattenti ricordo di non confondere l’arcivescovo Carlo Maria Viganò (e il suo doppio) con mons. Dario Viganò, di tutt’altra pasta, già prefetto della segreteria dei media vaticani e ora in forze all’Accademia pontificia delle scienze.

Peraltro, la “doppiezza” denunciata dell’arcivescovo con il corollario della triplice firma del suo ghost writer e l’accennata pluralità degli pseudonimi di De Mattei danno l’impressione di attraversare una galleria degli specchi in un palazzo dell’aristocrazia romana.

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3 Commenti

  1. Adelmo li Cauzi 27 giugno 2021
  2. Fabrizio Mastrofini 27 giugno 2021
    • Pietro Siffi 8 settembre 2021

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