Bibbia e spiritualità

di: Roberto Mela

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La spiritualità per la Bibbia non è tanto esperienza su Dio, quanto esperienza di Dio. All’origine della spiritualità non vi sta lo sforzo ascetico del credente che si isola dal mondo in vista di un contatto con il divino che lo distacchi dalla storia e dalla pesantezza della corporeità. Nella Bibbia l’esperienza spirituale è olistica e abbraccia la corporeità e l’intimo della persona, fatto di amore, di volontà e di decisione.

All’inizio di tutto vi è l’autorivelazione gratuita di Dio che si manifesta nel mondo attraverso teofanie e parole. Alla teofania il credente risponde con la fede e l’amore, in un abbraccio vitale col proprio Dio.

Nella Bibbia esiste una simbologia teologica fondamentale, dai tratti antropomorfici di necessità. Essa si presenta con i tratti della parola, del soffio-spirito-respiro e del regno di Dio.

A livello antropomorfico in senso stretto, la simbologia teologica fondamentale biblica è quella che presenta Dio come ricattatore, padre, madre, sposo, amico, signore, giudice, pastore. La simbologia antropologica della risposta del credente è espressa con la terminologia del credere, della sicurezza e della fiducia che si dinamicizza nella speranza, nel “cercare il volto di Dio”.

«La spiritualità, generata dalla grazia e dalla fede, si apre alla morale, alla legge, alle opere» (p. 38). Di qui la lode della Torah (cf. Sal 119) portata a compimento da Gesù nel NT, la centralità del culto e della preghiera. Il ritratto del credente che fa esperienza di Dio è rappresentato nell’AT dal “povero” che si inchina con umiltà e fiducia a Dio, da cui attende tutto. Il “povero” è colui che mette tutto nelle mani di Dio, con fede e speranza.

Dopo questa prima parte dedicata alla simbologia spirituale biblica (pp. 23-52), Ravasi dedica un’altra parte del suo volume (pp. 53-114) a una survey veloce diacronica su come la spiritualità si presenta nei vari blocchi letterario-teologici che compongono la Bibbia.

C’è la spiritualità della Torah, strutturata attorno alle tre grandi tradizioni del Pentateuco incentrate sull’alleanza e sul tempio.

La spiritualità deuteronomica e deuteronomistica insiste sul dovere dell’ascolto della parola e sul compimento dei comandi dati da YHWH. I re di Giuda e di Israele vengono giudicati secondo questo criterio.

La spiritualità profetica vede nel profeta, nel veggente, l’uomo di Dio, che parla a nome di Dio e davanti al popolo. Egli è un uomo profondamente inserito nella storia, di cui diventa giudice e interprete a favore del popolo.

La spiritualità sapienziale è fondata sul “timore del Signore” e sul seguire la sapienza che Dio ha partecipato all’uomo e al creato intero.

I salmi esprimono con tutta la variegata possibilità di temi la fiducia, la supplica, il ringraziamento, il dolore, la gioia del credente che vuole vedere il volto di Dio e riceverne pace per continuare il proprio cammino nella lotta contro i vari tipi di avversari.

Giobbe scopre una fede in Dio totalmente gratuita, svincolata totalmente da ogni aspettativa di ricompensa a una vita di fede e di pietà.

Il Cantico loda l’amore umano sacramento di quello divino.

La spiritualità del NT vede in Gesù colui che chiama alla sequela con radicalità, nell’annuncio del Regno. Le Beatitudini sono il ritratto spirituale di Gesù e il dono-impegno (Gabe-Aufgabe) offerto ai discepoli ma aperto a tutte le categorie del popolo di Dio.

Quattro sono le colonne della spiritualità della comunità cristiana, ben illustrate da At 2,42.

Paolo insiste, da parte sua, sulla grazia, la fede e l’adozione a figli. Lo Spirito rende nuove creature e dona la pienezza dei carismi per il bene personale e l’edificazione del corpo ecclesiale.

Giovanni si serve di verbi spirituali propri – vedere, amare, rimanere – per esprimere la vita spirituale del credente. Le cinque promesse dello Spirito identificano in lui l’operatore dell’attualizzazione nel presente della storia della parola di Gesù pronunciata in un tempo puntuale del passato.

Nell’ultima parte della sua opera (pp. 177-220), Ravasi tenta una presentazione sincronica dei dati raccolti dapprima diacronicamente. Dio ha il primato e si manifesta per grazia nella storia, nello spazio cosmico, nel tempio di Sion e, infine, nella parola profetica e cosmica che invita ad un cammino impegnativo di risposta etico-teologica.

Occorre guardarsi da una falsa spiritualità, basata su un’errata “conoscenza” di Dio. Una spiritualità nobile ma imperfetta è quella della via “naturale” cosmica. La spiritualità perfetta è quella della dialettica tra il credente e il suo Dio, che implica anche lotta, scoraggiamento, realismo, protesta, abbandono credente (Abramo, Giobbe, Qoèlet).

La spiritualità biblica è esperienza di Dio. La spiritualità suprema è gustare Dio, esperimentarlo con tutto se stessi (il “conoscere” biblico), in una comunione “mistica” (non “spiritualistica e disincarnata”). Paolo, con le sue formule mistiche di inabitazione “in Cristo/in lui” può essere un’ottima guida per una spiritualità biblica equilibrata e incarnata nella storia.

Prima di una sintetica bibliografia (pp. 251-253), chiudono il volume due Appendici, riguardanti la Lectio divina (pp. 221-230) e un’intensa e importante trattazione della spiritualità del malato e del dolore (pp. 231-250).

«Le mie vie non sono le vostre vie», dice il Dio della Bibbia. Spiritualità è far propri “corporalmente” la vita e il sentire di Dio, per portare un lievito nuovo e “sovversivo” alla vita dei nostri giorni.

Gianfranco Ravasi, Spiritualità e Bibbia (Giornale di Teologia 404), Queriniana, Brescia 2018, pp. 264, € 17,00.

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