“Sacrificare il sacrificio”

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Il titolo “Contro il sacrificio” ha attirato la mia attenzione in libreria. Il sottotitolo – Al di là del fantasma sacrificale – mi ha indotto a scorrere velocemente, oltre che l’indice – tre capitoli: “Il sacrificio simbolico”, “Lo spirito di sacrificio”, “Sovversione del sacrificio –, anche le sette pagine dell’introduzione precedute da una citazione del filosofo francese Jean-Luc Nancy nella quale si afferma che «l’esistenza autentica è insacrificabile».[1]

La notorietà dell’autore, Massimo Recalcati, mi ha convinto ad acquistare e a leggere – non senza fatica e sforzo per chi come me non ha dimestichezza con il linguaggio psicoanalitico –, il saggio appena edito da Raffaello Cortina Editore.[2]

Il libro del noto psicanalista lacaniano e docente nelle Università di Pavia e di Verona analizza la logica sacrificale che è alla base della civilizzazione umana e che continua ancora oggi non solo a permeare la nostra esistenza, ma anche a riproporsi in termini fanatici e distruttivi con il terrorismo jihadista e, in termini tirannici, con l’economia finanziaria che uccide e alimenta la cultura dello scarto. L’intento è quello di individuare «una linea di pensiero che da Gesù, passando dal Kirkegaard di Derrida e dalla teologia di Bultmann giungendo fino a Freud e a Lacan, sa porre con forza la necessità – per usare le parole preziose di Jean-Luc Nancy – di sacrificare il sacrificio, ovvero di liberarsi da una rappresentazione solo colpevolizzante dell’esistenza» (p. 16).

Vivere nel sacrificio è la più grave malattia del nevrotico. Freud ha concepito questa inclinazione fondamentale della nevrosi come una manifestazione del dominio del Super-io, che spinge l’uomo a godere del proprio sacrificio.

Fare del proprio desiderio un dovere

Occorre – scrive Recalcati – «rifondare la Legge non contro il desiderio ma come Legge del desiderio sottratta ad ogni fantasma sacrificale» (p. 17). Questo sarebbe il punto di massima convergenza tra l’etica della psicoanalisi e quella cristiana, tra la parola di Gesù e quella della psicoanalisi (p. 137). Dove “desiderio” – termine che deriva dalla composizione della particella privativa de con il termine latino sidus sideris (plurale sidera) che significa stella – rimanda letteralmente alla «condizione in cui sono assenti le stelle».

Da un lato, ci dice l’impossibilità di seguire una rotta segnata dalle stelle e, quindi, una condizione di disorientamento, di perdita di riferimenti, di lontananza e di nostalgia. Dall’altro, ci ricorda l’importanza di ricercare la propria strada senza abdicare alla vita e a ciò che è necessario alla vita.

Un termine, dunque, affascinante, che non è sinonimo di pulsione irrefrenabile o di capriccio, ma sta ad indicare che, per desiderare, dobbiamo svuotarci dalle mille cose di cui ci circondiamo ogni giorno e fare spazio, per una vita piena, a ciò che veramente conta e che è sepolto dentro di noi e fatica ad emergere.

Sacrificio simbolico e fantasma sacrificale

L’esistenza umana ha inevitabilmente a che fare con il sacrificio, il cui rilievo determinante nella storia umana è riconosciuto in ambito antropologico, religioso e filosofico. Si può dire che il sacrificio sia il prezzo da pagare per accedere alla dimensione umana della vita. La sua esperienza «si situa al cuore della vita dell’uomo e non di quella dell’animale» (p. 32).

Ma di quale sacrificio si tratta? Sacrificio di che cosa? E che vuol dire sacrificare?

Per rispondere a queste decisive domande, Recalcati prospetta una distinzione tra il sacrifico simbolico e il fantasma sacrificale.

Il sacrificio simbolico non istituisce alcun danno per l’essere umano: è un passaggio obbligato che un vivente è tenuto a compiere (p. 20). Il fantasma sacrificale è una sorta di «camicia di forza che costringe la vita alla propria umiliazione» (p. 50).

Mentre il sacrificio simbolico è uno strumento per raggiungere una determinata meta, il fantasma sacrificale fa del sacrificio la meta ultima della propria azione.

Il sacrificio simbolico non limita la vita in vista di una più alta realizzazione, ma diventa la via per superare ogni limitazione. Il fantasma sacrificale, invece, non considera il sacrificio in funzione di un fine, perché ritiene che il sacrificio sia in se stesso il fine. Mentre, nella dimensione simbolica, il sacrificio è in funzione del desiderio di umanizzare la vita, in quella fantasmatica il sacrificio è finalizzato a liberare la vita da ogni desiderio.

«La vita che agisce dominata dal fantasma sacrificale è una vita che pone nella rinuncia alla vita la meta più elevata della vita. Sacrificarsi significa – secondo il fantasma sacrificale – rinunciare alla propria vita facendosi strumento della volontà di un Dio oscuro e dispotico» (p. 44).

L’ideale morale della vita alimentata dal fantasma sacrificale costituisce l’ombra lunga della violenza sacrificale. Si tratta, a giudizio di Recalcati, «dell’esito di una cattiva interpretazione, sebbene egemone, del cristianesimo che ha tristemente condizionato la nostra cultura» (p. 11). «Il nostro tempo sembra però aver voltato le spalle al culto ascetico-religioso del sacrificio» (p. 12). Esistono anche diverse espressioni di una corrente, ancorché minoritaria, del cristianesimo, che dell’esperienza cristiana offre una lettura antisacrificale e antipenitenziale.[3]

Si tratta, allora, «di rileggere il più radicalmente e laicamente possibile», quanto Gesù afferma nel discorso della montagna: di essere venuto, cioè, a portare a compimento la Legge, dandone una nuova lettura.[4] Missione – questa – che Recalcati, seguendo Lacan, interpreta nel senso che Gesù sarebbe venuto non ad opporre ma ad unire «la Legge al desiderio», cosicché sia proprio la Legge a «salvare il soggetto dall’incubo mortifero del sacrificio» (p. 17). La Legge va ripensata «non in opposizione, ma nella sua alleanza istitutiva col desiderio» (p. 111).

Due versioni della Legge

Vi sono due diverse versioni della Legge.

«La prima Legge serve a definire il peccato – il Bene e il Male –, mentre la seconda Legge – al di là del Bene e del Male – serve a definire la vita nella sua dimensione generativa» (p. 137). L’esistenza della prima Legge la cui lettera – come scrive Paolo in Rm 7,6 – è antiquata, oltre che generare il senso del peccato è all’origine della divisione e della lacerazione (p. 138).

La predicazione di Gesù, come l’etica della psicoanalisi secondo Lacan, aprono l’accesso ad un’altra forma della Legge. «Si tratta di rompere il circolo vizioso della prima Legge per accedere alla seconda Legge. A una Legge che non sia più dominata dalla morte ma dalla vita, non morale ma extramorale, non repressiva ma generativa» (p. 139). È dalla maledizione della prima Legge che Cristo ci ha liberato[5] (p. 120).

Grazie a questa seconda Legge, «Bene è quando il campo della vita si allarga, Male quando si restringe, Bene quando diventa generativo, Male quando resta sterile, Bene quando sa ospitare la donazione, Male quando la rigetta e l’osserva risentita, Bene quando il desiderio è vivo, Male quando è morto e invidia nell’impotenza quello vivo» (p. 16).

Non sacrificio ma amore

«Gesù introduce nel cuore della Legge l’esperienza della grazia e del perdono… Al posto della pena subentra il dono della grazia, al posto della morte la vita, al posto dell’equivalenza la sovrabbondanza. La Legge dell’amore vince sulla Legge della giustizia» (p. 123-124).

Fra le tante parabole di Gesù che sfidano il fantasma sacrificale Recalcati sceglie quella degli operai mandati nella vigna narrata da Matteo al capitolo 20 del suo vangelo.[6] Parabola nella quale «è chiarissimo l’intento di Gesù di ribaltare la logica sacrificale per indicare l’esistenza di un’altra logica che risponde a una Legge diversa dalla Legge della giustizia ordinaria» (p. 124). Il padrone della vigna rispetta scrupolosamente il contratto stipulato con i lavoratori, «ma non consente che la sua generosità debba dipendere dalla legge formale della giustizia sindacale» (p. 125).

Nella parabola del figlio ritrovato, narrata dal vangelo di Luca,[7] il gesto del padre «è quello del perdono che consente alla vita del figlio di ripartire nuovamente. Il suo donarsi al figlio non è sacrificarsi; se si decide di vivere seguendo la parola di Gesù, non è per attendersi una ricompensa nell’aldilà ma per realizzare il Regno tra gli uomini» (p. 136).

«L’invito affinché la sinistra non sappia quello che fa la tua mano destra o a porgere l’altra guancia, vuol mettere in scacco qualunque economia legata al dare per avere nella quale rientra perfettamente la logica espiatoria del sacrificio» (p. 135).

Con Gesù termina la concezione patibolare, retributiva e giustizialista della Legge. «Il percorso di autosacrificio come percorso di santificazione» non trova nella predicazione di Gesù nessun avallo. «La sua parola punta piuttosto a liberare l’uomo dal fantasma del sacrificio e, di conseguenza, da una idea della Legge o del Padre come qualcosa che il figlio deve temere perché il suo disegno è quello di impedirne la libertà e la forza. Essa punta alla sovversione del fantasma sacrificale: il Dio cristiano non esige sacrificio, ma solo amore» (p. 131).

La croce, simbolo del sacrificio o del dono?

Il riferimento al “sacrificio” manca lì dove i liturgisti di lingua italiana lo hanno inserito. Come memoriale dell’eucaristia, il presidente della celebrazione dice «questo è il mio corpo che è dato in sacrificio per voi», mentre nel testo di Luca 22,19 c’è scritto «questo è il mio corpo che è dato per voi».[8] «Una alterazione sintomatica del testo biblico che non può non essere messa in rilievo perché rivela il fantasma sacrificale che spesso si annida nel discorso religioso» (p. 121).

«La responsabilità cristiana è antisacrificale, è al di là dell’economia del sacrifico» (p. 109). Nella sua passione e crocifissione Gesù sceglie di farsi agnello sacrificale «non per incarnare il fantasma sacrificale, quanto per liberare l’uomo dal peso mortificante del sacrificio, affinché muoia sulla croce l’idea stessa del sacrificio» (p. 110).

«La croce non è il simbolo del sacrificio, ma è ciò che mette a morte il sacrificio, è ciò che rende per sempre vano il sacrificio, che libera il sacrificio dal peso cupo del sacrificio. Gesù non muore sulla croce perché ha la coscienza di essere salvato dal Padre suo che è nei cieli, ma si salva perché decide di morire sulla croce, perché resta fedele al proprio desiderio. Nessuno mi toglie (la vita): ma la do da me stesso.[9] In questo gesto egli libera l’uomo dalla paura della morte che è la paura che più di altre incentiva ogni pratica sacrificale» (pp. 143-144).

Gesù Cristo, morendo sulla croce, sacrifica il sacrificio e compie l’ultimo, grande sacrificio che libera definitivamente l’essere umano dal sacrificio. La croce, dunque, non come espressione di volontà di un Dio sadico di sacrificare il Figlio per riparare l’offesa infinita fattagli e così restaurare l’ordine infranto, ma come simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza.

[1] Jean-Luc Nancy, Un pensiero finito, Marcos Y Marcos, Milano 1992, pag. 262.

[2] Massimo Recalcati, Contro il sacrificio – Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.

[3] In questa corrente minoritaria Massimo Recalcati fa rientrare in modi diversi «l’Agostino del Commento al Vangelo secondo Giovanni, il Soren Kierkegaard di Timore e tremore e i più recenti Rudolf Bultmann, Dietrich Bonhoeffer, Paul Ricoeur, il Jacques Derrida di Donare la morte, Jean-Luc Nancy, Enzo Bianchi, il cardinale Martini, Silvano Petrosino, Slavoj Zizek e anche, ai miei occhi, un certo Lacan» (nota 30 a pag. 60).

[4] Mt 5,17: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento».

[5] Gal 3,13: «Cristo ci ha liberati dalla maledizione della Legge, diventando egli stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno».

[6] Mt 20, 1-16.

[7] Lc 15, 11-32.

[8] Anche in 1Cor 11,24 si legge «questo è il mio corpo, che è per voi».

[9] Gv 10,17-18: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

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Un commento

  1. Lorenzo Cecchi 29 agosto 2019

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