Biennale di Dakar

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Il 19 maggio si è aperta la quattordicesima edizione della Biennale d’Arte Africana Contemporanea di Dakar, in Senegal, che vede esposte, fino al 21 giugno, le opere di 59 artisti e collettivi dopo quattro anni di sospensione a causa della pandemia da Covid-19. Un atteso ritorno che vanta una singolare novità: la manifestazione di quest’anno intende infatti abbattere i muri delle gallerie e dei musei – e non solo – affinchè l’arte sia più presente nello spazio pubblico e accolga un maggior numero di visitatori.

Ed ecco che, grazie al progetto “Doxantu”, le atelier degli artisti diventano le strade della capitale senegalese e gli spazi espositivi le piazze e i luoghi pubblici: “in questo modo viene eliminato il gesto che richiede al cittadino di aprire una porta per accedere all’opera creativa”, spiega il direttore artistico della Biennale, El Hadji Malick Ndiaye.

In lingua wolof, una delle lingue del Senegal, Doxantu significa ‘passeggiata’. Si tratta infatti di un progetto che ha visto 17 artisti produrre opere d’arte monumentali in grado di dialogare, all’aperto, con i luoghi circostanti lungo il tratto di strada che va dalla Direzione delle Dogane a Porte Mermoz.

Inoltre, numerose performance artistiche sono in programma “in luoghi remoti”. Il tutto nell’ottica di stravolgere un comune immaginario elitario nei confronti dell’arte, oltre che sperimentare nuovi metodi di esposizione e offrire molteplici prospettive di lettura di un’opera. “Il progetto mette in discussione il significato della creazione nelle nostre società contemporanee, le cui modalità di visualizzazione e consumo culturale devono essere riviste e criticate”, prosegue Ndiaye secondo cui “Doxantu è un’ode a Dakar, una città creativa”.

Il progetto Doxantu rispecchia perfettamente il tema dell’evento di quest’anno: “Ndaffa”, “la fucina” in wolof, ossia la costruzione di nuovi modelli. Come si legge sul sito della Biennale, gli artisti coinvolti nell’evento culturale provengono infatti dall’Africa e dalla sua diaspora. Secondo il direttore Ndaffa, il tema “suona come un’esortazione a creare un nuovo destino comune, un futuro insieme”.

Così, oltre alle monumentali opere di Doxantu, sono in programma circa 300 mostre a Dakar e sulle isole di Ngor e Gorée, e un centinaio in altre città e Paesi della diaspora. La mostra internazionale presenta, nello specifico, 59 artisti visivi della selezione ufficiale, provenienti da 28 Paesi, tra cui 16 Paesi africani e 12 Paesi della diaspora, in un ex tribunale senza tempo.

Tra questi, i visitatori potranno farsi coinvolgere dalle visioni oniriche dell’arte contemporanea africana, dalle opere del pittore senegalese Omar Ba, da un video del sudafricano Sethembile Msezane o da un’installazione che trasporta nello spazio la franco-togolo-senegalese, Caroline Gueye, anche lei astrofisica.

Tra le altre esposizioni principali, una “foresta” di 343 sculture – uomini, donne e bambini, senza braccia, come sopraffatti – dell’artista senegalese Ousmane Dia, che denuncia le disuguaglianze, chiedendo un nuovo ordine “che si concentri maggiormente sulla dignità umana”.

“Questa Biennale è simbolicamente forte perché arriva dopo la crisi di Covid-19 che ha scosso e messo alla prova i Paesi africani”, ha detto Ndiaye in un’intervista all’Afp durante la quale ha precisato che a suo avviso “l’Africa è ora teatro di diversi cambiamenti: movimenti per una nuova appropriazione del patrimonio africano, interrogativi sul franco Cfa e sull’autonomia dei suoi Paesi interessati anche da diversi tipi di disordini e crisi ma anche dall’emergere di una nuova coscienza cittadina.”

“È anche il momento in cui dall’altra parte del mondo c’è una guerra”, dice Ndiaye a proposito del conflitto in Ucraina. “Quando le armi scoppiano, dobbiamo far scoppiare la cultura e fare ancora più affidamento su di essa”.

  • Pubblicato sulla rivista Africa.
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