Dante e il “desiderium videndi Dei”

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lettera papa

Dante Alighieri (1265-1321) è una delle voci più alte che la letteratura di ogni tempo abbia mai avuto per «narrare» il Dio cristiano. Egli ha espresso, in forma poetica insuperabile, il senso della ineffabilità del divino mistero.

Nella Divina Commedia, accompagnato prima da Virgilio, poi da Beatrice, il poeta percorre il cammino spirituale d’oltretomba fino alla visione di Dio.

La Cantica del Paradiso si apre con la lode a «la gloria di colui che tutto muove / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove» (Par. 1,1-3) e si chiude con un inno a «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII,145).

La descrizione dell’esperienza spirituale di Dante nel Paradiso si apre altresì e si chiude con l’esplicita confessione di non sapere né poter parlare in modo adeguato di quanto ha visto e contemplato di Dio e in Dio.

Sulla soglia del mistero

Dio è sempre oltre: è più quello che non sappiamo rispetto a quello che sappiamo. Con lo Spirito, ilP adre crea tutto guardando nel suo Figlio. Guardando le creatura non si può che gustare Dio e apprezzare la sua opera: visione della realtà come attraversata da Dio.

Quando al poeta è concesso di accedere sino alla soglia del mistero di Dio, di avere una visione della luce e di sperimentare la felicità beatificante, confessa di non riuscire a rendere neanche lontanamente la bellezza e la meraviglia delle cose viste: «A l’alta fantasia qui mancò possa» (Par. XXXIII,142).

Più la sua mente «mirava fissa, immobile e attenta» l’oceano della luce di Dio, più cresceva in lui lo stupore ardente della contemplazione dell’amore: «Sempre di mirar faceasi accesa», e più si faceva chiara l’impossibilità di tradurre in linguaggio umano la visione celeste.

La parola si fa tenue, quasi suono inarticolato: «Ormai sarà più corta mia favella», come balbettio di un bambino. Ma il «balbettio» di Dante raggiunge, per noi mortali, i vertici della bellezza e della forza poetica.

Il suo sguardo è sempre stato fisso a quel cielo ove brilla la luce della trascendenza. Dante induce a contemplare l’infinito e l’eterno. Non per altro conclude che l’unicità e la Trinità divina, le due Verità, sono simili a «una favilla», a una scintilla di luce «che si dilata in fiamma poi vivace», in un fiammeggiare che rischiara il firmamento dell’anima.

Per arrivare a capire il paradiso bisogna essere contagiati dalla sete del regno di Dio. Dante è proteso verso il paradiso perché a portarvelo è la sete del regno di Dio: un desiderio concreato che va verso Dio, che porta veloci.

La Commedia di Dante nasce dal desiderio di Dio. Il tema del desiderio percorre tutte le cantiche: desiderio di vedere Dio. Questo desiderio fa passare Dante attraverso l’inferno, luogo della condanna, e il purgatorio e infine nel paradiso.

La commedia è una vicenda del desiderio di veder Dio, vicissitudine resa dalla opposizione dalle tenebre dell’inferno alla gloria del paradiso. Il paradiso è luogo della comunione più intima con Dio: esperienza di visione di Dio.

Del desiderio

Se c’è movimento nel paradiso esso è movimento del desiderio compiuto, quasi una descrizione della visione di Dio. Tutto l’insieme del paradiso è un compimento, secondo una gradualità, all’interno del compimento.

Come afferma Papa Francesco nella Lettera apostolica in occasione del VII centenario del Poeta: “ci imbattiamo, così, in due temi fondamentali di tutta l’opera dantesca: il punto di partenza di ogni itinerario esistenziale, il desiderio, insito nell’animo umano, e il punto di arrivo, la felicità, data dalla visione dell’Amore che è Dio” (n. 2).

“L’itinerario di Dante, particolarmente quello illustrato nella Divina Commedia, è davvero il cammino del desiderio, del bisogno profondo e interiore di cambiare la propria vita per poter raggiungere la felicità e così mostrarne la strada a chi si trova, come lui, in una “selva oscura” e ha smarrito “la diritta via” (Papa Francesco, n. 4).

“Il desiderio si fa poi anche preghiera, supplica, intercessione, canto che accompagna e segna l’itinerario dantesco, così come la preghiera liturgica scandisce le ore e i momenti della giornata. La parafrasi del Padre Nostro che il Poeta propone (cfr Purg. XI, 1-21) intreccia il testo evangelico con il vissuto personale, con le sue difficoltà e sofferenze: «Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, / ché noi ad essa non potem da noi. […] Dà oggi a noi la cotidiana manna, / sanza la qual per questo aspro diserto / a retro va chi più di gir s’affanna» (7-8.13-15)” (Papa Francesco, n. 5).

“Si tratta di un cammino non illusorio o utopico ma realistico e possibile, in cui tutti possono inserirsi, perché la misericordia di Dio offre sempre la possibilità di cambiare, di convertirsi, di ritrovarsi e ritrovare la via verso la felicità” (Papa Francesco, n. 5).

La Commedia dipanandosi come il viaggio di un vivo che fa i conti con la condizione dei morti, a cominciare da coloro che sono sprofondati all’inferno, per risalire al cospetto di Dio, fa pensare proprio a un cammino verso Dio realizzato però non più soltanto mentalmente, bensì corporalmente, col peso della propria carne, intrisa di passione e grondante di passioni. Il che non vuol dire che nella Commedia non sia narrata una esperienza spirituale.

Infatti, come affermò Benedetto XV nel 1921 nell’enciclica, In Praeclara Summorum, scritta in occasione del VI centenario della morte del Poeta, Dante “componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che sollevare i mortali dallo stato di miseria, cioè dal peccato, e di condurli allo stato di beatitudine, cioè della grazia divina”.

Trasfigurazioni

E ancora, come ebbe a dire San Paolo VI con la Lettera apostolica Altissimi cantus nel 1965, in occasione del VII centenario della nascita di Dante, “il fine della Divina Commedia è primariamente pratico e trasformante. Non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso”.

“Tale finalità mette in moto un cammino di liberazione da ogni forma di miseria e di degrado umano (la “selva oscura”) e contemporaneamente addita la meta ultima: la felicità, intesa sia come pienezza di vita nella storia sia come beatitudine eterna in Dio” (Papa Francesco, n. 3).

“Di questo duplice fine, di questo ardito programma di vita, Dante è messaggero, profeta e testimone, confermato nella sua missione da Beatrice: «Però, in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive» (Purg. XXXII, 103-105)” (Papa Francesco, n. 3).

Un termine chiave dell’opera dantesca è il verbo Trasumanare. “Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il Poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica”. (San Giovanni Paolo II).

Ciò che regge il cammino di Dante, il nostro cammino, è la speranza. Il viaggio comincia dall’Inferno, nel realismo del sottosuolo, nel fango della storia, la terra come «l’aiuola che ci fa tanto feroci» vista dall’alto del Paradiso, al canto XXII.

Ma non è che finisca con il dolore irrimediabile di cerchi, gironi e bolge. Nel Purgatorio c’è la rappresentazione simbolica del passaggio dal peccato alla catarsi alla liberazione, dell’intreccio tra grazia divina e libertà umana.

San Giovanni Paolo II, in occasione dell’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano, del 30 maggio 1985, affermava che Dante “parla della vita dell’oltretomba e del mistero di Dio con la forza del pensiero teologico, trasfigurato dallo splendore dell’arte e della poesia, insieme”. Pertanto, chi non ha almeno una conoscenza essenziale della teologia non riesce a percorrere appieno questo viaggio.

Il candore della luce

Possiamo affermare che Dante è davvero “un profeta di speranza”, come lo considera Papa Francesco. In questo tempo di pandemia in cui viviamo un periodo di dolore, paura, sconforto, stimolati da Dante, la grande poesia e la fede possano tornare a fiorire anche in un terreno devastato.

La Divina Commedia è un viaggio, un grande cammino che comincia il 25 marzo, e questo giovedì 25 marzo 2021 Papa Francesco ha pubblicato la Lettera Apostolica Candor Lucis æternæ.

Il riferimento è al «candore de la etterna luce» che Dante, nel terzo trattato del Convivio, cita dal Libro della Sapienza.

“Tale data – precisa Papa Francesco -, vicina all’equinozio di primavera e nella prospettiva pasquale, era associata sia alla creazione del mondo sia alla redenzione operata da Cristo sulla croce, inizio della nuova creazione. Essa, pertanto, nella luce del Verbo incarnato, invita a contemplare il disegno d’amore che è il cuore stesso e la fonte ispiratrice dell’opera più celebre del Poeta, la Divina Commedia, nella cui ultima cantica l’evento dell’Incarnazione viene ricordato da San Bernardo con questi celebri versi: «Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore» (Par. XXXIII, 7-9)” (n. 1).

Papa Francesco si chiede: “Ma l’opera del Sommo Poeta suscita anche alcune provocazioni per i nostri giorni. Cosa può comunicare a noi, nel nostro tempo? Ha ancora qualcosa da dirci, da offrirci? Il suo messaggio ha un’attualità, una qualche funzione da svolgere anche per noi? Ci può ancora interpellare?” (n. 9).

“Il suo è un messaggio che può e deve renderci pienamente consapevoli di ciò che siamo e di ciò che viviamo giorno per giorno nella tensione interiore e continua verso la felicità, verso la pienezza dell’esistenza, verso la patria ultima dove saremo in piena comunione con Dio, Amore infinito ed eterno” (n. 9).

In conclusione, cosa dice Dante a noi oggi? L’autenticità del suo messaggio, senza compromessi mondani. Inoltre, il coraggio della sincerità, anche nell’autocritica. È la franchezza che ci indica Papa Francesco, segno di libertà interiore e di conversione, così che ciascuno possa “realizzare in pienezza la propria esistenza, vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole, accogliendo e vivendo con gratitudine il dono e l’impegno della libertà” (n. 9).

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