Marco Morelli, prete filosofo artista e poeta

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Le sue scultore sono capaci di far parlare la materia – terracotta, marmo, gesso, legno, bronzo – ma soprattutto fanno riflettere perché comunicano energia e movimento, anche della mente. L’ultima mostra (a Pergine Valsugana, Sala Maier) aveva un titolo che è già un’interpretazione: «Tempi di sole nell’anima. Memorie di fuochi e di mani».

Marco Morelli lavora a Scheggia

Marco Morelli lavora a Scheggia

Marco Morelli, trentino nato a Canezza nel 1942, è una figura poliedrica: prete, filosofo, scultore e poeta. Alto di statura, senza mai tenere le distanze, di poche parole, ma sempre ben pesate, le sue giornate sono una continua attività e il tragitto Rovereto-Trento o dintorni, per incontrare persone nella sua attività pastorale, un evento quasi quotidiano. Le sue mani, più spesso in movimento per dar forma alla materia, stringono con intensità quelle di tanti in un saluto che non è mai affrettato, ma sempre personale. Fin da bambino si è dedicato al campo della scultura, ha iniziato come autodidatta per formarsi poi frequentando artisti, e studiando i grandi. Ha viaggiato molto per visitare musei, provando nel contempo a sperimentare la lavorazione di materiali diversi, in una ricerca continua che ancora oggi non accenna a fermarsi. Le sue sculture, di diversa tecnica, si ritrovano in chiese, cappelle, cimiteri, piazze, scuole, istituti e collezioni private: altari, amboni, tabernacoli, fonti battesimali, rilievi di scene bibliche, Viae Crucis … il suo catalogo annovera più di 800 opere.

Numerose le mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Dal 1970 risiede a Rovereto (la città che da 15 anni ospita il MART) – dove nel 1973 ha ricevuto la prima commissione pubblica per la Chiesa di Santa Croce – e nel suo laboratorio continua a produrre opere. Nel 1977 è stato tra i fondatori del GRAF (Gruppo Roveretano Arti Figurative) che ha allestito più di 25 mostre collettive fino in Germania. Dal 2009 è socio della sezione trentina dell’UCAI.

Ha pubblicato tre libri di poesie (Scintille, ed. Reverdito, Trento 1982, Parole a dei tu, ed. Stella, Rovereto 2000, Ad ogni aurora, ed. Stella, Rovereto 2007) e uno di commento a pagine evangeliche D’altro non c’è promessa, ed. Il Margine, Trento 2009.

Già docente di filosofia e storia nei licei classici statali e poi provinciali di Trento e Rovereto, attualmente collaboratore pastorale del decanato di Villa Lagarina, a Savignano e Nomi, è stato definito «un intellettuale anomalo, un cristiano di frontiera, un cantore dell’anima e di Dio», capace di plasmare le parole della poesia così come plasma la materia nelle sculture: un «artigiano della parola e della materia».

Perché «Fuochi»? Lo spiega lui stesso nelle prime pagine del catalogo: «Da intendersi nel senso fisico di azione ossidante, e non meno nel senso metaforico di energia psichica e soggettiva. Un fuoco interviene come energia cosmica non solo a fissare la forma delle terrecotte e a fondere cere e metalli per i bronzi, ma anche a determinare in maniera unica ogni forma che è in questi casi anche figlia del fuoco».

L’abbiamo incontrato per SettimanaNews sulla soglia dell’ultima mostra in un rigido pomeriggio di dicembre e don Marco ha risposto volentieri ad alcune domande fornendo ulteriori spiegazioni, anche al di là del lavoro di artista.

Quell’inarrestabile bisogno di “far essere”

Annuncio mostra di Marco Morelli– I mercanti al tempio, Nicodemo, La Samaritana, Il profumo sui piedi e ancora Marta e Maria, l’Annuncio sorprendente e, al di là dell’ultima mostra, le Viae Crucis e molto di più: i Vangeli sono una presenza costante nella sua scultura. La storia dell’arte annovera parecchi religiosi che hanno lasciato un segno indelebile – pensiamo solo al Beato Angelico – ma cosa significa oggi per un prete evangelizzare con la creatività dell’artista? Si può dire che la nostra civiltà dell’immagine ha ancora bisogno della Bibbia dei poveri?

In ogni caso quello delle arti è un linguaggio, un modo di comunicazione. Sì, anche nella civiltà delle immagini: moltiplicate all’infinito, mobilissime, virtuali e istantanee, perciò effimere sfuggenti e di facile e necessario oblio. Invece le arti del pennello e dello scalpello continuano a proporre immagini singolari, statiche, fatte di materiali pesanti e con struttura rigida e permanente. Il lavoro di scultura procede lento per molte fasi, richiede tempo, bisogna stare molte ore e giorni sopra i pezzi di materiali impiegati e allora bisogna sentire che c’è proporzione tra le fatiche, la pazienza necessaria e il risultato che si vuol ottenere. Bisogna insistere a credere a quello che si sta facendo, si accetta di essere trattenuti da un’idea degna di tanta attenzione. Una scultura è leggibile e da leggersi come astratta, costituita e animata da idee che fioriscono e dimorano nell’interiorità di ciascuno e che da qui mettono in moto le mani per conferire una forma anche sensibile e che vuol durare nel tempo.

La Bibbia è una miniera di racconti e di scene di inesauribile forza allusiva ai più autentici valori umani. Chi incontra immagini suggerite da pagine bibliche può esser portato a fermarsi, richiamato a voler capire le allusioni, a riascoltare i significati: sono atmosfere al respiro dei grandi desideri e all’attenzione della coscienza. Mi piace da sempre indugiare su racconti e sogni che siano metafore di speranza…

– Dove trova l’ispirazione un artista oggi? E le motivazioni? In altre parole: come e perché nasce un’opera?

La cosiddetta “ispirazione” viene da sé, in tempi e modi imprevedibili. Talvolta brilla all’improvviso, talvolta dopo lungo pensare in forma embrionale e poi si rivela progressivamente nelle fasi esecutive. Nasce dalla disposizione a osservare, a interrogare, in altre parole dal voler capire. Ed emerge però da un’attenzione curiosa coltivata e sedimentata nella memoria e nasce anche da recessi inconsci, ma attivi. È quasi un fiorire spontaneo e regalato. Si usa dire che un’opera “nasce”, e ognuna ha una sua storia distinta, anche perché scaturisce dal bisogno di “fare”, di produrre, di far essere, da materiali inerti, forme del pensare.

Ricordo gli inizi, nell’infanzia: un gioco, una curiosità impulsiva, un istinto che si è acceso e mai più spento, anzi è cresciuto e si è instaurato come un bisogno psichico e anche fisico per la manualità. Aristotele ha scritto: «L’uomo è nato per capire e per fare». Il fare sculture, in ogni fase, dal cercare mentale e intuire l’immagine, alla cura dei materiali, allo scavo, intaglio e levigature, è una ricerca per “capire”. Solo il momento della creazione conta per l’artista: il fare è un bisogno come quello di respirare. Posso affermare che il dedicarmi alla scultura ha rappresentato per me un’esperienza di autentica felicità, una grazia della vita.

– Prendiamo una delle sue opere esposte all’ultima mostra – «L’esempio» – che lei commenta così: «Che altro poter dire di più se non la memoria di quell’esempio apice inaudito e utopico di suprema sapienza per il desiderio di un convivere riconciliato». Prete-artista e poeta: come si concilia il tutto?

Frequento da sempre e assiduamente i testi biblici, saturi di sapienza generosa di positività per gli esseri umani. Nel mestiere di cultore della filosofia e di insegnante è di primaria necessità curare le parole, e la poesia di tutti i tempi è il modo più puro di dar valore alle parole, perché dice col minimo di parole il massimo dei significati. Il linguaggio poetico è il più essenziale, e insieme il più coinvolgente di tutte le capacità sia ricettive che espressive del pensare e dire. La poesia esprime concetti, sentimenti, evocazioni, similitudini, desiderio, sofferenze.

Marco Morelli, Accoglienza  protezione

Marco Morelli, Accoglienza protezione

La fecondità dei pensieri e delle riflessioni

– Quello che evangelicamente si può definire un talento fuori dal comune si esplica anche nel piacere di mostrare, o, come lei suole dire, «far rivivere il fuoco che ha generato e ancora abita l’opera»: questo le ha permesso di avvicinare talvolta delle persone altrimenti lontane da una sensibilità cristiana?

Certo il poter offrire immagini come quelle della scultura porta a molti incontri e dialoghi da parte di persone interessate a capire, si rinnovano occasioni per rispondere a domande, si condividono momenti di seria riflessione, ci sono scambi che possono essere fecondi di altri pensieri, e non è poco.

– Un’altra opera rappresenta qualcosa di molto importante per la sua vita: Viandante che sosta nel vento, la Filosofia e questo è il commento: «Come chiedere ad un frammento di pietra di evocare l’inquietudine e le eccitazioni del pensare insieme?». La passione per la filosofia, il “fuoco intellettuale”, che poi è l’abitudine alla riflessione intesa alla lettera come “ponderazione” degli avvenimenti e delle cose, si può dire che l’ha accompagnata fin dagli anni giovanili: cosa rappresenta per lei la filosofia?

Ho amato la filosofia fin dalle scuole medie superiori, l’ho percorsa e abitata senza pause come docente, ho avuto il piacere di un innamoramento fonte di inesauribile felicità, tanto che non potevo ad un certo punto non cercarne un’immagine anche fisica. Appunto quella di un viandante che sosta nel vento con lo sguardo proteso, avvolto in un panneggio mosso e pieno di chiaroscuri, con sporgenze e ombre.

– L’uomo contemporaneo è ancora disponibile alla “fatica” del pensare? A quali condizioni?

Per molte ragioni non tutti hanno l’attitudine al teorizzare. La società attuale, lungi da generalizzazioni, è insieme esigente e dispersiva. Il problema principale della gente, almeno nei nostri paesi ricchi, è gestire la sovrabbondanza di tutto quanto e l’urgenza per ognuno è quella di avere criteri di distinzione, di valutazione delle possibilità e delle necessità. Troppe energie e troppo tempo vengono dispersi nel rincorrere tutto quanto, talvolta con affanno. Al contrario, da sempre, il pensare esige calma, ascolto, riflessione, dialogo, cura delle parole. Il nostro tempo in generale non è un tempo favorevole alla fatica del pensare. Accade talvolta che alcuni ne avvertano l’esigenza con il passare degli anni ed io ho esperienza di gruppi di adulti curiosi, pazienti, interroganti e quindi lettori e amanti della conversazione e del dialogo. Però devo ammettere che si tratta di minoranze…

Il rischio della confusione dei linguaggi

– 35 anni al liceo a insegnare filosofia e storia, un osservatorio privilegiato sul pianeta giovani: se le fosse consentito di scrivere l’ordine del giorno al prossimo Sinodo, cosa indicherebbe?

La mia esperienza con i giovani nella scuola è stata piuttosto privilegiata: nei licei e per le materie trattate gli studenti erano in massima parte ben disposti, dotati e motivati all’apprendere e al ragionare. Però si tratta in ogni caso di minoranze dentro la moltitudine e dentro il sistema delle mille concorrenze e provocazioni. Non saprei certo dare istruzioni generali, conosco solo il raggio d’azione del parlarsi direttamente dentro rapporti personali leali e franchi, dove ciò che conta di più è ancora una volta l’ascolto e l’accompagnamento.

– 75 anni: ¾ di secolo. Lei, che è anche storico e vive nella città di Antonio Rosmini, ci saprebbe indicare un punto di forza e uno di debolezza della Chiesa di oggi? E della società?

Come punti di forza per ogni persona, come per ogni comunità e cultura, riconosco le convinzioni sincere e disarmate, fatte personalmente proprie, ma desunte per conoscenza indispensabile, dei principi e scopi elaborati dalla innegabile e grande evoluzione nelle ricerche di verità e valori cresciute nella storia. Le dichiarazioni dell’ONU, le costituzioni degli Stati, la volontà di tener fede al patto sociale, la coscienza di nobile responsabilità, la rinuncia a prepotenze …
Come punto debole in ogni rapporto vedo la (spesso grande) confusione dei linguaggi.
Così anche per la vita della Chiesa: oltre all’impegno per la giustizia sociale, col primato dell’effettiva carità, l’urgenza più pressante, a mio avviso, è quella nella direzione del rinnovamento del linguaggio liturgico e l’adeguamento delle strutture alla sensibilità attuale, il coraggio leale e non miope di riforme.

Marco Morelli, A Emmaus

Marco Morelli, A Emmaus

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