Una Chiesa di donne e di uomini

di:

 pelletier

Nel suo ultimo testo Anne-Marie Pelletier disegna una nuova forma di comunione ecclesiale che deriva dall’unico battesimo.

Invisibili, inascoltate, sicuramente insignificanti e talvolta anche maltrattate: se nella società molti passi sono ancora da compiere – ma il movimento Me too ha contribuito molto ad un’inversione di rotta – nella Chiesa sembra esserci addirittura un fossato da attraversare, prima che la presenza e il carisma femminile vengano realmente apprezzati. Nei fatti, perché di parole (maschili) le donne ne hanno abbastanza: è una mentalità che deve cambiare, e bisogna fare presto.

L’ha ricordato anche papa Francesco la settimana scorsa quando, al termine dell’Angelus di domenica 11 ottobre, spiegava, riprendendo un’espressione di una sua lettera al cardinale Ouellet: ««nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche». Ma c’è di più: occorre «allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa, e di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte». Ai preti e ai vescovi di ogni parrocchia e diocesi, a cominciare dai Palazzi vaticani, indicava una sola strada: «promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti». In caso contrario, si continua a «cadere nei clericalismi che annullano il carisma laicale e rovinano anche il volto della Chiesa».

Una questione urgente

Chiesa di donne e di uomini

La teologa Anne-Marie Pelletier, prima donna vincitrice nel 2014 del prestigioso Premio Ratzinger, nel suo ultimo testo dell’anno scorso, tradotto ora in italiano dall’editrice Qiqajon di Bose, parla della Chiesa come di «una comunione di donne e di uomini» e nell’introduzione ricorda le parole ferme e decise di papa Bergoglio nei confronti delle donne, parole pronunciate in occasione della famosa intervista curata da padre Antonio Spadaro a pochi mesi dall’elezione a pontefice. «È necessario – spiegava allora il papa – ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa».

Un tema che l’ha appassionata fin dai primi anni di studio teologico: Pelletier è autrice, tra l’altro, del precedente, Una fede al femminile (Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano – Biella 2018, pp. 104, € 10,00). Il tutto all’interno di una passione per la teologia che l’ha accompagnata, e si vede in ogni scritto, fin da giovanissima studentessa di lettere alla Sorbona.

Nata nel 1946 a Parigi, ha insegnato, fino alla pensione, linguistica generale e letteratura comparata all’università di Parigi X, conseguendo nel frattempo una laurea in scienze religiose. Dal 1993 insegna Scrittura ed ermeneutica presso lo Studium della Facoltà di Notre Dame, l’attuale Collège des Bernardins. Ha diretto l’Institut Européen des Sciences des Religions presso l’Ecole Pratique des Hautes Etudes (EPHE).

In diverse pubblicazioni ha affrontato la questione delle donne nella Chiesa: in particolare in Le christianisme et les femmes (2001) et Le signe de la femme (2006). Nel 2017 è stata incaricata di comporre le meditazioni per la Via Crucis del papa al Colosseo e la si ritrova uditrice al Sinodo dei vescovi del 2001; nel 2017 è relatrice al Convegno sul linguaggio del corpo e l’unione coniugale del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia. E, infine, fatto tutt’altro che irrilevante, è sposata, madre di tre figli, nonna.

Pelletier sottolinea nell’introduzione, oltre alle espressioni contenute nell’intervista a Spadaro, il gesto (ben più che simbolico!) compiuto da papa Francesco a poche settimane dalla sua elezione: la lavanda dei piedi in un penitenziario romano invitando anche alcune donne (un’autentica «breccia nella mascolinità del rito»). Un’insistenza crescente, quella del papa, che quasi mette in ombra i numerosi interventi dei suoi predecessori sul tema, ma oggi, si legge nel testo, «il grido dei dimenticati forse l’attenzione degli indifferenti, la misericordia fa esplodere le strettezze moraleggianti. E le donne invisibili sono finalmente riconosciute…».

Non bisogna dimenticare che l’attuale contesto socio-culturale aiuta e non poco la soluzione di una questione femminile, peraltro ancora aperta, meglio dire spalancata. Nonostante i segnali di tristi derive autoritarie proliferate sia ad est che ad ovest, nonostante il maschilismo imperante divenuto marchio depositario della Russia putiniana e dell’America di Trump, nonostante la sempre più ostentata virilità muscolare e bellicosa che viene fatta passare come un antidoto ad una presunta femminilizzazione della società, la parità dei sessi è un concetto divenuto sempre più realtà, sia in ambito occidentale che in terra d’islam.

Rapporto ambivalente, come nella Scrittura

Ma, nonostante tutto, nota non senza un velo d’amarezza Pelletier: «la vita della Chiesa continua a trascinarsi un disprezzo strisciante nei confronti delle donne», perché in fin dei conti essa «non riesce a liberarsi da una misoginia viscerale che deprime tante cristiane». «L’amore divino si gioca in quello che succede tra uomini e donne, in relazione alle loro differenze» diceva il biblista Paul Beauchamp per sottolineare la Scrittura come luogo d’incontro tra l’uomo e la donna. «Verità che il discorso di taluni nella Chiesa vuole tragicamente ignorare, quando osano argomentare l’idea che la preoccupazione contemporanea della promozione delle donne costituirebbe un pericolo che destabilizza tanto la Chiesa quanto le società» aggiunge la studiosa.

Quando papa Giovanni XXIII nel 1963 pubblica la sua enciclica Pacem in terris, tra le realtà considerate segni dei tempi menziona «l’ingresso della donna nella vita pubblica». «È una donna in piedi, ribelle alle umiliazioni, quella delineata dal papa» commenta Pelletier passando subito alle tante aperture del Vaticano II nonché alle parole di papa Paolo VI (in particolare nell’Octogesima adveniens) e alla sua collaborazione all’istituzione dell’Anno internazionale della donna, nel 1975, convocato sul tema “Uguaglianza, sviluppo e pace”.

L’elevazione, poi, di alcune donne al rango di dottori della Chiesa, inaugurata da Paolo VI con Teresa d’Avila e Caterina da Siena e poi continuata con Giovanni Paolo II con Teresa di Gesù e con Benedetto XVI con Hildegard von Bingen, non ha comportato nella Chiesa un’effettiva condivisione di parola e corresponsabilità. Il rapporto Chiesa e donne continua a registrare luci e ombre: in altre parole, un rapporto ambivalente.

Un articolo del gesuita Joseph Moing, citato nel testo, dal titolo Le donne e il futuro della Chiesa nel 2011 notava come le donne, almeno generalmente parlando, siano lungi dall’ambire al presbiterato o professare un femminismo aggressivamente militante, ma non si può eludere il loro desiderio di essere riconosciute parte attiva della missione, in modo altro rispetto a certi ruoli ancillari che procurano loro più disprezzo che gratitudine da parte di un corpo sacerdotale che avrebbe tutto da guadagnare nell’accogliere un po’ di più dalle donne il segno di una vita cristiana autenticamente vissuta, i loro consigli, talvolta anche le loro critiche.

Snodi problematici

Ma cosa chiedono in fin dei conti le donne?

«Si tratta del bisogno di esistere come “io” proprio e con voce propria, di far risuonare l’istituzione ecclesiale di ciò che vivono, di ciò che percepiscono del mondo e sperimentano dei bisogni e dei ritmi dell’esistenza attraverso la loro carne di donne, di ciò che conoscono dell’esperienza di Dio nel cammino proprio della loro ricerca spirituale e della loro fedeltà». Si tratta – conclude Pelletier – di quanto dice il papa riguardo ad una teologia “intrinsecamente femminile”, che non significa affatto saturare di femminile la verità teologica (errore che riprodurrebbe in simmetria invertita la tradizione maschile precedente). «Non è solo una questione di giustizia – spiega la biblista – è una richiesta di principio dal momento che la riflessione emerge dalle Scritture che, fin dalla prima menzione dell’umanità, la qualifica con la qualità di immagine di Dio e con l’articolazione in essa della differenza dei sessi». Un discorso rimasto evidentemente inoperante o quantomeno incapace di incidere concretamente sulle pratiche.

Ma esistono anche degli snodi hanno segnato in maniera indelebile la presenza (o l’allontanamento) delle donne rispetto alla Chiesa: l’enciclica Humane vitae del 1968 (senza che le donne venissero interpellate su qualcosa che riguardava la loro carne e il rapporto col maschile) e la questione del sacerdozio femminile.

Nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994): «Dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» scriveva Giovanni Paolo II intendendo un “deposito della fede” che richiede dunque un assenso “definitivo”.

In punta di piedi

Pelletier affronta il discorso in punta di piedi parlando, però, senza esclusione di colpi, di “ossessione del controllo” a differenza delle Chiese della Riforma che, a partire dagli anni Novanta, procedevano all’ordinazione delle donne, non senza discussioni interne.

E in più invita a prendere le distanze da quel retropensiero maschile secondo cui, oggi come in origine, il male troverebbe i suoi complici nelle donne trasgressive e ribelli. «Non si sente forse evocare, e in modo veramente indecente, l’emancipazione delle donne tra le cause del declino della Chiesa cattolica?» denuncia la studiosa. Eppure i vantaggi di un’accoglienza del femminile non sarebbero indifferenti: «Lo svincolamento da un punto di vista esclusivamente maschile e l’accoglienza di letture condotte nell’ottica di sensibilità, di investimenti e di preoccupazioni femminili sono in grado di far emergere nella lettura contemporanea, nuovi rilievi, un’abbondanza di dettagli ignorati, che fanno crescere il senso del libro biblico e manifestano, a beneficio di tutti, la sua intelligenza antropologica e spirituale».

Un’ottica – conclude Pelletier – del tutto estranea al testo della Pontificia commissione biblica pubblicato nel 1993 con il titolo L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, dove «il discorso è qui ristretto alla presa in considerazione della sola esegesi femminista militante». Ma le donne nella Chiesa non sono tutte femministe, anzi. Solo un’esegesi attenta dei primi libri della Bibbia può aiutare a comprendere l’autentico spirito biblico nei confronti della realtà femminile: «difficile contestare che la Bibbia sia un testo scritto da uomini per uomini». Il decalogo tradisce il punto di vista maschile che modella l’enunciato dei comandamenti. Ad esempio, l’ultimo di essi, che ha per oggetto la bramosia, fa figurare la donna – accanto allo schiavo, la schiava, il bue e l’asino – nella lista dei beni che l’uomo non dovrà desiderare (Es 20,17). Ugualmente, se andiamo ad esaminare i Salmi, si nota una quasi inesistenza di voce femminile.

Sulla stessa linea, alle donne del Terzo Millennio, risulta difficilmente accettabile quella metafora della teologia dell’alleanza dove la donna è associata ad un popolo che fatica ad essere fedele. Ma c’è di più, perché «l’allineamento del binomio Dio-Israele sul binomio uomo/donna non può mancare di accreditare surrettiziamente un’affinità tra il maschile e il divino, rafforzando il primo in certi privilegi di potere, mentre la metafora femminile del popolo àncora il femminile in un registro di umanità fallibile, e ciò in modo tanto più certo in quanto la storia dell’alleanza include molta infedeltà».

Il felice apporto dell’esegesi contemporanea

«La Scrittura è capace di accogliere al suo interno una grande stima per le donne, ma al contempo può rivelarsi misogina: disprezzarle e considerarle inferiori all’uomo. Questa ambivalenza si ritrova un po’ in tutta la storia del cristianesimo: una miscela ricorrente di stima e denigrazione, che talvolta rasenta il disprezzo totale; una coesistenza di modelli di vita femminili e di vittime. Ho una grande ammirazione per le donne in generale, ma questo non significa negare la stima per gli uomini! Ammirazione significa essere consapevoli dell’immensa storia, spesso sotterranea e nascosta, ma così reale che le donne costruiscono e custodiscono nella vita quotidiana di ogni società. In questo senso, la storia non ha mai perduto le donne per la strada. Tuttavia oggi diventa sempre più necessario liberare le potenzialità e la creatività di cui le donne sono portatrici: ogni volta che le donne sono maltrattate e umiliate è come se una società si privasse del futuro» così rispondeva in un’intervista a La Vie all’indomani della designazione al Premio Ratzinger.

Eppure nella Scrittura s’incontra anche il Cantico dei Cantici (che per alcuni è attribuibile ad una stesura femminile…), o il Libro dei Proverbi, quando il padre esclama: “Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te” (Pr 4,6) o il Siracide “Avvicinati ad essa con tutta l’anima, e con tutta la tua forza osserva le sue vie. Segui le sue orme, ricercala e ti si manifesterà, e, quando l’hai raggiunta, non lasciarla” (Sir 6,26-27).

La presenza delle donne che seguono Gesù, così com’è descritta nei Vangeli, per Pelletier assume il valore di “audacia”: «Donne itineranti, che camminano alla sua sequela attraverso la Galilea, manifestamente sciolte qui dalle appartenenze familiari e coniugali inerenti alla loro condizione femminile. Le domande si moltiplicano: in mezzo ad un gruppo di uomini, come assunsero costoro un tale gesto trasgressivo e come furono percepite? […]. Il fatto è che, a differenza degli uomini dell’entourage di Gesù, queste non sono state oggetto di una chiamata. Si sono presentate e Gesù ha accettato la loro presenza assidua. L’ha ratificata a tal punto da riservare loro il primo annuncio della sua risurrezione […]. Certo queste donne, esemplarmente fedeli, ma relegate nella penombra della loro condizione inferiore, non ricevono il titolo di “discepole”. Eppure il loro comportamento declina tutte le caratteristiche dell’autentico discepolo che ascolta, interroga, si lascia plasmare dalla parola del maestro».

«La libertà e l’audacia che caratterizzano questa compagnia femminile di Gesù sono anche un segno distintivo dei vari incontri di cui i vangeli custodiscono la memoria» e rappresentano – continua Pelletier – «l’occasione privilegiata di uno svelamento dell’identità e della missione di Gesù in alcuni punti più decisivi della rivelazione» (cf. l’incontro con la samaritana al pozzo).

Un’apertura, una novità evangelica che viene esplicitata dalla formula di Paolo ai Galati (Gal 3,28): «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). A questo riguardo la studiosa scrive, con una certa soddisfazione, di un «felice apporto contemporaneo di un’esegesi capace di restituire certe verità trascurate dalle letture tradizionali».

Sacerdozio ministeriale, sacerdozio dei fedeli

Ma le domande si fanno sempre più incalzanti: «Cosa avviene nella Chiesa – nella comprensione che ha di se stessa, nel modo di esercitare le cariche istituzionali al suo interno – dal momento che le donne si mettono a esistere, escono dall’impensato che fu tradizionalmente la loro sorte nella teologia?». C’è da scommettere – si legge nel testo – che tutto questo rappresenti «una fonte di trasformazione e di rinnovamento per il corpo ecclesiale nel suo complesso».

Eppure, andando a fondo della questione, si ritorna all’impossibilità femminile di accedere al sacerdozio ministeriale, ma Pelletier non accenna ad una sterile rivendicazione, bensì disegna una forma nuova di Chiesa basata sull’unico sacerdozio battesimale (già anticipata in un libro precedente Una fede al femminile (Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano – Biella 2018).

Dopo un’attenta ricostruzione storica fino al Concilio di Trento, scrive: «Là dove il sacerdozio ministeriale ha gerarchicamente annesso tutto il mistero sacerdotale della Chiesa, non abbiamo alcuna ragione, né alcuna chance di veder onorato il sacerdozio dei fedeli di cui il concilio di Trento del resto non si era interessato. Così come non abbiamo alcuna chance, ovviamente, di veder emergere una riflessione sul ruolo singolare delle cristiane. L’esistenza di queste ultime non può che scomparire, eclissata dalla teologia divorante di un sacerdozio maschile che con solarità si pensa in riferimento alla gerarchia angelica».

Una battaglia perduta in partenza? Tutt’altro, se è vero che un teologo come Yves Congar nel suo lavoro edito nel 1954 (Per una teologia del laicato, tradotto da Morcelliana Brescia nel 1966) insisteva sull’urgenza di «riprendere la misura della Chiesa nella sua totalità, nel suo pieno volume, come societas fidelium, comunità di coloro che “invocano il nome del Signore”, “popolo di Dio”, “Chiesa dei santi” convocata per vivere sotto la mozione dello Spirito Santo».

Complementarietà

La crisi della pedofilia – annota Pelletier – impone a tutta l’istituzione di interrogarsi sul clericalismo, più volte denunciato anche da papa Francesco. La richiesta di accesso all’ordinazione da parte delle donne non è altro che una falsa pista che sconfina ancora una volta nel clericalismo e fa ignorare un’altra via, molto più giusta e feconda: quella di donne che, appropriandosi pienamente della realtà del loro battesimo, ne fanno la leva della conversione ecclesiologica da lei invocata.

Ne deriva il ricorso al tema della complementarietà, così cara al discorso contemporaneo dove la vita ecclesiale diventa «uno spartito a più voci». E una gerarchia invertita dei sacerdozi: «se il sacerdozio ministeriale ha una funzione di decentramento, essenziale per la vita della Chiesa, nel medesimo mistero della Chiesa, le donne, senza quel sacerdozio, hanno una funzione non meno essenziale: funzione questa volta di centramento/ricentramento ricordando a tutti (chierici compresi) il centro di gravità di ogni vita evangelica, al di là dei ruoli, delle distinzioni e delle gerarchie che strutturano al presente l’istituzione ecclesiale».

Le donne allora hanno una parte importante nella loro promozione in seno alla vita della Chiesa. Ma ciò implica – secondo Pelletier – che esse siano realmente prese in considerazione, ossia considerate in ciò che sono e in ciò che fanno, spesso in modo invisibile, nella più perfetta indifferenza degli uomini. Implica che esse siano riconosciute nella loro fedeltà industriosa, ma anche nell’acutezza nel conoscere Dio «al di là di quanto ne espongano certi discorsi maschili sicuri di padroneggiare i misteri della fede e che rivendicano un monopolio del discernimento».

Santità femminile

Donne allora «pedagoghe di vita cristiana attraverso la testimonianza della santità femminile», un fatto che giustifica la “novità” che si è affermata nella Chiesa del XX secolo: non solo la moltiplicazione delle canonizzazioni di donne, ma anche – scrive la teologa – «l’attenzione rivolta a una santità femminile, la cui grandezza consiste nel santificare l’ordinario, ossia la carne del reale».

Vengono definite “pagine potenti” quelle della Gaudete et exsultate di papa Bergoglio. «Ne consegue che vi è urgenza oggi – oltre a essere una questione di giustizia – che si presti finalmente attenzione a ciò che vivono le donne, qui e altrove».

Non è raro sentire citare come la Chiesa venga riconosciuta tradizionalmente come “sposa e madre”: resta tutto da verificare cosa significhi quest’espressione sulla bocca di un magistero strettamente maschile, si chiede l’autrice. Perché non bastano i discorsi, non basta il fare spazio alle donne all’interno delle mura vaticane. Non si tratta di una mera spartizione di potere (da qui la messa in guardia di Francesco che esorta a non clericalizzare i laici…). «Se la questione delle donne nella Chiesa non si esaurisce in una problematica di poteri da ridistribuire, in altre parole se si tratta di innervare il corpo ecclesiale di femminilità battesimale, allora è indispensabile ritrovare la Chiesa come vita, comunità, comunione e non solamente come struttura e istituzione…».

Resta aperta la questione di una possibile ordinazione diaconale femminile, un servizio di carità, di Parola (e perché non la predicazione?).

Una teologia a due voci

La conclusione è più che ovvia: abbiamo bisogno di una teologia elaborata a due voci, di una parola ecclesiale polifonica, di una presenza femminile nella formazione dei preti. E il “segno della donna” sembra essere diventato il cuore dell’attualità della Chiesa cattolica, un segno che attende però di essere meditato e accolto.

Sono le voci di Zabel Essayan, di Etty Hillesum, di Svetlana Aleksievic (premio Nobel 2015 per la letteratura, autrice de La guerra non ha il volto di donna) a ricordarci cosa significa il segno della donna e la fede al femminile. Solo secoli di storia hanno relegato nell’ombra ciò che sarebbe costitutivo del corpo di Cristo, mentre «si è andata affermando inesorabilmente la figura di un sacerdozio ministeriale inteso come potere sacro, rivestito di un’eccellenza che lo stabilisce nelle altezze, sovrastando tutto il corpo sociale. E concentrando anche la sostanza del mistero della Chiesa…». È nel segno della donna che si possono leggere le parole del Magnificat dove l’intero mondo è presente, «ben al di là – scrive Pelletier – della presunta esperienza di una modesta donna di uno sperduto villaggio della Galilea».

Nel 2018 il premio Nobel per la pace è stato assegnato congiuntamente a un uomo e una donna: Denis Mukwege è un medico che da anni si prodiga per aiutare le donne, vittime di stupri e mutilazioni, nella regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo; Nadia Murad appartiene alla comunità yazidi in Iraq, oggetto di un genocidio perpetrato dallo stato islamico nel 2014. «Insieme – scrive la teologa – sono testimoni, ciascuno secondo la propria appartenenza e identità, della barbarie che prende di mira in primo luogo le donne […] insieme sono testimoni di una resistenza di umanità, più potente delle forze malvagie che umiliano, asserviscono e distruggono».

La Chiesa non può stare a guardare – sembra ammonire concludendo Pelletier –; «resta evidentemente molto da pensare, così come resta molta strada da percorrere perché l’istituzione ecclesiale si lasci toccare in profondità, cioè nel concreto delle sue pratiche, dall’esigenza di onorare l’identità battesimale delle donne, con ciò che questa implica di coinvolgimento e responsabilità – anche di natura ministeriale – al servizio della testimonianza della fede». Ne va della sua stessa credibilità.

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