Per un’Europa “ospitale”

di: Lorenzo Prezzi e Marcello Matté
A Kurt Appel, professore ordinario di teologia fondamentale alla Facoltà cattolica dell’Università di Vienna, dove dal 2010 dirige anche il Centro di ricerca «Religion and Transformation in Contemporary European Society», abbiamo rivolto alcune domande, in particolare sul tema Europa-migrazioni.

Prof. Appel, la decisione del governo austriaco di chiudere il valico del Brennero e gli altri  valichi per contingentare l’arrivo dei profughi ha sollevato molte perplessità. Secondo lei è una decisione saggia?

Migranti al confine di Idomeni

Migrante con un bambino sulle spalle guarda durante una protesta per chiedere l’apertura della frontiera tra Grecia e Macedonia al confine greco di Idomeni (Grecia) 22/03/2016. (AP Photo/Darko Vojinovic)

Mi spiace tanto dare questa risposta, ma – secondo me – il governo dell’Austria non ha avuto alternativa. L’Austria, un paese con 8 milioni di abitanti, ha accolto 100.000 profughi nell’anno 2015. Se si fa il paragone con l’Italia, un paese con 60 milioni di abitanti, l’Italia avrebbe dovuto accogliere nel 2015, in proporzione, 750.000 migranti. Poi è stato chiaro che, nel 2016, questa cifra sarebbe stata superata, anche perché la Germania ha rimandato sempre più profughi in Austria.

Tanti di loro provengono dall’Afghanistan, dalla Somalia, dal Pakistan, dal Marocco… e solo una minoranza delle persone che hanno chiesto asilo sono siriani. Si tratta soprattutto di giovani maschi che, spesso, non hanno frequentato una scuola e la maggior parte sarà senza prospettiva di lavoro in Austria, un paese dove la disoccupazione è aumentata notevolmente negli ultimi anni e dove arrivano ogni anno migliaia di operai dalla Romania, dalla Bulgaria e da tanti altri paesi dell’Europa dell’est per cercare lavoro o stabilità sociale.

Se il governo austriaco non avesse chiuso le frontiere, le strutture statali in Austria sarebbero crollate e anche la società civile non avrebbe più accettato una quantità illimitata di immigrati. Saremmo finiti verso una guerra civile e, onestamente, ritengo che le critiche della Boldrini e di Juncker verso l’Austria siano pretestuose, perché nessun altro paese, tranne la Svezia e la Germania, ha accolto una tale quantità di profughi; nemmeno l’Italia, perché la maggior parte dei migranti sbarcati in Sicilia sono andati oltre le Alpi.

Esiste un fatto ulteriore: attualmente l’Austria ha ogni giorno più di 300 persone che chiedono asilo; ciò significa che, anche con frontiere “chiuse”, nei prossimi mesi si dovranno trovare case, scuole, assistenza… per più di 40.000 nuovi richiedenti asilo.

L’ultima cosa che voglio aggiungere è che tutte queste procedure per chiedere asilo mi sembrano ipocritiche, perché, da un lato, è quasi impossibile dire chi ha il diritto di asilo e chi no, dall’altro, anche quelli che non lo ricevono non si possono rinviare nei loro paesi d’origine. La conseguenza è che chi arriva in paesi come l’Austria, ci rimane – legalmente o illegalmente.

Quale dovrebbe essere l’atteggiamento dell’Europa?

È una domanda molto difficile. Sarebbe bello se in Europa esistesse una solidarietà  per accogliere profughi e migranti. Ma non vedo ciò molto realistico. La maggior parte dei profughi sono musulmani e tanti europei hanno una grande paura dell’islam. Così come non vedo un consenso politico per questa forma di solidarietà, ad eccezione della Germania per motivi storici. Poi ci sono in Europa tanti problemi economici con migliaia di giovani disoccupati; anche questo non rende realistica una grande apertura.

Ciò nonostante, la società europea dev’essere (non so se sarebbe meglio dire “rimanere”) una società aperta, deve accogliere persone di altre culture e religioni che sono una ricchezza. Soprattutto deve accoglierle perché, quando si parla di identità dell’Europa, essa deve essere un’identità ospitale, che si apre alla percezione della vulnerabilità e della fragilità dell’uomo, dello straniero, di ogni creatura.

Un’altra cosa da ricordare è che esiste in questo momento un’occasione storica, un kairòs: da 1.500 anni cristianesimo e islam sono perennemente in conflitto, interrotto solo da brevi periodi di convivenza. L’Europa avrebbe proprio ora la possibilità di creare un nuovo rapporto tra cristianesimo, islam e mondo secolarizzato. Il cristianesimo deve accogliere generosamente l’islam nell’Europa.

Sono molto cosciente dall’ambiguità dell’attuale realtà politica e dell’imperativo morale di accogliere i bisognosi. Penso che proprio una visione di un’Europa ospitale e accogliente richieda istituzioni e stati stabili e sicuri. Per questo – paradossalmente – direi che, per essere aperti ai profughi, ai migranti, ai poveri sia necessaria la sovranità statale sulle proprie frontiere. In questo momento questa sovranità è resa inoperosa.

Non sono gli stati che decidono chi può arrivare, ma le accidentalità (e anche le forze fisiche e psichiche e i soldi a disposizione) che permettono ad alcuni migranti di sopravvivere ai tragitti tra Africa/Asia e Europa e ad altri no. Chi sopravvive vede la promessa di una permanenza nell’Europa – questa è la verità cinica di questo momento.

Per cambiare questa situazione insopportabile e per evitare il crollo dello stato, si devono, da un lato, chiudere le frontiere per interrompere la migrazione non regolata: l’alternativa sarà una guerra civile nell’Europa e il trionfo di forze radicali – sia da parte della politica europea (la destra europea), sia da parte di migranti (l’islam fondamentalista). Ma, dall’altro, si deve – con grande generosità – dare agli africani, agli asiatici… una specie di Green card. L’Europa dovrebbe fare contratti con paesi africani e asiatici per garantire una migrazione legale; poi sarebbe doveroso aumentare molto i mezzi per sostenere le donne in tutto il terzo mondo, perché esse sono portatrici di uno sviluppo vero e durevole.

Come mettere assieme, nella questione dei migranti, la dimensione istituzionale (responsabilità politica) con la dimensione religiosa e morale?

Come teologo sono convinto che il primo luogo in cui la Chiesa deve esserci siano gli ultimi, i più deboli. Oggi il kairòs della Chiesa è costituito dai migranti e dai profughi (è quasi impossibile separare questi due gruppi, i confini tra di loro sono troppo labili) indipendentemente dalla loro religione e nazionalità.

barcone-profughiQuesta è la prima parte della risposta alla domanda posta sopra. Ma esiste anche una seconda parte della risposta che chiamo “statalità”. Il frutto più grande della misericordia nella tradizione occidentale è lo stato sociale e costituzionale. Non intendo lo stato nazionale (tendenzialmente fascista), ma lo stato democratico che garantisce dignità a ogni suo cittadino. Sono consapevole di essere austriaco e di appartenere a una tradizione burocratica-statale (anche troppo), ma, anche andando oltre una prospettiva prettamente austriaca, ritengo che lo stato costituzionale e sociale sia il frutto più importante della misericordia cristiana e della cultura occidentale.

Dove lo stato funziona male, come in Grecia o nell’Italia meridionale, percepiamo con più chiarezza il valore di una statalità funzionante. La formazione scolastica e universitaria, il sistema sanitario, una giurisdizione che protegge il diritto anche dei deboli, il social welfare, pensioni che garantiscono la dignità dei vecchi, la garanzia della libertà personale indipendentemente dalla religione, dalla etnia… sono il risultato dell’eredità statale della cultura occidentale. Tutto questo significa la realizzazione di una visione cristiana che sogna non per ultimo una società giusta. Oggi il compito politico più grande consiste nella difesa dello stato sociale. Questo implica una presa di distanza, da parte della società civile e anche della Chiesa, da quell’economia che destabilizza lo stato a favore di un mercato senza regole, sottomesso agli interessi delle multinazionali. Ma implica anche confini statali e una migrazione regolata.

Lo stato costituzionale e sociale dovrà essere aperto il più possibile ai profughi e ai migranti, ma, dove la statalità è fragile, finisce il diritto di asilo illimitato.

La tragedia politica consiste nel fatto che la destra già da tanto tempo si è congedata da una visione dello stato sociale-costituzionale. Berlusconi è stato il simbolo più evidente di questo declino. Adesso, purtroppo, anche la sinistra non capisce più il valore dello stato; è diventata troppo astratta, confondendo umanità e statalità.

Nella Chiesa c’è una grande tradizione di consapevolezza riguardo alla statalità. Direi che non è un caso che i cattolici abbiano avuto un ruolo importante nella costruzione dello stato europeo sociale. Adesso però perfino nell’ambito della Chiesa si è dimenticata l’importanza della statalità.

Perché la Chiesa non ha beatificato persone come De Gasperi o Schuman, sicuramente molto più importanti rispetto alla maggior parte dei santi canonizzati negli ultimi decenni (mi chiedo per esempio se De Gaspari o La Pira meritino la beatificazione meno di Madre Teresa o di Padre Pio)?

Ripeto: la statalità è il frutto più grande della misericordia e mi auguro che ci sia più riflessione su di essa perché il futuro dell’Europa (e del mondo) si decide nella funzionalità dello stato.

Fra i profughi passano anche i fiancheggiatori del califfato (Isis). Al di là del problema di ordine pubblico, cosa può fare lo stato per creare un islam europeo e cosa possono fare la Chiesa e le Chiese cristiane?

Una cosa importante è questa discussione sulla statalità. Il problema del mondo islamico consiste, non per ultimo, nella difficoltà di creare uno stato costituzionale, perché esso non è separabile dalla libertà di coscienza.

Inoltre, c’è bisogno di un nuovo legame tra cristianesimo, mondo secolare e islam, cioè di una cultura di riconoscimento. Papa Francesco lavora tanto in questa direzione e la Chiesa deve sostenerlo. Dobbiamo sviluppare, anche dentro la teologia, una comprensione molto più profonda dell’islam. Dobbiamo capire le bellezze dell’islam e dobbiamo ricercare cosa Dio vuole dire al cristianesimo con l’apparizione di questa religione. Sarebbe bello scoprire una vera fraternità ed empatia. Questa sarebbe la precondizione di critiche e discussioni fruttuose e costruttive con l’islam.

Poi, serve un’altra politica. Sarebbe molto importante che i giovani musulmani avessero la possibilità di conoscere la loro religione in profondità – ma non in ambiti poco affidabili come nelle moschee finanziate dal wahabismo dell’Arabia Saudita e del Quatar. Sarebbe compito dello stato garantire un insegnamento strutturato della religione ai musulmani come lo garantisce ai cattolici. E sarebbe compito dello stato che ogni giovane ricevesse una formazione di base sulle grandi religioni. Nella politica estera servirebbe un altro approccio agli stati arabi. Quatar e Arabia Saudita sono, da un lato, gli alleati degli Stati Uniti e della Comunità Europea, dall’altro, finanziano il terrorismo e il fondamentalismo islamico. Questo è possibile a causa della grande ipocrisia della nostra politica che va cambiata.

Quali sono i limiti delle burocrazie laico-liberali europee in questo contesto dove le identità religiose riemergono con forza?

Lo stato laico come è impostato in Francia è diventato un errore. Il mondo secolarizzato ha bisogno della religione. Le sue forme simboliche (cioè i modi in cui si esprimono tradizioni, regole etiche, liturgie…) sono una grande ricchezza per una civiltà secolare. La religione può regalare all’uomo moderno una cosa che spesso non ha più, vale a dire la speranza.

Le religioni possono aiutare a scoprire la bellezza e la fragilità del mondo, soprattutto donando racconti in cui si esprimono le identità umane. Lo stato ha bisogno della società civile e di racconti di empatia, di speranza e di giustizia. Lo stato non può creare tutto questo da sé: servono religioni, cultura, movimenti sociali che vanno sostenuti e incoraggiati.

Per questo lo stato, le religioni e la società civile devono collaborare nella cultura, nella scuola, nelle università – ritengo una grande perdita per l’Italia aver espulso la teologia dall’università pubblica –, ma sempre con l’obiettivo di far progredire un mondo più umano.

Così lo stato deve alle religioni sostegno e viceversa. Quando una confessione non accetta lo stato costituzionale, va combattuta. Riguardo all’islam, sono ottimista che un suo riconoscimento, che si esprima, per esempio, nel sostegno di costruire luoghi di culto e di studio, possa permettere a questa religione di contribuire ad un’Europa più umana.

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