Accordo sulla Brexit

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A quattro anni e mezzo dal referendum che – a sorpresa – assegnò la vittoria al fronte Brexit, Regno Unito e Unione Europea hanno trovato, al fotofinish, un accordo sulle loro relazioni future.

L’accordo, una volta confermato formalmente, garantirà, tra le altre cose, l’assenza di tariffe commerciali tra le due parti e eviterà il rischio di controlli frontalieri tra Irlanda e Irlanda del Nord, cosa che avrebbe potuto mettere in discussione la stabilità politica e sociale di quell’area. L’annosa – ma secondo alcuni in parte pretestuosa – questione della pesca è stata di fatto risolta con un’intesa sulle quote e un lungo periodo di transizione.

Il timore che il Regno Unito possa disubbidire alle regole sottoscritte per l’accesso ai mercati europei viene poi disinnescato con un complesso – ma si spera efficace – sistema di protezione giuridica. Viene meno la possibilità reciproca per i cittadini europei e britannici di libero movimento e di stabilirsi e di lavorare dove desiderano, rispettivamente nel Regno Unito o nel continente. Vengono meno anche moltissime opportunità di cooperazione, incluso, per i britannici, il programma Erasmus.

Il dramma della cosiddetta “hard Brexit” (cioè un’uscita senza accordo) è dunque stato scongiurato, assieme alle pesanti conseguenze economiche e sociali che avrebbe comportato per le due parti (anche se in proporzioni ben diverse, molto più gravi per la parte britannica). Boris Johnson canta vittoria e la controparte europea tira un respiro di sollievo per un testo.

Nel frattempo, sempre più analisti vedono riflessa nel lungo documento[1] – circa 1250 pagine pubblicate un paio di giorni dopo l’annuncio dell’accordo – un’impronta più europea che britannica, ad esempio riguardo al settore-chiave per Londra dei servizi finanziari, che non vengono immediatamente coperti[2].

Come l’accordo influenzerà nella pratica le prospettive di crescita delle due controparti si capirà solo nel lungo termine. Forse il Regno Unito, magari dopo un periodo di difficoltà, saprà prosperare economicamente e stabilirsi come la Singapore europea, come alcuni sostenitori della Brexit sognano. Forse invece, una volta confrontate le promesse dei Brexiters con la dura realtà, crisi economica e divisioni interne – si tengano d’occhio in particolare le tendenze secessioniste in Scozia[3] e le dinamiche socio-demografiche nell’Ulster[4] – porteranno addirittura a una disgregazione del paese.

Spettatori interessati di questo processo saranno in particolare i partiti populisti che, sul continente, sognano per i loro paesi un processo di allontanamento dell’UE, da Frexit a Italexit. Quel che è certo, è che tecnicamente l’uscita di un paese dall’Unione si è dimostrata possibile.

Tuttavia, l’unità di ferro che hanno dimostrato gli altri stati membri nei confronti del Regno Unito lungo tutto il processo negoziale, oltre al caos generato nel paese dal giorno del referendum in poi, rendono il prezzo da pagare di tale ipotetica uscita potenzialmente molto alto. Lo è per un sistema tutto sommato solido come quello britannico, figuriamoci per gli altri. Soprattutto considerando il ricco banchetto da 750 miliardi di recovery fund da spartirsi.

L’occasione per un’Unione Europea politica

Ora l’Europa può finalmente lasciarsi alle spalle lo psicodramma della Brexit e guardare al futuro. Internamente, c’è da prevedere che il duo franco-tedesco – ora non più frenato dall’euroscetticismo inglese – avrà un ruolo sempre più incontrastato di leadership continentale. Tant’è vero che i piccoli paesi più liberali – dall’Olanda all’Irlanda fino ai baltici – stanno già esplorando nuove vie di coordinamento per bilanciare le tendenze ben più stataliste di Parigi e Berlino. Anche i paesi dell’Europa centro-orientale (almeno quelli più euroscettici come Polonia e Ungheria) perdono la sponda britannica per un’Europa più intergovernativa che pienamente comunitaria.

Veniamo infine ai paesi del sud, tra cui l’Italia, reduci dalla battaglia vinta del via libera al recovery fund. L’avvio del piano e la partenza del Regno Unito certo permettono un’integrazione europea più profonda (soprattutto in campo fiscale e, in prospettiva, persino sulla questione del debito comune), di cui tali paesi possono senz’altro beneficiare.

Ma se gli euroscettici britannici sono partiti, gli altri paesi frugali restano, e la Germania post-Merkel rischia di essere ancor meno tollerante con i disavanzi di bilancio. Per questo, per l’Italia questo è davvero il momento di una solida ed efficace messa in pratica del piano nazionale di ripresa, con le riforme strutturali che devono necessariamente accompagnarlo.

Se giocherà bene le sue carte – come lo sta tutto sommato facendo negli ultimi anni – l’UE senza il Regno Unito ha il potenziale di ambire ad essere una vera unione politica: è fondamentale che l’Italia ne sia tra i paesi-traino.


[1] https://ec.europa.eu/info/files/eu-uk-trade-and-cooperation-agreement_it
[2]
https://www.theguardian.com/politics/2020/dec/27/boris-johnson-admits-brexit-deal-falls-short-for-financial-services
[3]
https://www.theguardian.com/politics/2020/dec/25/now-brexit-is-sealed-scotland-plunges-into-battle-for-the-narrative
[4]
https://www.newsweek.com/brexit-united-ireland-gerry-adams-1555685

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