Marawi come Mosul

di: Antonio Dall'Osto

Marawi, città del sud delle Filippine – capoluogo della provincia di Lanao del Sur, situata nell’isola di Mindanao, è stata da oltre due mesi definitivamente liberata. Il 17 ottobre scorso il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha potuto finalmente proclamare l’avvenuta liberazione.

Ci sono voluti 148 giorni di assedio, condotto anche con bombardamenti aerei, per stanare dai loro nascondigli gli oltre 800 militanti che, forti di una organizzazione preparata in due anni, hanno messo a ferro e fuoco la città, avviando una guerriglia urbana che ha impegnato oltre 7.000 militari stanziati da Manila.

Macerie

La città era stata occupata il 23 maggio 2017 dai terroristi del Maute, gruppo considerato la costola filippina dell’Isis, affiliato allo Stato Islamico dei miliziani jihadisti. L’azione di questi terroristi – come scriveva Vatican Insider il 30 ottobre 2017 – era stata pianificata nei minimi dettagli, ammassando munizioni e viveri per una lunga resistenza, perfino scavando cunicoli sotterranei – rendendo così arduo il compito di militari, costretti, fra l’altro, a fare i conti anche con la presenza di circa cento ostaggi, usati come scudi umani.

Come riferisce l’agenzia Ucanews, in un servizio del 3 gennaio 2018, il bilancio complessivo di cinque mesi di scontri con l’esercito regolare è stato di 1.100 vittime.

Come era avvenuto a Mosul, in Iraq, i terroristi hanno lasciato una città fantasma, mentre 400 mila sono stati i profughi. «La guerra – ha dichiarato un testimone – ha distrutto le scuole dei nostri bambini e i nostri mezzi di sussistenza e non sappiamo come ora potremo ripartire».

Il governo ha annunciato che occorrerà più di un miliardo di dollari USA per la ricostruzione. Nel frattempo. l’intera regione di Mindanao è stata posta sotto la legge marziale, fino a tutto il 2018: misura criticata dal vescovo di Marawi, mons. Edwin de la Peña, secondo il quale, se all’inizio era una necessità, ora il provvedimento è inutile.

Per il momento, ai profughi è impossibile tornare alle loro case. Come è avvenuto e avviene a Mosul, molti tornano a vedere ma trovano le loro case distrutte e saccheggiate per cui ritornano nei loro insediamenti provvisori predisposti fuori della città dal governo e dagli enti assistenziali.

Come hanno dichiarato gli avvocati della Integrated Bar of the Philippines, (organizzazione ufficiale degli avvocati delle Filippine), occorre prima rimettere in piedi i servizi di base e riattivare i mercati che sono rimasti completamente vuoti. La ricostruzione invece potrà partire solo nella seconda metà del 2018.

La presenza della Chiesa

Molto attiva in questa fase è anche la Chiesa. Per rispondere ai bisogni della popolazione colpita dalla guerra è stato organizzato un progetto di aiuti chiamato Duyog Marawi, un’espressione appartenente al gruppo delle lingue visayane, usato per indicare il suono di uno strumento musicale che accompagna i canti o le danze.

Mons. de la Peña ha affermato che 100 fra musulmani e cristiani si sono offerti come volontari in un programma di partnership con i missionari redentoristi. Il vescovo ha spiegato che Duyog Marawi, di cui fanno parte anche dei leader musulmani, si propone di promuovere l’armonia interreligiosa «nella celebrazione della vita e della fede».

Intanto le diocesi filippine e moltissimi privati hanno iniziato a inviare i loro aiuti per l’attuazione del programma che comprende soprattutto l’ambito della salute e il benessere delle persone, la guarigione e la riconciliazione, le comunicazioni e la difesa dei settori più vulnerabili. Il vescovo ha spiegato che il programma mira anche consolidare la fede e la cultura popolare, oltre che impegnarsi per la difesa dei diritti della gente.

A sentire le testimonianze della gente, l’assedio di Marawi ha lasciato delle profonde ferite in coloro che sono sopravissuti. Ma molti sono convinti che anche da questa tragedia nascerà qualcosa di nuovo nella loro vita.

Teresito Soganub, un sacerdote preso in ostaggio fin dal primo giorno dell’attacco dei terroristi, ha affermato che «l’assedio gli rimarrà impresso nell’animo come in incubo per tutta la vita. E ha aggiunto: «Mi ero arrabbiato con il Signore per avermi cacciato in questa orribile situazione. Tuttavia, la mia fede in lui non è mai venuta meno». E ha affermato anche che i 116 giorni trascorsi nelle mani dei terroristi l’hanno aiutato ad approfondire la sua fede e la sua vita di preghiera: «Ho pregato più fervorosamente come non mai», ha detto.

Ripartire

Dopo la liberazione, soddisfazione e speranza – scrive ancora Vatican Insider – sono state espresse dai leader cattolici a Mindanao, a partire dal vescovo Edwin de la Peña, il quale ha auspicato che questa tragedia sia «l’inizio di una nuova vita per la città».

Anche la cattedrale cattolica a Marawi era stata saccheggiata e data alle fiamme dai jihadisti, uno sfregio filmato e postato sui social media che ha fatto il giro del mondo. Nella chiesa ora si è celebrata nuovamente l’eucaristia, segno di ripresa per la piccola comunità cattolica, in una città al 99% musulmana.

 «Resta una questione aperta: la presenza dell’islamismo radicale di matrice whahabita nelle Filippine del Sud», scrive Eliseo Mercado, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, che guida l’Institute for Autonomy and Governance nella Notre Dame University, a Cotabato City. Mercado è tra i massimi esperti della questione islamica a Mindanao ed è oggi consulente dell’Ufficio presidenziale per il processo di pace, che coadiuva il presidente Duterte nelle opzioni politiche fondamentali.

Ora – ha affermato – inizia una sorta di battaglia delle idee: «L’estremismo violento contro il rispetto e la costruzione della pace e del bene comune; il radicalismo islamico contro il dialogo, la convivenza e un modello sociale inclusivo. Per vincere questa competizione, urge un approccio olistico, non solo manu militari. Urge soprattutto che, nelle aree a maggioranza musulmana dell’isola di Mindanao, il governo lavori alacremente per l’istruzione, l’occupazione, lo sviluppo economico, lo sradicamento della povertà, la costruzione di strade, ospedali e infrastrutture. Solo così sarà possibile togliere terreno alla propaganda dell’Isis, finanziata dai petroldollari, e indebolire l’influenza dei gruppi radicali sulla popolazione musulmana di Mindanao».

Da parte sua, mons. de la Peña ha scritto: «Siamo consapevoli che la missione di ricostruire la città appartiene a tutto il popolo di Marawi» e i cattolici in una città a prevalenza musulmana «sono presenti per sostenere e accompagnare in tutti i modi il loro prossimo».

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