Lo «status speciale» britannico e l’Europa in retromarcia

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(BP)

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British Prime Minister David Cameron leaves at the end of an extraordinary two days EU summit at EU headquarters in Brussels, Belgium, 19 February 2016. EU leaders were set to try to thrash out an agreement with Britain on reforms, amid hopes that they can seal a deal which will convince the country to stay in their bloc. Fears are rife that Britons might vote to leave the European Union in a referendum that Prime Minister David Cameron has promised to hold by the end of 2017, but that is widely expected this year already. The turmoil over Brexit – the buzzword for Britain’s possible departure from the EU after more than 40 years of half-hearted membership – comes at a time when the bloc is already struggling with a severe migration crisis and enduring economic woes. EPA/OLIVIER HOSLET

Ha ragione David Cameron a esultare riguardo all’accordo concluso la settimana scorsa tra Regno Unito e Unione Europea. Non tanto per i contenuti: pare difficile che i britannici possano trarre enormi benefici da un blando meccanismo di consultazione sulla futura integrazione dell’eurozona o da complicate modalità di salvaguardia del suo welfare.

La vittoria di Cameron sta piuttosto in quello che egli stesso ha definito uno «status speciale» britannico, di fatto accordato al Regno Unito. I 28 capi di stato e di governo dell’Unione hanno infatti riconosciuto, nero su bianco, che i britannici sono esenti dall’impegno – che invece persiste per tutti gli altri secondo i Trattati europei – verso un’integrazione europea sempre più stretta. Il fatto poi di aver costretto i leader politici di un intero continente a un’estenuante maratona di trattative – nel corso della quale un’esausta e affamata Angela Merkel si è assentata qualche minuto per ordinare le famose patatine fritte in salsa andalusa in un chiosco poco lontano dalla sede del Consiglio Europeo – è di per sé rappresentativo di quanto la vicenda del cosiddetto Brexit conti, e molto, ben oltre i confini britannici.

Ora la palla è nel campo dei cittadini britannici. Starà infatti a loro decidere, tramite referendum già programmato per il 23 giugno, se, sulla base dell’accordo raggiunto da Cameron, il Regno Unito debba o no restare nell’UE. L’esito è assolutamente imprevedibile. Da un lato, gli interessi economici britannici sembrano aver tutto da perdere da un’eventuale Brexit. Dall’altro, ragioni geografiche e storiche, unite a decenni di campagne stampa volte a descrivere Bruxelles come una sorta di castello di Dracula dove grigi e malefici funzionari producono leggi e leggine volte ad imbrigliare l’economia e le imprese, hanno senza dubbio contribuito ad allontanare ulteriormente l’opinione pubblica britannica dal progetto europeo. Anche la questione scozzese avrà un peso considerevole nella vicenda. Di fronte a un eventuale Brexit infatti, i separatisti scozzesi, da sempre più europeisti dei loro vicini inglesi, sarebbero pronti ad un secondo referendum indipendentista per lasciare il Regno Unito ed integrarsi, come stato indipendente, all’UE.

La questione del Brexit ha ridato fiato all’antica idea dell’Europa a più velocità, in cui attorno ad un centro profondamente integrato politicamente ed economicamente – presumibilmente coincidente con l’eurozona – vi sono altri paesi per cui l’integrazione è invece prevalentemente legata al libero scambio di merci e servizi. L’Italia si è fatta portatrice di questa visione e il recente vertice romano tra i paesi fondatori sembra andare proprio in questo senso.

Il ruolo di Londra nell’UE è solo uno dei nodi che stanno venendo al pettine in questi ultimi anni. Altre questioni finora irrisolte a livello europeo includono la debolezza della governance monetaria ed economica, la tenuta di Schengen di fronte ai fenomeni migratori e al terrorismo, e l’assetto istituzionale dell’Unione. Tutte queste vicende meritano soluzioni strutturali e durature. Ma il fatto che arrivino tutte sul tavolo dei leader europei allo stesso tempo, in un continente ancora scosso dalla crisi economica, in un contesto geopolitico tesissimo, e con minacciose nubi all’orizzonte legate alle economie dei paesi emergenti, lascia seri dubbi sulla capacità dell’Europa di affrontarle con l’efficacia e il vigore necessari. Di fronte a questioni cosi intricate, il rischio è quello di un’Europa paralizzata, immobile, non a due ma a zero velocità, o peggio, in retromarcia.

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