Senegal: un racconto /1

di: Beatrice Cavalli

Un’amica delle comunità dehoniane di Bologna e Modena si trova per alcuni mesi in Senegal per compiere delle ricerche legate alla sua tesi magistrale di specialistica. Le abbiamo chiesto di mandarci, di tanto in tanto, delle «impressioni di viaggio» da condividere con i lettori e le lettrici di SettimanaNews. La scoperta di un’alterità culturale, nella quale ci si trova immersi dovendo imparare a comprenderla e rispettarla, vista con gli occhi di una giovane giunta verso il termine dei suoi studi universitari. Ci è sembrata una forma di collaborazione significativa, sia per lo sguardo che ci permette di gettare su un pezzettino di Africa, sia per il fatto che chi scrive è una di quelle giovani che, come comunità ecclesiale, facciamo fatica a raggiungere o non intercettiamo addirittura più.

Mi chiamo Beatrice e studio «Mediazione Interculturale» all’Università di Lille in Francia. Il master «Mitra» fa parte di un consorzio di diverse università sia europee che fuori dal continente e prevede che gli studenti frequentino almeno un semestre in una delle università che aderiscono al partenariato.

Una delle ragioni è che, essendo un master specializzato in migrazioni transnazionali, è importante che gli studenti facciano esperienza dell’essere straniero in un altro paese, tenendo conto tuttavia che tale mobilità non può essere comparata a una vera e propria esperienza di migrazione. Tra le università aderenti al consorzio, due compagne ed io abbiamo scelto di andare a Dakar, capitale del Senegal.

Oltre a frequentare le lezioni all’università, porterò avanti la ricerca per la mia tesi di fine master focalizzata sui movimenti delle donne senegalesi in risposta ad alcune pratiche tradizionali soprattutto legate alla religione musulmana – poligamia, mutilazioni femminili, matrimoni combinati e che coinvolgono minorenni, … –, che conducono a un controllo degli uomini sul corpo e la vita quotidiana della donna.

 Alcune informazioni sul Senegal

Secondo la ripartizione effettuata in occasione del Congresso di Berlino del 1885, il territorio senegalese è situato in Africa occidentale e la capitale Dakar corrisponde al territorio peninsulare che forma la punta più a ovest del paese e il territorio più vicino al Brasile dell’intero continente africano.

Raccontare il SenegalIl paese è situato a sud della Mauritania, a est del Mali e a nord della Guinea Bissau e Guinea Conakry ed è bagnato a ovest dall’oceano Atlantico. Il Senegal è tagliato al centro da una linea di terra orizzontale che corrisponde al Gambia, in cui si parla inglese. Come è noto, la suddivisione attuale dei paesi africani non corrisponde ai territori appartenenti alle diverse popolazioni che abitavano il continente ben prima dell’invasione europea. Per questo motivo, le lingue africane non prendono il nome dello stato in cui sono parlate, bensì dalla popolazione che le parla dentro i recinti politici creati dagli europei.

In Senegal convivono pacificamente diverse popolazioni tra cui gli Wolof (35%), i Peule (20%), i Serèr (17%), gli Diola (10%), i Soninké e altre meno numerose. Gli Wolof rappresentano il popolo più numeroso e per questo i tre quarti della popolazione senegalese parla la lingua che prende il loro nome. Installati soprattutto a Dakar e nel litorale centro-settentrionale, gli Wolof vivono soprattutto di agricoltura e commercio e sono imparentati con i Lebu, popolo di pescatori presenti soprattutto nella regione settentrionale di Saint-Louis e a Capo Verde.

I Pulaar, o Peule, praticano soprattutto la fede musulmana, e abitano la zona desertica del Ferlo e nella la valle del fiume Senegal che traccia il confine con la Mauritania. Nella regione nord e nord ovest del Gambia troviamo i Serèr (17%), di religione musulmana e la cui lingua è ulteriormente divisa in altri idiomi molto differenti tra loro. I Diola, infine, sono animisti o cristiani e si collocano soprattutto nell’area compresa tra il Gambia, la Casamance, regione del Senegal meridionale, e Guinea Bissau.

Il clima e i trasporti

Siamo arrivate all’inizio di ottobre, verso la fine della stagione delle piogge o hivernage che dura circa da giugno a settembre. In questa stagione sono frequenti fulmini e violenti temporali che rovesciano torrenti d’acqua, inondando così letteralmente le strade poco o per niente asfaltate del paese.

Ora i temporali sono meno frequenti ma il tasso di umidità rimane alto circa fino alla fine del mese di ottobre. Da ottobre a giugno, con l’arrivo della stagione secca, la temperatura si abbassa lievemente portando un clima più gradevole e occasionali tempeste di sabbia. La violenza dei rovesciamenti d’acqua tipica della stagione delle piogge provoca ampie buche nel terreno che le automobili sono costrette ad aggirare rendendo il traffico della città più… fantasioso!

Raccontare il Senegal

Ad aggiungere creatività nelle strade di Dakar è anche la frequente presenza di mucche e capre che passeggiano tranquillamente di fianco o addirittura davanti alle auto. A Dakar, i taxi sono molto utilizzati ma non solo. I senegalesi circolano anche in autobus o nelle car rapides, dei piccoli e affollati furgoncini colorati. Essendo quasi a maggioranza un popolo di commercianti, i senegalesi negoziano sempre i loro prezzi, anche nei mezzi di trasporto, al punto che in alcuni casi ci è capitato che il conducente di un taxi rimanesse deluso al vederci abbandonare la negoziazione prima di quanto immaginasse.

Tuttavia, questa reazione non è così frequente, specialmente nella negoziazione con gli occidentali e per questo è molto importante saper capire il momento giusto di abbandonare la contrattazione in modo tale da non ferire il venditore, ricordandosi che ad ogni modo è eticamente importante pagare giustamente il servizio di cui si usufruisce. In Senegal, come in altri paesi africani, gli indirizzi e i nomi delle strade sono pressocché inesistenti. Per darsi appuntamento e orientarsi nella città, i senegalesi usano perciò alcuni dei punti di riferimento come la posizione di farmacie, monumenti, negozi importanti, ecc.

Ospitalità

Attraverso un passaparola di conoscenze, ho preso contatti con una signora di origini franco-senegalesi che vive nella città da qualche decina di anni e che non ha esitato ad ospitarci nella sua bellissima casa durante la nostra prima settimana a Dakar.

Raccontare il SenegalIn questo modo, abbiamo subito avuto modo di assaporare la teraanga senegalese – l’ospitalità – che rappresenta uno dei valori fondamentali e punta di orgoglio della cultura locale. La conoscenza di Clarisse si è ben presto trasformata in una bella e sincera amicizia e si è rivelata inoltre una fonte di contatto. Abbiamo avuto l’occasione di conoscere questa donna forte e indipendente, colta e portatrice di quella saggezza e apertura mentale di chi ha viaggiato attraverso i sette continenti e vissuto in diversi paesi europei e non.

Ci ha introdotte alla cultura senegalese, mostrandocela attraverso gli occhi meticci di chi ha vissuto le tradizioni locali in prima persona mantenendo uno sguardo esterno e globale. Attraverso i suoi racconti è più facile comprendere alcune tradizioni legate alle popolazioni che costituiscono la cultura senegalese, le regole di comportamento da seguire nel rapporto con le persone locali, per la strada o nella sfera privata, durante pasti e momenti conviviali.

Clarisse abita alle Mamelles, quartiere così chiamato perché ospita due colline gemelle dalla forma evocativa. Su una delle due mammelle spicca il Monument de la Renaissance africaine, un’enorme statua in bronzo inaugurata nel 2010 dall’allora presidente della Repubblica Abdoulaye Wade, per il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza senegalese.

raccontare il SenegalLa scultura che supera in altezza la Statua della Libertà a New York rappresenta l’ex presidente Wade a torso nudo che regge un bambino con un braccio, mentre con l’altro guida una donna dai capelli al vento e le vesti leggere.

Il bambino indica verso un futuro radioso per il paese mentre la donna tende il braccio verso un passato tormentato. La statua ha destato una certa indignazione nella popolazione che da un lato non si sentiva rappresentata da un presidente indagato per corruzione, frode elettorale e di modifiche alla Costituzione ai propri fini. Dall’altro lato, i cittadini di Dakar, a grande maggioranza musulmani, si sono sentiti costretti ad accettare la rappresentazione monumentale delle forme scoperte e sinuose della donna. Il presidente attuale è il poliglotta Macky Sall che mescola origini wolof, serèr, pulaar, francesi e inglesi.

La cucina senegalese: il Thiéboudienne

La cucina senegalese è ricca di norme che regolano la preparazione e la consumazione dei pasti, come la maggioranza degli aspetti della vita quotidiana. Per il compleanno di una mia compagna di corso, Clarisse ci ha fatto assaggiare un piatto tipico senegalese e questa è stata l’occasione di sperimentare tali norme.

Raccontare il SenegalIl Thiéboudienne è un piatto a base di pesce, riso, verdure e tamarindo accompagnato da una salsa di ibiscus. Si presenta come un grande piatto circolare da cui mangiano tutti i commensali tranne la padrona di casa, che solitamente non partecipa al pasto.

Il pesce è disposto al centro del piatto, attorniato dalle verdure e il tutto è sistemato su un letto di riso. I commensali cominciano sempre con l’assaggio del riso e dopo possono procedere con il resto della pietanza, mangiando però solo ciò che si trova davanti a sé. La cortesia prevede infatti che i commensali non possano allungarsi a prendere il cibo che è posto nella parte del piatto che si trova davanti ad altre persone.

È però importante che gli tutti i commensali mangino tutto, dividendosi equamente le parti ma evitando sempre attentamente di passare con la mano davanti agli altri.

I senegalesi non bevono durante la durata del pasto per una questione di organizzazione e nel momento in cui uno dei commensali beve significa che ha terminato di mangiare.

Un piccolo passo nella cultura locale

Attraverso il passaparola di amici di amici, sono entrata in contatto con i ragazzi della Maison Rouge, una grande casa dalle pareti scarlatte abitata da studenti che organizzano alcune attività tra cui un corso di wolof strutturato su due livelli. Il wolof è una lingua molto affascinante ed estremamente lontana da quelle parlate in occidente, sia per sonorità che per la costruzione della frase.

Per la strada tutti si salutano e si prendono il tempo per fermarsi a chiedersi reciprocamente come sta la famiglia, il marito e i figli. Il saluto che si sente maggiormente è Salaamaalekum, prestato dalla lingua araba, e si procede con na nga def – come stai? – e maa ngi fi, jerejef – sto bene, grazie. Come diverse lingue parlate sul continente africano, il wolof è un idioma strettamente legato alla cultura e alle tradizioni locali e rende manifesta la profonda spiritualità che caratterizza i wolof come la maggioranza dei popoli africani.

Ne sono un esempio il saluto di rispetto riservato alle persone più anziane: ya ngi si jam – che letteralmente significa «sei in pace?» – e la forma di rispondere a un ringraziamento: nio far – «prego», letteralmente tradotto «siamo insieme».

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