Caritas: dossier sulla Siria

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Nella ricorrenza decennale dello scoppio della guerra in Siria, Caritas italiana ha pubblicato il dossier Siria, la speranza del ritorno. Danilo Feliciangeli, che coordina gli interventi della Caritas nella crisi siriana, lo presenta ai nostri lettori e lettrici (domande di Giordano Cavallari).

  • Danilo, puoi introdurci alla conoscenza di questo corposo dossier?

Il dossier “Siria” è stato pensato per il decimo anniversario della “primavera siriana”: un anniversario amaro. La situazione si è drammaticamente incancrenita in Siria e, perciò, rischia di essere dimenticata, quale emergenza che ormai non fa più notizia, in occidente come in Italia. Mentre testimonianze e dati vorrebbero che questa storia non fosse affatto dimenticata.

Abbiamo cercato innanzitutto di contestualizzare la crisi siriana. La parte iniziale del lavoro è pertanto dedicata alle “primavere arabe”. Nel primo capitolo abbiamo ripercorso, paese per paese, come sono iniziate le proteste di piazza e quali esiti hanno avuto. A dieci anni di distanza rivediamo quel fenomeno – che aveva destato, anche in noi occidentali e nella Chiesa, molto entusiasmo – con i sentimenti delle speranze deluse dei tanti giovani che vi avevano creduto.

Ci siamo soffermati in particolare su alcuni paesi – Tunisia, Egitto e Libia – in cui la primavera era parsa davvero sbocciare. L’odierna costatazione è che, neppure nei paesi in cui la guerra armata è arrivata, è stato raggiunto quel livello di democratizzazione della società che era stato sognato. Non è stato certamente conseguito quel livello più equo e di libero sviluppo che le classi povere – motore delle proteste – volevano promuovere.

Memorie raccolte

Il bilancio è dunque, sostanzialmente, pessimista, specie a motivo delle influenze e delle strumentalizzazioni geopolitiche che sono subentrate nel contesto. È indubbia l’infiltrazione – certamente orchestrata – dei movimenti integralisti tra le genti che autenticamente cercavano di liberarsi dal giogo delle dittature decennali.

Il partito dell’Islam radicale ha senz’altro giocato un ruolo rilevante, per l’estremizzazione dello scontro con l’Islam più tradizionale, collegato alle vecchie dittature, sino all’uso delle armi più micidiali, usate persino su obiettivi civili. È quanto è avvenuto in maniera eclatante in Siria, paese in cui è possibile coltivare il sospetto che le infiltrazioni del radicalismo siano state volute per giustificare le reazioni più violente ed annientatrici di ogni dissenso al regime.

Nel secondo capitolo del dossier arriviamo quindi a mettere precisamente a fuoco la storia degli ultimi dieci anni e dell’attuale situazione in Siria: dalle prime proteste di piazza del marzo 2011, quando tanti giovani e intellettuali siriani – e non pochi ragazzini, come solitamente si racconta – hanno iniziato con fermezza a protestare contro una dittatura incarnata da una famiglia che da cinquant’anni anni sta al potere con metodi che definire non democratici è un eufemismo.

Dalle testimonianze che abbiamo direttamente, da subito, raccolto, risulta che questo movimento politico di protesta ha rapidamente subito forti influenze esterne, mirate alla destabilizzazione dell’intero paese, non certo nel verso del miglioramento delle condizioni della popolazione. Così l’Islam politico – con le grandi potenze internazionali – è entrato di forza nello scenario.

Con una semplificazione sicuramente eccessiva – ma utile per capire – possiamo dire che si sono contrapposti due blocchi. Quello che ha sostenuto il dittatore Bashar al Assad, alawita ma legato a doppio filo al mondo sciita in forza della grande alleanza politica con l’Iran e con le milizie di Hezbollah, in cui è entrata, in un decisivo secondo tempo, la Russia di Vladimir Putin.

Quello di stampo sunnita, sostenuto dagli interessi delle potenti famiglie del Golfo –  Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita – con l’appoggio militare di altre potenze internazionali, tra cui gli Stati Uniti; senza dimenticare, tra i blocchi, il ruolo non meno significativo delle potenze regionali “emergenti”: Turchia e stato di Israele. Ciascun blocco e ciascuna potenza hanno coltivato in Siria unicamente i propri – affatto trascurabili – interessi economici e strategici.

Qui in breve possiamo solo dire ciò che nel dossier è precisato con maggiore dettaglio: la primavera è divenuta una cruda, molto cruenta, devastante guerra civile.

  • Il dossier Caritas si concentra poi sulla situazione attuale: qual è?

Il capitolo successivo – centrale per Caritas – rappresenta la “fotografia” dell’attuale situazione, militare, politica, ma soprattutto umana, sociale.

La guerra purtroppo non è ancora finita. Ancora si combatte nel nord-ovest della Siria, nella regione di Idlib, al confine con la Turchia. Si combatte ancora nel nord-est tra le formazioni curde e l’esercito turco con le sue formazioni collaterali. C’è tuttora una forte presenza di miliziani legati all’Isis nell’est del paese, specie nel governatorato di Deir el-Zor, al confine con l’Iraq. Insomma, dal punto di vista bellico, è una situazione ancora in evoluzione e per niente tranquilla. Anche nel 2020 ci sono state diverse migliaia di morti, tra cui 2.000 morti civili almeno, oltre a 6.000 militari.

Un paese devastato

La situazione dal punto di vista umanitario è veramente terribile. Dopo dieci anni, non si vede solo la devastazione prodotta dalla guerra: si vede ormai la povertà estrema che sta letteralmente falcidiando il popolo siriano.

Una povertà che si è aggravata e si sta ulteriormente aggravando a causa della profonda crisi economica che sta interessando tutta l’area geografica, comprendendo la situazione collegata – pure gravissima – del Libano. La Siria, infatti, è molto dipendente dall’economia libanese e dalle banche libanesi. È in atto una pesantissima svalutazione della lira siriana che ha portato all’impoverimento – enorme – delle famiglie siriane, di tutte le famiglie, sia quelle più benestanti, sia quelle che già, in maggioranza, stavano in una situazione di bisogno.

Nel dossier riportiamo pure i numeri per interpretare la gravità di una tale situazione. Uno dei dati più importanti è quello del complessivo numero dei morti della guerra civile. Si concorda nel sostenere che siano più di mezzo milione i morti che si possono contare in dieci anni di guerra. Pensiamo che non sussistano dati ufficiali al riguardo. Di solito il numero dei morti è da sempre l’elemento forte, per suscitare una risposta da parte dell’opinione pubblica e della comunità internazionale.

Di ogni tragedia si dice subito il numero dei morti per cercare una reazione almeno emotiva di solidarietà. Ebbene, in Siria, neppure questo è avvenuto. Secondo le fonti che abbiamo rintracciato, sarebbero quasi 600 mila i morti tra civili e militari, in dieci anni di guerra. Ma la tragedia continua in chi è rimasto: circa 13 milioni e mezzo di persone che si trovano oggi in una condizione che abbisogna di soccorso umanitario.

Rispetto anche solo all’anno scorso, abbiamo registrato un incremento di due milioni e mezzo di persone nel bisogno, in una situazione che ha ripreso a peggiorare, nonostante nei due anni precedenti ci fosse stato un certo miglioramento. Siamo precipitati nella peggiore situazione incontrata negli anni tra il 2016 e il 2017, quando la popolazione era superiore come numero. Abbiamo quindi 13 milioni e 400.000 persone che abbisognano di assistenza umanitaria.

Ciò significa, secondo il linguaggio delle Nazioni Unite, che queste persone, lasciate prive di aiuti umanitari, rischiano la vita, perché non possono alimentarsi ed essere curate in maniera sufficiente.

Profughi

Il bisogno alimentare diventa sempre più grave. Ci sono 12 milioni e 400.000 persone che hanno subito bisogno di cibo. Ci sono moltissimi bambini in carenza alimentare, fatto che non era mai accaduto prima. Sono due milioni e mezzo i bambini che si trovano in una condizione di denutrizione grave e quasi quattro milioni sono i bambini che hanno scarso accesso al cibo.

Ovviamente questi non sono solo dati, numeri, sono vite: le conseguenze sullo sviluppo possono essere permanenti, con conseguenze fisiche e mentali. 600.000 bambini fanno registrare danni ormai irreversibili a livello di facoltà mentali e di salute fisica. Di questo passo, 50.000 bambini ogni anno potrebbero morire in Siria per le conseguenze della denutrizione, se non si interviene, appunto, subito. Testimoniamo pertanto, col dossier, una situazione terribile, delle peggiori che abbiamo visto.

  • Molto spazio è giustamente dedicato ai profughi, anche con toccanti testimonianze…

Sì, l’altro capitolo, fondamentale per conoscerne le condizioni di vita e le prospettive di futuro, porta l’attenzione sui profughi siriani, rifugiati a milioni nei paesi limitrofi – Libano, Giordania, Turchia e Iraq, ma anche in Europa –. Parliamo impropriamente di “rifugiati” all’estero, perché non tutti godono dello status di rifugiati.

La maggior parte si trova, anzi, sotto la protezione di UNHCR quali “ospiti” temporanei dei vari paesi. Alcuni di loro versano in condizioni del tutto irregolari. Moltissimi – si parla di più di  due o tre milioni – sfuggono completamente alle statistiche ufficiali perché, ad esempio, i bambini nati da genitori siriani in paesi ospitanti, restano senza alcuna registrazione.

La situazione dei rifugiati all’estero è inquadrata secondo due prospettive fondamentali: le condizioni di accoglienza nel paese in cui si trovano – assistenza umanitaria ricevuta e possibilità di integrazione – e il punto sulla loro storia migratoria. Questi due fattori molto influenzano, evidentemente, la propensione al ritorno in patria.

Abbiamo, con ciò, cercato di approfondire l’aspetto dell’eventuale ritorno in Siria. Su questo riportiamo alcuni studi che ci dicono che il 75% dei profughi siriani all’estero vorrebbe tornare, un giorno, in patria, ma, tra questi, solamente una minima parte – meno del 6% – sta effettivamente pianificando il rientro entro i prossimi dodici mesi. C’è quindi un ampio desiderio di rientro, ma, nel mentre, la forte percezione dell’impossibilità del rientro, evidentemente legata alle obiettive condizioni. Percepiscono che non possono ora tornare in Siria se non a rischio, di nuovo, della loro vita. Hanno paura delle ritorsioni. Per il governo, chi se ne è andato è semplicemente un traditore. Basta essersi sottratti – come molti uomini giovani e meno giovani hanno fatto – al servizio militare.

Questi uomini potrebbero essere presi di mira, accusati di essere oppositori del regime, subire persecuzioni pesanti. La sicurezza è il principale fattore che scoraggia il ritorno. Ma poi ci sono tante altre ragioni molto concrete e molto comprensibili: in Siria mancano le case – il 53% del patrimonio edilizio è stato distrutto! – e manca pure il lavoro e la possibilità di una retribuzione. La povertà del ritorno ferirebbe quanto e più della povertà nella condizione di profughi. Anche la sanità è devastata: il sistema sanitario siriano è al collasso, gli edifici sono distrutti, i medici sono emigrati all’estero, trecento medici sono morti durante il conflitto che ha messo nei mirini pure gli ospedali.

Il non ruolo dell’Europa

In breve, questo focus dice che – nonostante ci sia il grande desiderio di tornare in patria – non ci sono le condizioni indispensabili del rientro.

Il dossier si chiude con l’analisi del ruolo (o non ruolo) dell’Europa nella vicenda siriana e sulle ricadute, in particolare, in termini di cosiddetto scontro di civiltà – circa gli attentati in Europa – e in termini di arrivi, tutto sommato modesti, di profughi siriani nei paesi europei.

Formuliamo, infine, propositi che ritornano sui principali problemi esposti. Alcune proposte sono a modo di appello – semplice ma indispensabile – come formulato da papa Francesco: cessino le armi, si fermi la violenza, a tutti i costi si trovi il modo di riportare a una situazione quantomeno di non belligeranza!

Si investa quindi rapidamente sulla ricostruzione, in maniera che non sia solamente una ricostruzione fisica, materiale, ma anche economica e soprattutto sociale. Per questo chiediamo che sia rivisto il sistema delle sanzioni economiche che, anziché mettere in difficoltà il regime, ha di fatto aggravato le condizioni di vita della popolazione. Bashar al Assad è ancora al potere, mentre il suo popolo sta morendo di fame. È indispensabile lavorare per un processo di riconciliazione e di pacificazione profonda della società.

Nel dossier presentiamo con certezza alcuni gravi crimini che sono stati commessi in questo tempo, secondo il Consiglio dei Diritti umani delle Nazioni Unite. Sinché non sarà fatta piena luce sulla verità e non sarà resa giustizia alla verità, non sarà mai possibile un’autentica pacificazione. Occuparsi del futuro dei rifugiati è di fondamentale importanza.  La comunità internazionale deve impegnarsi per rendere sicuro e dignitoso il rientro in patria.

  • Il dossier rappresenta naturalmente pure gli interventi di aiuto di Caritas italiana: quali?

Gli interventi, in questi dieci anni, sono stati tantissimi. Abbiamo realizzato – come Caritas italiana – 85 progetti, non solo in Siria, ma anche in tutti i paesi che hanno accolto rifugiati siriani. Abbiamo cercato di mantenere un equilibrio portando aiuto anche nei paesi che si sono fatti carico dell’ospitalità, in Libano e Giordania, ma anche in Europa, ossia in Grecia, Turchia e lungo tutta la rotta balcanica, con donazioni per più di 8 milioni di euro.

Ci siamo concentrati naturalmente su progetti di carattere umanitario, portando aiuti immediati alle persone, per la soddisfazione dei bisogni di base, quali cibo, generi di prima necessità, alloggi, cure mediche. L’80% delle risorse è andato per questo genere di interventi. Ma, in proporzioni minori, siamo riusciti a realizzare anche interventi di ricostruzione sia della strutture – abitazioni e scuole in Siria – sia del tessuto economico e sociale.

Abbiamo puntato, in questo ambito particolare, sugli interventi educativi, per incoraggiare i bambini e i giovani, nonostante tutto, ad andare a scuola, a formarsi, a darsi un futuro. Sono state perciò ricostruite delle scuole nei pressi di Damasco. Sono stati sostenuti gli studenti ancora frequentanti scuole ancora funzionanti.

Vorrei, per finire, mettere in evidenza un piccolo ma significativo progetto sperimentale denominato “Come i fiori tra le macerie”: abbiamo creato a Damasco un centro giovanile, aperto a chiunque, senza ovviamente distinzioni di appartenenza religiosa e politica; un centro giovanile che, attraverso la formazione artistica – le prestigiose tradizioni artistiche siriane – aggrega i giovani generando, innanzitutto, fraternità.

Vorremmo in questo modo contribuire a creare una nuova generazione accomunata dall’appartenenza ad un solo paese, la Siria.

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